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lunedì 30 settembre 2013

Austria: alle elezioni tiene la Grande coalizione, avanza l’estrema destra

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  30 settembre 2013  alle  7:00.

La Grande coalizione costituita da socialdemocratici e popolari tiene alla prova delle urne austriache ma il Partito della Libertà, di estrema destra, può festeggiare un grande successo elettorale con il 22,4% dei consensi.austriaelezioni
Sono questi i risultati delle legislative tenute ieri in con circa sei milioni di cittadini chiamati alle urne per scegliere 183 rappresentanti.
Secondo le proiezioni di ieri sera, socialdemocratici e popolari hanno raccolto rispettivamente il 26,4% e il 23,8% delle preferenze con una maggioranza combinata del 50,2%, di cinque punti inferiore al 55,3% del 2008. Il voto ha però spinto in alto il partito della Libertà che non ha raggiunto il picco del 27% del 2007 – con Joerg Haider – ma ha aumentato di cinque punti percentuali il risultato del 2008.
In parlamento dovrebbero entrare anche gli euroscettici delTeam Stronach für Österreich, del miliardario austro-canadese Frank Stronach e i liberali del partito Nuova Austria (rispettivamente al 6% e al 4,7%; in Austria bisogna superare la barriera del 4% per entrare in parlamento). In lieve rialzo sono anche le quotazioni dei Verdi che le proiezioni danno all’11,2%.

lunedì 23 settembre 2013

Germania, Merkel vittoria storica: al 41,5% Non ha maggioranza assoluta, al via intese

da www.corriere.it

Trionfo dei conservatori della Cdu. Spd al 25,7%. Liberali fuori dal Bundestag, anti-euro al 4,7%

Angela Merkel festeggia il successo storico (Reuters)Angela Merkel festeggia il successo storico (Reuters)
Si sono chiuse in Germania le urne per le elezioni politiche 2013. La Cdu-Csu della Cancelliera Angela Merkel nelle ultime proiezioni la danno al 41,5%, mentre il partito socialdemocratico (Spd) dello sfidante Peer Steinbrück ha ottenuto il 25,7%. Il partito dei Verdi è all'8,3% e la sinistra della Linke è intorno all'8,6%.
SFIORA LA MAGGIORANZA ASSOLUTA - La Cdu, con questa percentuale di voti e il suo alleato fuori dal Parlamento (non ha raggiunto la soglia del 5%), non ha la maggioranza assoluta, avendo raggiunto i 311 seggi e non i 316, per cui dovrà mettere insieme una nuova «Grande coalizione» dialogando con il partito socialdemocratico, il secondo più votato del Paese che ha conquistato 192 seggi. Il resto dei seggi va alla sinistra (64) e ai Verdi (63). Esclusi gli euroscettici di Alternative für Deutschland che portano a una diversa ripartizione dei seggi.
Trionfo Merkel: «Risultato super»

GLI ALLEATI LIBERALI - La vittoria del Cancelliere uscente, che si conferma così per un terzo mandato (e trascina la Cdu anche al miglior risultato assoluto dalla Riunificazione, con oltre 9 punti percentuali in più rispetto alle elezioni 2009, e oltre quota 40% come non capitava da 20 anni), non è infatti completa perché l'alleata Fdp - del ministro degli esteri uscente Guido Westerwelle e del vicecancelliere Philipp Roesler - resta fuori dal parlamento per la prima volta dal Dopoguerra con appena il 4,8% (un crollo verticale, quasi il 10% dei voti perso). Se, invece, il partito anti-euro Afd, dato appena sotto alla soglia di sbarramento del 5% (è al 4,7%), dovesse entrare in Parlamento, le quote cambierebbero. Afd, all'esordio sulla scena politica tedesca, comunque non verrebbe presa in considerazione per un'alleanza di governo, e nemmeno i partiti di sinistra hanno espresso apprezzamento per le posizioni di Bernd Lucke e degli euroscettici. Da segnalare il dato dell'affluenza, in aumento rispetto a quattro anni fa: era il 70,8%, è arrivata al 71,5%.
Elezioni Germania, la festa di Angela e Steinbruek abbozza Elezioni Germania, la festa di Angela e Steinbruek abbozza    Elezioni Germania, la festa di Angela e Steinbruek abbozza    Elezioni Germania, la festa di Angela e Steinbruek abbozza    Elezioni Germania, la festa di Angela e Steinbruek abbozza    Elezioni Germania, la festa di Angela e Steinbruek abbozza
«SUPER RISULTATO» - Merkel rimane, comunque, il primo leader di un Paese europeo a ottenere la conferma degli elettori dopo l'inizio della crisi economica e finanziaria, e ha accolto il risultato commentando: «Un risultato super» che consentirà «altri quattro anni di successi». Merkel, 59 anni, si è assicurata quindi 12 anni di potere - come Margaret Thatcher in Inghilterra negli anni Ottanta - anche se resta da determinare con che tipo di coalizione. Fattore per cui il Cancelliere ha invitato ad aspettare i risultati definitivi. Da parte sua il leader Spd Steinbrück si è messo alla finestra: «La palla ora è nel campo di Angela Merkel, tocca a lei formare il nuovo governo».


HOLLANDE E VAN ROMPUY - Tra i primi a presentare le proprie congratulazioni a Merkel il presidente francese François Hollande, che ha invitato la Cancelliera all'Eliseo «per prepararsi alle sfide del futuro», e il presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy, che si augura di «proseguire la stretta collaborazione», «fiducioso che la Germania e il suo nuovo governo continueranno il loro impegno e contributo alla costruzione di una pacifica e prospera Europa a servizio di tutti i cittadini».
LETTA: BUON SEGNALE PER L'UE - Il premier italiano Enrico Letta, invece, da Toronto dove si trova in visita ufficiale, ha voluto sottolineare che «se dovessero essere confermati i primi dati ed il partito anti-euro dovesse rimanere fuori dal parlamento, sarebbe un buon segnale per l'Unione europea». Poi si è congratulato con la Cancelliera «per il brillante risultato elettorale».
(modifica il 23 settembre 2013)

venerdì 13 settembre 2013

Regno Unito: la storica Royal Mail privatizzata, neanche la Thatcher osò tanto

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  13 settembre 2013  alle  7:00.

Il governo britannico ha confermato la privatizzazione dello storico servizio postale , fondato nel 1516. Si tratta della più importante vendita di una società pubblica dagli anni ottanta.royalmail
Tramite un comunicato diffuso oggi dalla Borsa di Londra, l’esecutivo di coalizione – formato da conservatori e liberaldemocratici – ha riferito che il servizio sarà privatizzato e che sarà offerta una quota di maggioranza.
La consegna a mani private dell’emblematica Royal Mail, un servizio che neanche l’ex premier Margaret ha osato vendere, sarà possibile grazie all’approvazione nel 2011 della Legge sui servizi postali, che ha dato il via libera alla privatizzazione.
La vendita, preannunciata lo scorso luglio in parlamento dal ministro delle Attività Economiche, Vince Cable, fa presagire un’ondata di scioperi da parte dei lavoratori del servizio postale.
Il Sindacato del Lavoratori delle Comunicazioni ( nella sua sigla in inglese) sta vagliando la possibilità di convocare a breve una grande manifestazione contro il provvedimento, probabilmente per il mese di ottobre.
Ci si aspetta che la vendita iniziale delle azioni cominci nel giro di poche settimane. Il 10% delle azioni sarà destinato agli impiegati mentre la parte restante sarà disponibile per investitori privati e istituzioni.
Nel 2012 Royal Mail ha registrato ingressi per il valore di 376 milioni di euro. Negli ultimi anni ha reagito alla drastica diminuzione dell’invio di lettere spostando le attività sui piccoli pacchi, ottenendo così un notevole incremento degli utili.

Turchia: crisi curda, Erdogan lancia un “pacchetto di democratizzazione”

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  13 settembre 2013  alle  7:00.

Il primo ministro turco, Recep Tayyip , ha annunciato che la prossima settimana il suo governo presenterà un pacchetto di riforme per rafforzare la democrazia e mantenere aperto il fragile processo di pace con i curdi.turchiaerdogan
“Abbiamo dedicato svariate ore a questo pacchetto di democratizzazione. Speriamo di discutere ora sugli ultimi articoli e credo che nell’arco di una settimana annunceremo il pacchetto di democratizzazione”, ha affermato ieri il premier in un’apparizione davanti alla stampa.
In precedenza, Erdogan aveva annunciato che il parlamento si sarebbe riunito entro la fine dell’estate per votare queste misure. Con l’approvazione del pacchetto si cerca di porre fine ad un conflitto che dura da tre decenni e che ha causato più di 40 mila morti.
L’annuncio del “pacchetto di democratizzazione” ha avuto luogo poco dopo quello del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (), intenzionato a interrompere il ritiro dal territorio turco dal momento che “non ha rispettato gli accordi presi”.
“Il governo turco non ha ancora agito, dimostrando così che non cerca una soluzione. Ci difenderemo. Abbiamo sospeso il ritiro. Se attaccano, ci difenderemo. Se intensificano i loro attacchi, torneremo ad inviare (In ) i gruppi che erano stati smantellati nel Sud Kurdistan – in riferimento alla regione semi-autonoma del Kurdistan iracheno – “, ha assicurato il leader del Pkk, Abdullah , che in marzo, dal carcere dove dal 1999 sconta l’ergastolo, ha annunciato il ritiro delle milizie.
I dirigenti curdi hanno chiesto al governo turco di attuare quanto prima le riforme pattuite durante i colloqui con Ocalan. Tuttavia, Ankara sostiene che, per adempiere alla sua parte di accordo, i curdi devono accelerare il ritiro delle loro truppe dal nord dell’Iraq.
Le riforme annunciate da Erdogan comprendono la riapertura del seminario ortodosso greco Halki in un’isola vicino , la rimozione delle restrizioni all’utilizzo del velo islamico e la promozione dei diritti della minoranza Alevi. Attraverso queste misure, si punta a garantire il diritto ad un’istruzione in lingua curda e a diminuire il numero di voti necessari ai partiti per entrare in parlamento.

giovedì 12 settembre 2013

Tribunale Ue accoglie ricorso Italia: non validi i bandi scritti solo in inglese, francese e tedesco

da www.corriere.it

I risultati dei bandi annullati restano comunque validi

La corte del Lussemburgo: necessario pubblicare i bandi integralmente in tutte le lingue ufficiali dell'Ue

La Corte europea di giustizia in Lussemburgo (Ap)La Corte europea di giustizia in Lussemburgo (Ap)
Il nostro Paese vince un'importante battaglia in difesa dell'italiano a livello europeo. Il Tribunale Ue del Lussemburgo ha infatti deciso di annullare, come richiesto dall'Italia, alcuni bandi di concorso per posti di lavoro nelle istituzioni Ue perché scritti, nelle versioni integrali, solo in inglese, francese e tedesco. Una «diversità di trattamento» vietata dalla Carta dei diritti fondamentali. LA SENTENZA - I risultati dei bandi annullati, precisa il Tribunale, restano comunque validi in applicazione del principio del «legittimo affidamento» dei candidati prescelti. Tuttavia la sentenza, spiegano fonti della Corte, dà indicazioni molto chiare e concrete alla Commissione Ue sulla necessità di pubblicare i bandi integralmente in tutte le lingue ufficiali dell'Ue. E questo perché la loro pubblicazione parziale - come avvenuto nei casi al centro del ricorso presentato dall'Italia - non è sufficiente nè per avere una buona conoscenza dell'oggetto del concorso nè per prepararlo adeguatamente. Quindi, conclude il Tribunale, chi avesse voluto partecipare ai concorsi era «svantaggiato» rispetto a un candidato di lingua madre inglese, francese o tedesca. Si è venuta così a creare una disparità di trattamento sulla base della lingua, spiega ancora la Corte, vietata dalla Carta dei diritti fondamentali e dallo statuto de funzionari Ue. Nella stessa sentenza il Tribunale Ue ha annullato anche un bando che stabiliva che le prove e le comunicazioni con i candidati si dovessero svolgere unicamente in inglese, francese e tedesco. Una scelta possibile, ma che nel caso specifico al centro del ricorso i giudici europei hanno ritenuto «non giustificata».

L’Europa finisce sul Dniestr

da www.presseurop.eu

MOLDAVIA:
12 settembre 2013FOREIGN POLICY ROMÂNIA BUCAREST

Nicolae Ţibrigan
"Attention. You are leaving the European sector" ["Attenzione, state lasciando
il settore europeo"], annunciano i cartelli a Varniţa. I recenti movimenti di
truppe in questo villaggio di frontiera hanno risvegliato i timori di un nuovo
conflitto sul Dnestr. Non dimentichiamo che la Transnistria ospita a Kolbasna
il più grande deposito di armi convenzionali dell'Europa orientale, che, con la
presenza della 14° armata russa, ha svolto un ruolo non trascurabile durante la
guerra civile scoppiata quando la Transnistria russofona ha decretato la sua
indipendenza nel 1991. Inoltre i gasdotti russi che alimentano la Romania e la
Budapest passano per la Transnistria. Questi impianti sono gestiti dalla
Tiraspoltransgaz, una società controllata da Gazprom.

In questo momento a Chişinău si parla della soluzione del conflitto con la
regione secessionista nel contesto del processo di integrazione europea della
Moldavia. Sulla riva occidentale del Dnestr si ritiene che questo obiettivo sia
la soluzione ideale e che dovrebbe rendere Chişinău più attraente sulla riva
orientale. Ma di quale genere di attrazione si parla?

La Moldavia potrebbe apportare alla Transnistria un duplice beneficio
economico: i fondi europei e l'accesso ai mercati occidentali. "In Transnistria
la situazione economica è precaria. Tiraspol (la capitale) è interessata ai
soldi dell'Ue, e i fondi europei destinati a rafforzare la fiducia fra le parti
sono già adesso considerati come una fonte di sviluppo interno", dichiarava di
recente un responsabile di Bruxelles. Le "donazioni estere" rappresentano il 75
per cento del bilancio della regione, mentre il restante 25 per cento è dato
dalle esportazioni. La regione non è riconosciuta a livello internazionale e di
conseguenza le sue esportazioni passano attraverso imprese registrate presso la
camera di commercio di Chişinău – e in questo beneficiano delle "preferenze
commerciali autonome" (Pca) concesse alla Moldavia dall'Ue.

Tuttavia le Pca scompariranno alla fine di quest'anno, con l'entrata in vigore
della Zona di libero scambio approfondito e completo (Zlsac) fra l'Ue e la
Moldavia. Secondo un rapporto realizzato nel 2012 dal centro di analisi
indipendenti Expert Group, quasi il 40 per cento delle esportazioni della
Transnistria (metalli e prodotti metallurgici, energia e prodotti
dell'industria leggera) riguardano l'Ue – soprattutto la Romania, ma anche
l'Italia e la Germania. L'ammontare totale degli scambi fra la Romania e la
regione separatista si avvicinano a 31 milioni di euro all'anno. Se il governo
di Tiraspol si rifiutasse di cooperare con Chişinău sull'adozione delle
condizioni richieste dall'accordo Zlsac, la cui firma è prevista in novembre in
occasione del vertice del Partenariato orientale a Vilnius (il 28 e 29
novembre), gli operatori economici della Transnistria rischierebbero di
rimanere fuori dalla nuova intesa e l'Ue dovrà applicare dazi doganali del 17
per cento.

Questi fattori economici possono cambiare in modo radicale i comportamenti
politici di questa regione russofona? Ma mentre la Moldavia spera di firmare
l'accordo di Vilnius, Tiraspol agita la minaccia della sua "legge sulla
frontiera di stato". Adottata dal "soviet supremo" di Tiraspol il 23 maggio e
approvata il 10 giugno dal presidente Yevgeny Shevchuk, questa legge
ridefinisce i limiti del territorio sotto la sovranità della Repubblica moldava
del Dnestr. Tiraspol ha quindi annunciato – irritando Chişinău, l'Osce, l'Ue e
il Consiglio d'Europa – la creazione di punti di controllo lungo la frontiera
entro tre mesi dalla promulgazione, cioè a partire dal 10 settembre.

Due pensioni

Varniţa, una delle località che si trova sulla nuova carta (a 17 chilometri da
Tiraspol e a 65 da Chişinău) è attualmente sotto la giurisdizione del governo
di Chişinău. In primavera i residenti si sono opposti all'installazione,
effettuata di notte con una gru, di un posto di controllo doganale da parte
delle autorità di Tiraspol. Nei suoi rapporto con le due autorità il villaggio
di Varniţa è diviso. Sui 700 pensionati che ci vivono, 500 ricevono la loro
pensione da Tiraspol (in rubli della Transnistria), gli altri da Chişinău (in
lei moldavi). I primi ricevono l'equivalente di 123 euro, i secondi 52. Alcuni
abitanti hanno rinunciato al loro passaporto moldavo in favore di quello della
Transnistria [con il quale non possono attraversare le frontiere
internazionali] per poter avere uno stipendio più alto del 30 per cento a
Tighina (Bender) nonostante i due posti di frontiera da superare.

Nel frattempo dal marzo 2013 le autorità di Chişinău hanno annunciato
l'intenzione di creare dei posti di frontiera con la regione secessionista.
Secondo la stampa russofona locale questo dipende dalla decisione delle
autorità moldave di imporre un visto di ingresso ai residenti della
Transnistria che posseggono un passaporto russo o ucraino [cioè la maggioranza
della popolazione]. Il controllo delle migrazioni alla frontiera sul Dnestr è
una delle condizioni per la liberalizzazione del regime dei visti con l'Ue, ma
la grande estensione della zona di sicurezza – 255 chilometri – può costituire
un ostacolo alla sua creazione. Molto probabilmente Tiraspol cercherà di
ostacolare l'applicazione delle misure richieste dall'Ue sul Dnestr. Per
Tiraspol la comparsa di nuovi posti di frontiera di tipo Checkpoint Charlie
[uno dei punti di passaggio fra Berlino ovest e Berlino est durante la Guerra
fredda] sul Dnestr sarebbe considerata una sconfitta nei confronti dell'Unione
europea e un peggioramento della situazione in materia di riconoscimento
internazionale.

Traduzione di Andrea De Ritis

martedì 10 settembre 2013

Norvegia, voto choc: il partito di Breivik verso il governo

da www.corriere.it

Coalizione - Gli xenofobi sono alleati con i conservatori

Schiaffo ai laburisti, vince la destra

Anders Breivik (Epa/Junge)Anders Breivik (Epa/Junge)
È il giorno di Erna, la ragazza dell'Ovest che si avvia a diventare primo ministro. Ed è il giorno di Siv, la nemesi. La conservatrice Erna Solberg e la leader del Partito del Progresso Siv Jensen sono i volti della destra norvegese che ieri ha vinto le prime elezioni politiche dalle stragi del 22 luglio 2011. Un voto che segna la fine della coalizione rosso-verde guidata da Jens Stoltenberg e che sdogana definitivamente la formazione anti-immigrati alla quale nel 1999 aderì l'autore del doppio attacco di due anni fa, Anders Behring Breivik che osserva dalla cella del carcere di massima sicurezza di Ila, il suo ghigno come una condanna su un Paese che vuole dimenticare. «Ho lavorato duro per dare ai conservatori una nuova piattaforma» dice Erna, l'inflessibile «Merkel del Nord» che ha incentrato il suo progetto su taglio delle tasse, innovazione, competitività e ha accettato il rischio di una pragmatica apertura ai populisti di Siv. Con tre quarti dei seggi scrutinati, il blocco di centro-destra formato da conservatori, Partito del Progresso, liberali e cristiano-democratici conquista una maggioranza di 96 seggi su 169. Nei prossimi giorni saranno da definire gli equilibri di una coalizione dalla quale, dichiara Solberg, non sarà più possibile escludere la formazione della Jensen. Non sarà facile per Erna, decisa a costruire «un ponte» tra il centro e la destra populista, concordare una strategia di governo con Siv. L'alleanza necessaria a battere il centro-sinistra dovrà superare divergenze inconciliabili emerse già prima del voto, ad esempio sui campi per richiedenti asilo proposti dal Partito del Progresso. L'ultima speranza per i laburisti, primo partito, è che i rivali non trovino un accordo.
Voto choc, la Norvegia vira a destraMalgrado quarant'anni di storia e un radicamento territoriale che ne fa una delle maggiori forze dell'arco politico norvegese, il Partito del Progresso era sempre stato tenuto fuori da coalizioni di governo per la sua identità troppo tagliata sulla difesa di un'originaria purezza culturale costruita su un mix di valori cristiani e umanitarismo. Negli anni la retorica di partito è scivolata su posizioni sempre più antimusulmane, fino al celebre discorso del 2009 nel quale la stessa Jensen metteva in guardia da un'islamizzazione strisciante. Toni che richiamano sinistramente i proclami affidati da Breivik al suo manifesto pubblicato poche ore prima di stroncare 77 vite nell'assalto al quartiere governativo di Oslo e al campo estivo della gioventù laburista sull'isola di Utoya. Un attacco pianificato per anni con l'obiettivo dichiarato di scuotere la classe dirigente e fermare le politiche multiculturaliste della sinistra che rischiavano di consegnare la Norvegia e l'Europa all'onda islamica. La preparazione dell'attentato cominciò nel 2002. Proprio quell'anno un ramo locale dell'organizzazione giovanile del Partito del Progresso scelse come presidente l'allora 23enne Breivik.

Dopo Utoya, il partito ha condannato senz'appello la peggiore strage sul suolo norvegese dalla Seconda guerra mondiale, rimosso i dirigenti più controversi, abbassato i toni sull'immigrazione e spostato il focus sulle riforme economiche e sul ridimensionamento del ruolo dello Stato. «Siamo un partito liberale» ripete Jensen, che ha sempre respinto l'etichetta di leader «populista», «a meno che populista non significhi risolvere i problemi quotidiani della popolazione«. Tra le sue proposte, la revisione della regola d'oro che stabilisce un tetto del 4% oltre il quale è proibito attingere al Fondo petrolifero sovrano da 750 miliardi di dollari, un limite per proteggere una ricchezza destinata alle generazioni future. Anche Erna Solberg ha puntato sul Fondo, proponendo di modificarne l'assetto amministrativo, curato sin dal 1996 da un ramo della Banca centrale norvegese: l'idea è assegnare settori diversi del Fondo a più soggetti, per favorire un management competitivo. Il nuovo governo sarà chiamato a un ripensamento complessivo di un sistema economico troppo dipendente dalle pur immense riserve petrolifere.
In lista con i laburisti, anche 33 sopravvissuti di Utoya che su quell'esperienza hanno fondato un rinnovato impegno politico, «la generazione 22 luglio».
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giovedì 5 settembre 2013

Pensioni choc in Polonia: il premier annuncia la nazionalizzazione di quelle private

da www.ilsole24ore.com


Donald Tusk (Afp)Donald Tusk (Afp)
E tre: dopo Argentina e Ungheria anche la Polonia decide di nazionalizzare la previdenza privata. L'obiettivo è analogo ai casi precedenti: ridurre il debito pubblico di otto punti percentuali dall'attuale 52,7% del Pil nazionale, scendendo così sotto la soglia del 50%. In questo caso la modalità identificata dal premier polacco Donald Tusk è quella di trasferire nelle casse dello Stato le obbligazioni detenute dai fondi pensione coperti da garanzia pubblica, in particolare obbligazioni sovrane, per un ammontare superiore ai 40 miliardi di euro. In Polonia l'adesione alla previdenza complementare è volontaria: a questi strumenti va il 2,92% della retribuzione dei lavoratori che chiedono di includere anche una parte privana nel proprio piano previdenziale. Quello di Varsavia è un sistema previdenziale "ibrido" con un veicolo pubblico (lo "Zus") e uno privato.
La mossa comporterà in sostanza il dimezzamento del patrimonio di questi strumenti - visto che i titoli di Stato ammontano al 51,5% degli "asset under management" dei fondi pensione -, riducendo in misura conseguente il ruolo della previdenza complementare nel sistema economico e finanziario della Polonia. L'altra metà del portafoglio dei fondi pensione è investita per buona parte in titoli quotati alla Borsa di Varsavia. Il Ministro delle Finanze polacco Jacek Rostowski ha annunciato alla stampa che prossimamente il governo modificherà la normativa che regola la disciplina di investimento dei fondi pensione, offrendo loro una maggiore possibilità di investire in titoli azionari.
Le critiche dei gestori e la difesa del Governo
L'annuncio ha ovviamente suscitato critiche da parte dell'associazione dei fondi pensione che hanno giudicato incostituzionale l'iniziativa dell'Esecutivo, in quanto la sostanziale annessione di asset non prevede alcuna forma di compensazione da parte dello Stato. Dure le dichiarazioni anche dei principali attori del sistema finanziario polacco: in particolare dalle società di gestione del risparmio, che amministrano i patrimonio affidati loro dai fondi pensione, da Ing ad Aviva, Axa, Generali e Allianz. Complessivamente il sistema della previdenza privata in Polonia pesa per quasi il 20% del Pil nazionale e la stesa Borsa di Varsavia vede i gestori di fondi pensione protagonisti degli scambi. L'indice principale polacco ha iniziato a scendere dopo l'annuncio del governo per chiudere la giornata a -2,6%. «Il peggio che ci si possa aspettare, una decisioen che potrebbe far chiudere la previdenza privata» ha commentato Rafal Benecki di Ing Bank Slaski. Da parte sua il Ministro delle Finanze Rostowski ha cercato di rasserenare gli animi anticipando una maggiore flessibilità nelle scelte di portafoglio dei fondi. L'annessione dei propri titoli obbligazionari, ha precisato, visto che fino a ieri il debito polacco «appariva superiore» rispetto alla realtà.
Può accadere anche in Italia?
Come detto la Polonia non è il primo paese che decide di annettere nelle casse pubbliche patrimoni previdenziali privati: le necessità di bilancio hanno portato ad analoghe misure il governo della presidente Cristina Kirchner nel 2008 e due anni il parlamento ungherese ha varato una riforma complessiva del sistema previdenziale che ha innalzato le aliquote contributive e incamerato i portafogli dei fondi pensione nel Fondo Pensionistico Nazionale, con una clamorosa inversione a U rispetto alla decisione di lanciare la previdenza privta, dieci anni prima. La possibilità di individuare forme per annettere al bilancio dello Stato parte se non tutto il patrimonio della previdenza privata, è stata occasione di ipotesi anche nei corridoi dei palazzi italiani: si va dall'annessione dei titoli di debito sovrani, come accaduto in Polonia, alla creazione di vincoli di portafoglio, passando dall'imposizione - per gli strumenti di primo pilastro - di una tassazione da strumento speculativo, non conforme con gli obiettivi previdenziali. Ipotesi respinte da una parte dall'effettivo ruolo della previdenza privata a supporto di una pubblica che progressivamente garantirà pensioni più basse, dall'altra dall'del un sistema.
I fondi pensione complementari italiani, in particolare, presentano costi particolarmente bassi se confrontati con quelli di analoghi strumenti europei e con rendimenti medi che negli ultimi otto anni - crisi compresa - hanno battuto quello dei Tfr, alternativo nelle scelte dei lavoratori italiani. Il fianco scoperto del sistema italiano di secondo pilastro è rappresentato dalla gestione prudente - che impedisce per esempio di investire in paesi considerati nel 1996, epoca della definizione del decreto che stabilisce i criteri di investimento - "rischiosi"; Cina, Brasile, Russia compresi; dall'altra l'alta esposizione in titoli di Stato in particolare italiani, per quasi 30 miliardi di euro: titolo il cui merito di credito è sceso complice i declassamenti delle agenzie di rating, tanto da spingere le autorità di vigilanza ad invitare a prendere "con le pinze" le indicazioni relativi alle soglie minime. E infine, oltre al "pericolo polacco", sono da considerare le condizioni fiscali dei fondi pensione: divenuti particolarmente convenienti negli ultimi due anni a causa dell'inasprimento dell'imposizione fiscale di altri strumenti utilizzati analogamente come forma di risparmio di lungo termine: da una parte il recentissimo decreto 102 che taglia le detrazione per le polizze Vita e dall'altra l'imposta definita dal decreto Salva Italia dello 0,15% sul totale affidata in gestione a fondi comuni, Etf, gestioni finanziarie.
Può accadere anche in Italia ciò che è accaduto in Polonia e prima in Argentina e Ungheria? I tecnici che in passato si sono eserictati con le ipotesi di cui sopra sanno che un'analoga "annessione" a quella polacca di titoli di Stato porterebbe nelle casse pubbliche solo 30 miliardi: poco se confrontato con gli oltre 90 miliardi di euro di interessi sul debito pagati da Repubblica italiana nel 2012 ai propri sottoscrittori di titoli di Stato. E soprattutto rispetto ai 120 miliardi di euro in asta da qui alla fine dell'anno: una nazionalizzazione verrebbe letta come un mossa disperata per far quadrare i conti, con conseguente impennata dei rendimenti dei Btp. E di conseguenza delle tasse dei contribuenti italiani.

lunedì 2 settembre 2013

Germania, pareggio Merkel-Steinbrueck nel dibattito in tv

da www.ilsole24ore.com

Angela Merkel e Peer Steinbrueck (Ap)Angela Merkel e Peer Steinbrueck (Ap)


FRANCOFORTE – Aveva bisogno di una vittoria convincente nel dibattito televisivo di ieri sera, il candidato socialdemocratico Peer Steinbrueck, per sperare di impedire la terza riconferma di Angela Merkel alla giida del Governo tedesco. Gli ultimi sondaggi del fine settimana danno la sua Spd im svantaggio di 16-17 punti sui democristiani del cancelliere.
Ha ottenuto tutt'al più un pareggio in un confronto che si è sviluppato su novanta minuti come una partita di calcio senza grandi sorprese. E senza gol. Era forse l'ultima occasione per Steinbrueck, a tre settimane esatte dal voto del 22 settembre. Ora il suo compito risulta quasi impossibile. La signora Merkel, che sfoggiava una collana di metallo con i colori della bandiera tedesca (oro, rosso e nero), ha giocato sulla difensiva, ricordando ai tedeschi che la conoscono bene e che gli ultimi quattro anni del suo governo sono stati «sensazionali», come ha detto con non poca esagerazione. Dalla sua, ha senz'altro il buon andamento dell'economia e la disoccupazione ai livelli minimi dalla riunificazione tedesca di vent'anni fa. Tanto che si è potuta addirittura permettere di riconoscere al governo socialdemocratico del suo predecessore, Gerhard Schroeder, i meriti delle riforme del mercato del lavoro.
Steinbrueck ha ribattuto che questo miracolo non è per tutti e che sette milioni di tedeschi vivono in condizioni economiche di precarietà. Ha rilanciato la sua proposta di tassare di più ricchi, una ricetta che il cancelliere ha prontamente respinto e che non piace all'elettorato, secondo i sondaggi d'opinione. Le divisioni maggiori sono emerse però sulla gestione della crisi dell'euro. Il caso Grecia è stato uno dei primi temi sollevati nel dibattito dai quattro moderatori, tre giornalisti e un conduttore di giochi a quiz, scelto per dar voce all'uomo della strada, in realtà apparso del tutto fuori posto.
Lo sfidante ha accusato il Governo di aver comminato «dosi mortali» di austerità ai Paesi dell'eurozona in difficoltà, aggravandone la recessione, e ha ricordato quando la Germania del Dopoguerra ebbe bisogno del piano Marshall americano per rimettersi in piedi, invocando un'azione simile per il Sud Europa, un'altra posizione che l'elettorato non pare condividere. La signora Merkel ha avuto buon gioco nel rammentare al suo concorrente e agli elettori che in Parlamento i socialdemocratici hanno votato a favore di tutte le decisioni sui salvataggi europei e comunque che fu del Governo Schroeder l'errore di ammettere la Grecia nella moneta unica. Anche nel resto dell'eurozona, ha detto il cancelliere, insistendo che continuerà a chiedere riforme ai Paesi debitori, ci sono ora segnali di ripresa. I due si sono trovati invece d'accordo nell'escludere un intervento militare tedesco in Siria.
Steinbrueck ha tenuto a bocciare l'ipotesi di una grande coalizione fra democristiani e socialdemocratici dopo il voto. Ipotesi che diventerebbe realtà se l'attuale partner di Governo della signora Merkel, i liberaldemocratici, che oscillano da settimane poco sopra il 5%, non riuscissero a superare questa soglia, che fa da sbarramento all'ingresso in Parlamento. Il cancelliere non ha invece chiuso la porta a un accordo con il principale partito d'opposizione, rammentando per ben tre volte a Steinbrueck, con una punta di malizia, che è stato il suo ministro delle Finanze nel suo primo Governo, fra il 2005 e il 2009. A questo punto, però, una grande coalizione escluderebbe la presenza di Steinbrueck stesso, che le ultime carte se l'è giocate ieri sera. Qualche sondaggio subito dopo la conclusione della trasmissione, apparsa in contemporanea su 4 delle principali reti tv, lo ha trovato più convincente, ma la signora Merkel è risultata più "in sintonia" con il pubblico. Si è trattato dell'unico dibattito fra i due leader nella breve, e noiosa, campagna elettorale tedesca. Stasera si confronteranno, in una sorta di serie B, i rappresentanti dei partiti minori.