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venerdì 31 maggio 2013

Francoforte, sfila la protesta di Blockupy. Bloccate le strade di accesso alla Bce

da www.repubblica.it

Migliaia di militanti del movimento anticapitalista occupano le strade di accesso al distretto finanziario della città, per impedire ai funzionari delle istituzioni di raggiungere il loro posto di lavoro. Schierata la polizia in assetto antisommossa. A parte qualche sassaiola, le autorità definiscono la protesta fin qui "pacifica"

FRANCOFORTE - Migliaia di militanti del movimento anticapitalista "Blockupy" hanno bloccato l'accesso alla sede della Banca Centrale Europea a Francoforte per protestare contro le misure di austerità imposte nella gestione della crisi del debito pubblico.

Esibendo slogan del tipo "L'Umanità prima del Profitto", i manifestanti hanno marciato sotto la pioggia, arrivando infine a occupare tutte le strade che conducono al distretto finanziario della città, inclusa quella che porta al quartier generale della Deutsche Bank. La folla, stimata dalla polizia attorno alle 2500 unità, si è infine trovata di fronte alle transenne erette dalla polizia, schierata in assetto antisommossa e spalleggiata da camion dotati di cannoni ad acqua ed elicotteri. Secondo la polizia, i dimostranti hanno lanciato sassi e c'è stato qualche tafferuglio, ma ha definito la protesta fin qui "pacifica".

Il movimento "Blockupy" è nato in Europa come emulazione del più famoso "Occupy Wall Street", protagonista della protesta nel 2011. "Il nostro obiettivo", ha spiegato il portavoce Martin Sommer, "è semplice: bloccare le normali attività (della Bce, ndr)". Ad esempio, ha aggiunto Sommer, impedendo agli impiegati delle strutture finanziarie di raggiungere il loro posto di lavoro, come sta accadendo oggi a Francoforte.

mercoledì 29 maggio 2013

Svizzera apre sul segreto bancario. Accordo con gli Stati Uniti sullo scambio di informazioni

da www.ilsole24ore.com


Il primo passo ufficiale per la caduta o almeno l'attenuazione del segreto bancario c'è stato. La Svizzera ha annunciato di aver raggiunto un accordo con gli Stati Uniti per lo scambio di informazioni sui fondi depositati presso gli istituti di credito elvetici e non dichiarati al Fisco statunitensi. Ad annunciarlo è stato il ministro delle Finanze di Berna, Evelinen Widmer-Schlumpf. Il Governo ha presentato al Parlamento un progetto di legge, che potrebbe essere approavto già nelle prossime settimane, per fissare una base di partenza con cui le banche della Confederazione potranno risolvere le dispute con l'amministrazione finanziaria degli Stati Uniti. In pratica, un via libera a un patteggiamento plurimiliardario: le prime stime valutano, infatti, in 10 miliardi di dollari (poco più di 7,7 miliardi di euro) la somma che le banche svizzere dovranno pagare per chiudere le vertenze aperte.
Niente dati dei clienti
Un'offerta unilaterale quella arrivata da Washignton che il Governo svizzero non ha potuto negoziare allineandosi completamente alle richieste arrivate dagli Stati Uniti. Il ministro non ha fornito dettagli sul calcolo delle ammende che le banche svizzere, chiamate a decidere se aderire o meno all'intesa, dovranno pagare anche se ha precisato che la Svizzera non pagherà nulla.
La legge limitata a un anno dovrebbe entrare in vigore subito dopo la discussione alle Camere. La proposta di legge autorizza le banche a fornire alle autorità statunitensi «informazioni concernenti relazioni d'affari con soggetti statunitensi e dati su persone coinvolte negli affari statunitensi delle banche in questione». L'autorizzazione - precisa la nota ufficiale diffusa dal Governo svizzero - non comprende i dati di clienti e le informazioni sul conto. La pubblicazione di questi ultimi è possibile solo nel quadro di una procedura di assistenza amministrativa sulla base di una convenzione per evitare le doppie imposizioni.

Il governo chiederà al Parlamento di adottare rapidamente la proposta. L'urgenza è motivata «dall'indisponibilità degli Usa ad attendere ulteriormente una regolarizzazione del passato delle banche svizzere». Inoltre se le banche non venissero autorizzate alla collaborazione con le autorità statunitensi, non sarebbe da escludere l'apertura di altre inchieste penali o azioni nei confronti di istituti bancari.
L'Ubs, la più grande banca svizzera, è stato il primo istituto di credito finito nel mirino della giustizia statunitense. Nel 2009 è stata anche condannata a pagare di 780 milioni di dollari per aver aiutato contribuenti statunitensi a non pagare le tasse e a rilevare i nomi di circa 4mila clienti. Il problema, però, si è esteso e sono diventate almeno 13 le banche svizzere sotto osservazione degli Usa.
Gli altri passi avanti
L'accordo rappresenta un passo avanti sulla via della progressiva attenuazione del segreto bancario. Nelle scorse settimane erano già circolate voci su una possibile decisione da parte delle banche elvetiche di rivedere le norme a protezione delle informazioni top secret sui conti stranieri nella Confederazione. Il quotidiano Les Temps aveva anticipato, per esempio, che si stava ragionando sull'apertura dei depositi alla richiesta di informazioni da parte delle autorità fiscali di Paesi stranieri anche perché il sistema degli accordi bilaterali già siglato si starebbe rivelando troppo costoso.
Anche l'Unione europea, a maggior ragione dopo il vertice di Bruxelles della scorsa settimana, sta spingendo molto per arrivare a uno scambio di informazioni bancarie con la Svizzera e con i Paesi (anche all'interno dell'Unione) ancora arroccati a difesa del segreto, come Austria e Lussemburgo.
La politica degli Stati Uniti
Gli Stati Uniti stanno lavorando da tempo per stringere accordi di collaborazione con altri Paesi europei per facilitare il passaggio di informazioni sui contribuenti Usa che hanno dati all'estero. Italia, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito hanno sottoscritto un accordo con Washignton per lo scambio dei dati in base alle regole Fatca. La sigla sta per «Foreign account tax compliance act» ed è la legge voluta dall'amministrazione Obama nel 2010 per contrastare l'evasione fiscale tramite società offshore e paradisi fiscali. Il pacchetto di regole, che entrerà in vigore con diversi step dal 1° gennaio 2014, permetterà alle autorità Usa di raccogliere informazioni sui conti bancari, gli investimenti e i redditi dei cittadini americani all'estero.

martedì 28 maggio 2013

Londra (in cerca di soldi) ora vuole privatizzare anche la giustizia

da www.ilsole24ore.com


(Corbis)(Corbis)
LONDRA - Privatizzare i tribunali di Inghilterra e Galles, ribaltando il sistema statale che é in vigore dai tempi della Magna Carta. Questa l'intenzione del ministro della Giustizia Chris Grayling, che farebbe risparmiare oltre un miliardo di sterline all'anno al suo ministero.
Secondo lo scoop di stamattina del quotidiano The Times, a partire da quest'autunno la rete di tribunali diventerebbe un ente commerciale come tanti altri, libero dai controlli e vincoli statali. Gli utili sarebbero garantiti da un utilizzo piú efficiente delle strutture e soprattutto dall'aumento dei costi delle cause, soprattutto per i litiganti ricchi, con salvaguardie previste per i meno abbienti. Il ministero della Giustizia avrebbe anche intenzione di incoraggiare il settore privato, in particolare gli hedge fund, a investire promettendo rendimenti elevati. Un "Royal Charter" stabilirebbe le regole che i privati devono rispettare per garantire l'indipendenza e la buona gestione dei tribunali.
Il "Courts and Tribunals Service" ha 650 filiali e impiega 21mila persone, e Grayling lo ha messo prima della lista per le riforme imposte dal Governo alla ricerca di risparmi. Il ministro deve ridurre il suo budget di 2,5 miliardi di sterline prima delle prossime elezioni e sta quindi facendo di tutto per individuare i settori dove é possibile tagliare ulteriormente i costi. Negli ultimi due anni oltre 100 tribunali considerati non essenziali sono stati chiusi e gli edifici venduti.
Il ministero della Giustizia peró ha smentito stamani la notizia del Times, dicendo che non si tratta di una privatizzazione ma di una serie di misure mirate ad aumentare l'efficienza del sistema e ridurre i costi. «Abbiamo sempre detto che siamo decisi ad avere un sistema piú efficace ed efficiente e che migliora il servizio per le vittime e per i testimoni», ha detto un portavoce del ministero. «Le proposte che stiamo prendendo in considerazione non prevedono la privatizzazione completa dei tribunali. Ci impegniamo a mantenere un'amministrazione seria, rigida e indipendente della giustizia».
Stamani il cancelliere dello Scacchiere George Osborne ha confermato che il ministero della Giustizia é uno dei sette dipartimenti di Stato che hanno accettato tagli ulteriori del 10% del budget per quest'anno. Le trattative con alcuni ministeri, come Difesa e Interni, sono invece piú difficili perché i ministri ritengono impossibile attuare altri risparmi senza mettere a rischio l'efficienza dei servizi.

lunedì 27 maggio 2013

Meglio l'Ucraina di Yulia?

da www.lastampa.it

27/05/2013
La pacifica Europa (Oslo, dicembre 2012) 
Un leader europeo semina realpolitik. "Possiamo perdere Kiev per salvare il suo ex leader?". L'Ue sta rispondendo: "No, non possiamo". Imminente l'accordo sul partenariato commerciale,,


Tempi di Realpolitk a Bruxelles. L’Unione europea è intenzionata ad avanzare col negoziato per la definizione dell’accordo di partenariato commerciale con l’Ucraina, nonostante le notizie preoccupanti a proposito del rispetto dei diritti umani e la detenzione in condizioni dubbie dell’ex premier Yulia Timoshenko. La circostanza solleva parecchi brusii, ma in città c’è chi afferma l’ineluttabilità della mossa.

“Il problema è molto complicato – dice sotto promessa di anonimato un capo di stato e di governo dell’Unione -. Tutto in realtà dipende dal tipo di approccio di Putin, che è aggressivo con Kiev, vuole almeno una cooperazione molto rafforzata. L’Ucraina si trova così a metà strada fra noi e Mosca. L’incognita sta nel fatto che è tentata da tutte e due le opzioni perché non ha ancora in sé l’istinto democratico che si è costruito nell’Ue in tutti questi anni.

“Per questo sarebbe un errore interrompere le trattative da parte europea. Vedo che Putin sta facendo di tutto perché è questo succeda. Non dobbiamo cadere nella trappola. Un singolo caso non può farci perdere l’Ucraina.

“L’atteggiamento nei confronti della Timoshenko è frutto della voglia di vendetta. Purtroppo è normale in certi sistemi politici. E non possiamo essere nemmeno certi che lei non avrebbe fatto lo stesso se fosse al potere invece che in prigione.

“Ho vistato Yulia. E’ fondamentale che riceva un equo trattamento. Dobbiamo esercitare continua pressione perché questo accada. Ma se ne facciamo la ragione di uno stop del dialogo con Kiev, vuol dirle perderli col rischio di non recuperarli più.

“Detto questo, una volta avviata la parte formale della trattativa per l’intesa commerciale, ci saranno altri due-tre anni in cui avremmo mille occasioni per ricordare a Kiev cos’è la democrazia. Salveremo Yulia, alla fine. Ma l’Ucraina è più importante di un suo ex leader”.
 
background.
 
16.05.2012. (Ansa)  Segnale di apertura di Bruxelles nei confronti di Kiev. La Commissione europea ha avviato oggi la procedura necessaria per essere ''tecnicamente pronta per una possibile firma'' dell'accordo di associazione Ue-Ucraina, che include un'intesa sull'area di libero scambio, in occasione del prossimo summit con i Paesi partner dell'Est a Vilnius, previsto a novembre.
La firma dell'accordo, che rafforzerebbe le relazioni politiche ed economiche fra le due parti, rimane vincolata alle condizioni definite dal vertice Ue di dicembre scorso, cioe' una dimostrazione da parte delle autorita' ucraine di determinate azioni e progressi tangibili in materia di regole elettorali, giustizia selettiva e di riforme generali. A monitorare eventuali sviluppi concreti da parte del governo di Kiev e a riferire poi agli Stati membri sono la Commissione europea e il servizio diplomatico dell'Ue.
''Spetta ora alle autorita' ucraine affrontare le questioni pendenti per consentire la firma dell'accordo, che costituirebbe un passo avanti storico per le relazioni fra Ue e Ucraina'' afferma oggi l'esecutivo europeo. I negoziati fra Bruxelles e Kiev sull'accordo di associazione sono terminati nel 2011 e il 30 marzo del 2012 i capo-negoziatori delle due parti hanno siglato il testo. 

domenica 19 maggio 2013

La proposta rivoluzionaria di Hollande all'Europa

da www.repubblica.it

la Repubblica, 19 maggio 2013

di EUGENIO SCALFARI

Riformisti o rivoluzionari? Questa domanda sta al centro del problema italiano ed europeo, ma può essere declinata in molti altri modi. Per esempio: socialisti o liberali? Progressisti o moderati? Di destra o di sinistra? Innovatori o conservatori? Sostenitori dei diritti o anche dei doveri?

Spaccare la società in due è quasi sempre una semplificazione e semplificare i problemi complessi è quasi sempre un errore. Senza dire che bisogna analizzare con attenzione il significato delle parole. Se restiamo alla prima domanda che tutte le riassume, arriviamo alla conclusione che spesso una riforma fatta come le condizioni concrete richiedono può rappresentare una svolta radicale e quindi una rivoluzione; mentre accade altrettanto spesso che una rivoluzione che abbatta tutta l'architettura sociale preesistente spesso sbocca nel suo contrario, cioè in una dittatura.

Ma applichiamo questa griglia di domande all'Europa di oggi e all'Italia chiamando in soccorso anche qualche esperienza storica che possa aiutarci a capire il presente col ricordo di un passato analogo e quindi attuale.

La moneta unica europea è stata una riforma rivoluzionaria: ha reso impossibili le svalutazioni delle monete nazionali come strumento di competitività, ha unificato il tasso del cambio estero per una popolazione di oltre 300 milioni di persone, ha consentito un mercato libero per le persone, le merci e i capitali.

Un'altra riforma rivoluzionaria è stata quella del servizio sanitario nazionale. Un'altra

ancora quella della scuola dell'obbligo. Una quarta il divieto di licenziamento senza giusta causa, una quinta il riconoscimento di pari diritti tra uomo e donna, una sesta quella delle pari opportunità e cioè della lotta contro le diseguaglianze nelle posizioni di partenza. Infine ultima della serie la tutela della libera concorrenza sul mercato degli scambi economici.

È pur vero che alcune di queste conquiste, tutte avvenute nel mezzo secolo trascorso dopo la fine della guerra, sono state in parte vanificate o deformate da interessi precostituiti che ne hanno impedito o limitato la piena realizzazione. Ed è altrettanto vero che nuove esigenze, nuovi bisogni e nuove tecnologie sono nel frattempo emersi rendendo necessari ulteriori mutamenti che spesso sono mancati. La necessità di una continua manutenzione e di mutamenti successivi è una dinamica indispensabile senza la quale le riforme effettuate si trasformano in uno stato di fatto che non progredisce ma invecchia. Il riformismo correttamente inteso coincide con l'innovazione, se diventa consuetudine cessa di esistere.

Purtroppo l'Europa e gli Stati che ne fanno parte versano in questa condizione. Il dinamismo delle riforme è cessato da almeno 20 anni e forse più. Perciò molti invocano la rivoluzione e rimproverano i riformisti di essersi addormentati. Ma che cos'è la rivoluzione quando è sganciata dal riformismo ed anzi gli si oppone?

* * *

La rivoluzione che si oppone al riformismo di solito si ispira all'utopia. I rivoluzionari utopisti si propongono la distruzione dell'esistente, non il suo ammodernamento. Perciò usano il "senza se e senza ma" e dicono di no a tutto. Nove volte su dieci finiscono in una dittatura.

Nel suo libro appena uscito col titolo "E se noi domani - L'Italia e la sinistra che vorrei" Walter Veltroni ricorda e concorda su una frase che Piero Calamandrei pronunciò in un ampio discorso da lui tenuto all'Assemblea costituente il 5 settembre 1946. La frase è questa: "Le dittature sorgono non dai governi che governano e che durano, ma dall'impossibilità di governare dei governi democratici".

Veltroni ricorda anche che l'ultimo governo democratico governante fu quello dell'Ulivo presieduto da Romano Prodi dal '96 al '98. Dopo di allora i governi arrancarono e dal 2001 al novembre del 2011 furono gestiti dal populismo berlusconiano con la breve parentesi del biennio prodiano 2006-2008 che registrò il penoso spettacolo d'una coalizione che andava da Mastella a Bertinotti e un solo voto di maggioranza al Senato.
Per fortuna - aggiunge Veltroni - si susseguirono al Quirinale Scalfaro, Ciampi e Napolitano che sono stati i migliori presidenti della Repubblica che l'Italia abbia avuto ed hanno supplito alle terribili carenze del sistema.
Concordo pienamente con questi giudizi e con la necessità d'un profondo mutamento dei partiti e della società. Siamo percossi da una terribile crisi economica e sociale e in Italia ma anche in Europa da uno smarrimento della pubblica opinione. E siamo schiacciati da due populismi contrapposti e dalla crisi profonda del partito che ha la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera e quella relativa al Senato, ma non è in grado di risollevarsi dalla crisi che l'ha atterrato.

Quanto all'Europa, versa anch'essa in condizioni che dire drammatiche è dir poco: una marea di disoccupati, una recessione che ha colpito quasi tutti i Paesi che la compongono, una politica economica profondamente sbagliata, una politica bancaria in fase di stallo, una lentezza decisionale che aggrava i malanni e vanifica le incerte terapie.

Questa è la situazione. Ci sono speranze di riportarla sulla giusta rotta?

* * *

La speranza (lo dico con le parole di Calamandrei) è un governo che governi e che duri. Quello di Enrico Letta è nato per necessità e si regge su una maggioranza anomala e rissosa ma, allo stato dei fatti, senza alternative. Grillo non è un'alternativa e i suoi voti, quand'anche saltassero ancora in avanti (ma i sondaggi attuali lo danno al 23 per cento) da soli non bastano. Dal bacino elettorale di Berlusconi non succhia più, anzi sta avvenendo il contrario: è Berlusconi che si sta riprendendo i voti dei delusi che erano emigrati dal Pdl verso l'astensione o verso Grillo.

I cinque stelle continuano invece ad affascinare i giovani di sinistra, i delusi del Pd, i sognatori della palingenesi, quelli che sono rimasti schifati dall'apparato chiuso e correntizio d'un partito che nel 2008 si era presentato come una sorta di partito d'azione moderno, aperto, che avrebbe dovuto plasmare una società civile forte e porsi al suo servizio.

Su questi delusi i cinque stelle esercitano la loro tentazione che però ha un punto debole: non esprimono nulla che sia di sinistra, né di quella tradizionale né di quella che pensa in termini di cultura moderna. Ce ne sono ancora nel Pd e molti, ma non pare che abbiano voce o almeno non abbastanza, capace di rovesciare gli equilibri malsani che ancora dominano quel partito.

Un Pd moderato non corrisponde alla sua genesi e soprattutto non riempirebbe alcun vuoto, al contrario ne aprirebbe uno a sinistra con conseguenze letali nel quadro italiano ed europeo.

Il Pd può avere, dovrebbe avere, i voti dei liberali, che non sono affatto moderati nel senso conservatore del termine. Nelle democrazie mature i liberali sono sempre stati alleati della sinistra riformatrice, è sempre stato così dovunque, in Inghilterra, in Usa, in Francia, in Germania, in Spagna. Ed anche in Italia, nei rari momenti di democrazia vincente. Rari, perché una parte rilevante di italiani non ama lo Stato, lo considera estraneo se non addirittura nemico e soggiace alle lusinghe della demagogia e del populismo. Predomina in loro un elemento anarcoide ed un'indifferenza verso la politica che porta inevitabilmente verso forme a volte nascoste e a volte palesi di dittatura.

Questo è il dramma italiano, un risvolto del quale, certamente non marginale, estende l'antipatia verso lo Stato nazionale ad un'analoga antipatia verso l'ipotesi di uno Stato europeo. Da questo punto di vista il populismo berlusconiano coincide con il populismo grillino: lo Stato italiano, per quel che poco che esiste, dev'essere raso al suolo e lo Stato federale europeo non deve nascere. Quel tanto che esiste dell'uno e dell'altro dev'essere completamente abbattuto. Poi, sulle loro ceneri, si potrà forse edificare il nuovo. Ma se li interroghi sul come distruggerli e come ricostruirli, riceverai come risposta una scrollata di spalle e un generico "si vedrà".

* * *

Non è così che si costruisce il futuro dell'Europa e quello dell'Italia che le è strettamente legato. Da questo punto di vista giovedì scorso è avvenuto un fatto nuovo di straordinaria importanza: il presidente francese Hollande per la prima volta nella storia politica della Francia ha abbandonato la posizione tradizionale del suo paese di scetticismo e di ostile distacco verso un'Europa federata ed ha chiesto in modo perentorio la nascita entro il 2015 d'un governo unitario europeo con un bilancio comune, un debito pubblico sovrano comune, una politica economica, estera e di difesa comuni, un sistema bancario ed una Banca centrale con i poteri di tutte le Banche centrali dei paesi sovrani.

Non era mai accaduto prima, la Francia era anzi vista come un ostacolo insuperabile a questa evoluzione, imposta ormai dall'esistenza d'una società mondiale globale. Il progetto di Hollande prevede anche l'elezione del presidente dell'Europa col voto diretto dell'intero popolo europeo.

Il governo spagnolo si è già dichiarato pronto a sostenere la proposta francese. Il nostro presidente del Consiglio Enrico Letta aveva anch'egli sostenuto per primo questa necessità ma non aveva fissato date. Hollande ha rotto gli indugi: due anni di tempo e se gli altri paesi europei (la Germania soprattutto perché a lei è rivolto il messaggio di Hollande) non saranno d'accordo, la Francia andrà avanti con chi ci sta.
I partiti italiani finora non si sono fatti sentire; i giornali hanno riportato la notizia ma senza rilevarne la novità e la fondamentale importanza. Questa sì, sarebbe una rivoluzione: un governo ed un presidente eletto di uno Stato europeo fra due anni. Le elezioni tedesche che avranno luogo in autunno dovranno cimentarsi soprattutto su questo tema e così pure quelle italiane quando avverranno e le elezioni europee che si svolgeranno interamente su questi temi. La messa in comune dei debiti sovrani nazionali fu, non a caso, il primo passo della Confederazione americana verso la Federazione.

Il futuro si può costruire soltanto così e soltanto così può rinascere la speranza nel cuore degli europei e degli italiani.

«L'Europa federale? Ora o mai più»

da www.ilcorriere.it

L'intervista Il ministro degli Esteri rilancia il progetto di integrazione «LEGGERA»

Bonino: «Berlino chiede un'unione politica. Prendiamola in parola. Come ha fatto Hollande in Francia»

ROMA - «Prendo molto sul serio l'apertura di François Hollande. Quali che siano le ragioni che l'hanno ispirata, per la prima volta Parigi segnala la disponibilità a una rivisitazione dell'Europa che mi fa molto piacere, perché fino a poco tempo fa era tabù anche solo parlare di modifiche ai Trattati. È ovvio che le cose ipotizzate dal presidente francese presuppongano per lo meno una revisione dei patti esistenti. Ma se si ammette il bisogno di una riconsiderazione complessiva delle istituzioni e delle politiche, allora si apre lo spazio per discutere se vogliamo un'Europa intergovernativa, come temo Hollande abbia ancora in testa, oppure se ne vogliamo una federale».
Anche da ministro degli Esteri, Emma Bonino non dissimula il suo codice genetico «radicale, spinelliano e federalista», riproponendo quella posizione ostinatamente tenuta per tanti anni in minoranza, insieme a un minuscolo drappello di visionari dell'Europa. «È una posizione storicamente mia - dice nella prima intervista concessa dal suo insediamento alla Farnesina - ma è anche quella dell'Italia, visto che di Stati Uniti d'Europa ha parlato il presidente Enrico Letta al momento della fiducia».
Emma BoninoEmma Bonino
Giuliano Amato dice affettuosamente che lei è «sempre troppo avanti coi tempi». Il rilancio dell'Europa federale è stato il tema conduttore del suo esordio alla guida della diplomazia. In Parlamento e poi all'Università europea, lei ha parlato della necessità di «un nuovo spartito», indicando il federalismo come uno dei temi centrali della prossima presidenza italiana della Ue nella seconda metà del 2014. Non rischia di essere una fuga in avanti?
«No, se si riconosce che l'Europa sia in una situazione insostenibile. Prendiamo l'esempio dell'Unione bancaria, decisa più di un anno fa. Ancora non ci siamo, perché la governance non funziona e quindi non possono funzionarne le politiche. Il tempo non è elemento marginale: una cosa che va bene ora, non funzionerà tra 5 anni quando il mondo sarà andato da un'altra parte. La tesi secondo cui austerità e tagli da soli avrebbero portato alla crescita, a trattati vigenti viene smentita da tutte le parti. Avere i conti a posto è importante e in Italia lo abbiamo fatto, anche grazie al governo Monti. Ma i costi economici sono alti (per tutti, compresa prossimamente la Germania) e a questi si aggiungono quelli politici, perché assistiamo allo sviluppo di populismi ed euroscetticismi che assumono dimensioni preoccupanti, trasformandosi poi in nazionalismo e razzismo, da cui la nostra Storia ci mette in guardia». Ma perché l'opzione intergovernativa non funzionerebbe?
«Perché a forza di andare avanti sulla strada dell'Europa delle patrie, si distruggono pure le patrie. Non riesci neppure a governare una crisi relativamente piccola come quella di Cipro. Sono federalista per convinzione e non conosco altro sistema istituzionale al mondo in grado di tenere insieme in democrazia, Stato di diritto e diversità 500 milioni di persone di lingue e storie diverse. E non è una cosa esotica, lo abbiamo vicino, in Germania, dove funziona. Non è pensabile cedere ulteriori competenze senza una accountability democratica, senza che il presidente sia eletto, senza che il Parlamento europeo, magari integrato da quelli nazionali, possa votare la sfiducia. Non esiste una capacità di bilancio e imposizione fiscale senza risvolto del controllo democratico, che fra l'altro non è limitato solo all'aspetto economico».
Cosa vuol dire?
«Che esiste nell'Europa attuale anche uno spread di diritti civili. Per esempio sul tema delle carceri e della giustizia in Italia, o della democrazia costituzionale in Ungheria. Non esistono cioè strumenti seri di correzione. Abbiamo criteri economici forti per entrare nella Ue, meccanismi di monitoraggio efficaci: procedure d'infrazione, multe, eccetera. Mentre sulla parte democratica ci sono criteri forti per l'ingresso, ma una volta dentro un Paese può cambiare la Costituzione eliminando la divisione dei poteri senza che accada nulla come è il caso a Budapest. Oppure si può essere come l'Italia, dove pare che il diritto alla difesa non esista più, perché un processo che dura 10 anni non è più tale».
Dove ha sbandato il progetto d'integrazione?
«Si è fossilizzato sulla moneta unica. Ci siamo fermati, aiutati dal fatto che l'euro, checché se ne dica, è stato un successo strepitoso, perfino in questo sistema imperfetto, al punto che ci si è dimenticati di andare avanti con le altre parti finché siamo sprofondati nella crisi. La moneta unica aveva una governance da bel tempo, con la tempesta non ha retto più».
Francois HollandeFrancois Hollande
Si è perso però anche il principio di solidarietà, la ragione per cui si è insieme...
«In realtà non abbiamo mai dovuto praticarlo sul serio, perché non siamo mai stati messi veramente alla prova: bastavano i fondi di coesione e le altre voci del bilancio. Questa è la prima grande crisi e l'incapacità di dare risposte fa passare il rifiuto della solidarietà dai governi ai cittadini. Popper ci ha insegnato che in crisi ognuno si rivolge all'autorità più vicina per trovare una soluzione. Per tre anni abbiamo preso misure appena sufficienti a non esplodere: troppo poco e troppo tardi. La verità è che solo un grande progetto di rilancio a tutti i livelli può appassionare qualcuno. Non credo sia più possibile rimettere insieme l'Europa con i piccoli passi. La bizzarria fantastica è che l'Europa continui a essere un magnete di attrazione per tutti i popoli non europei». Qual è oggi l'argomento forte del bisogno d'Europa?
«Nessuno di noi da solo ha le risorse o l'economia di scala per riuscire a garantirsi un futuro per le proprie generazioni. La visione opposta è quella autarchica e nazionalista, la tentazione di chiudere tutto che poi diventa razzista e fomentatrice di guerre. Insieme siamo più forti sul piano economico e democratico».
Il ministro delle Finanze tedesco Schäuble dice che bisogna modificare i trattati anche solo per l'Unione bancaria. È d'accordo?
«Secondo me non vale la pena. Non è vero che le piccole riforme siano più digeribili da un certo tipo di Paesi. Comunque molti di loro sono obbligati a sottoporle a referendum. E la gente non si rinnamorerà dell'Europa se gli dici che facciamo l'Unione bancaria. Già era difficile innamorarsi di una moneta. Ci sono però cose che toccano molto di più l'immaginario popolare. Non mi stanco per esempio di chiedere cosa ce ne facciamo di 27 eserciti nazionali. Sono 250 miliardi di euro. Abbiamo 2 milioni di persone sotto le armi, nude, cioè non equipaggiate. Tant'è vero che ogni operazione di peacekeeping diventa un dramma: equipaggiamenti, standard diversi, sistemi d'arma diversi, in Libia dopo dieci giorni eravamo senza munizioni. Oppure le infrastrutture, la ricerca».
È la sua idea della Federazione leggera?
«Sì, con un bilancio di appena il 5% del Pil europeo: mettere in comune 4 o 5 settori, nulla a che vedere col Superstato. Il resto lo lasciamo alla sussidiarietà. Non dobbiamo diventare assolutamente omogenei. A differenza della mia amica Ulrike Guérot, secondo cui l'Europa non si fa perché non ci si mette d'accordo se è meglio pasteggiare a vino o a birra, penso che la nostra ricchezza siano proprio la birra e il vino di ognuno dei nostri Paesi. Insieme dobbiamo fare solo le cose che contano: esteri, difesa, sicurezza, fiscalità, tesoro, ricerca, infrastrutture e ci metto anche l'immigrazione. Le cifre più prudenti dicono che l'Europa avrà bisogno di 50 milioni di immigrati entro il 2050».
In che modo il governo italiano dovrà muoversi per far sì che questa apertura francese non sia lasciata cadere? «Il punto è capire quanta disponibilità ci sia. Boutade a fini interni o meno come qualcuno dice, penso che sia quel tipo di seme che una volta gettato assume vita propria. A noi tocca curarlo, metterci l'acqua, un po' di concime. Se c'è un accordo di massima, sia pure con resistenze comprensibili, questa dovrà diventare l'agenda dei viaggi del presidente del Consiglio, del ministro degli Esteri e di quello del Tesoro. Dobbiamo attivarci in tutti i forum. Così potremo preparare un diverso tipo di elezione europea, con le grandi famiglie politiche che indichino il loro candidato alla presidenza della Commissione, dei commissari e del presidente del Consiglio, avere un diverso dibattito in grado di coinvolgere ed entusiasmare la gente».
E la Germania, uscirà dalla cautela imposta dalle elezioni?«Capisco che la campagna elettorale abbia una sua dinamica e imponga le sue regole. Ma al netto di questo, Berlino ha sempre detto nessuna mutualizzazione del debito se non c'è cessione di sovranità. Prendiamo la Germania in parola. Se è un bluff andiamo a vederlo».

mercoledì 15 maggio 2013

Francia ufficialmente in recessione: Pil -0,2% nel primo trimestre

da www.ilsole24ore.com

PARIGI - La Francia è ufficialmente in recessione. Lo ha sentenziato l'Insée nell'annunciare che il primo trimestre si è chiuso con una flessione del Pil pari allo 0,2%, dopo un calo della stessa entità registrato nell'ultima parte del 2012. Si tratta della terza caduta nell'ultimo anno, visto che il secondo trimestre del 2012 era già in arretramento sempre dello 0,2 per cento.
Certo, anche il dato tedesco (un timido + 0,1% rispetto a un atteso +0,3% stando al consensus degli economisti) dimostra che la congiuntura è molto difficile e quindi non c'è nulla di cui stupirsi. Ma per Parigi, che inizia questo 2013 con un dato acquisito negativo dello 0,3%, diventa sempre più improbabile rispettare l'obiettivo di un Pil in crescita dello 0,1% quest'anno, come invece è scritto nel piano pluriennale di stabilità appena presentato. Di conseguenza, si allontana il target di un deficit al 2,9% del Pil, come previsto dal Governo. Sembrano alquanto più realistiche – e forse persino ottimistiche – le stime della Commissione, che immagina per la Francia un 2013 con un Pil in calo dello 0,1% e un deficit al 4,2 per cento.
Dalle rilevazioni del primo trimestre arrivano anche altre brutte notizie: i consumi delle famiglie sono scesi dello 0,1% e la domanda interna complessiva ha contribuito per -0,1% alla formazione del Pil; le esportazioni sono diminuite dello 0,5% e il saldo esterno negativo ha pesato per -0,2%; gli investimenti delle imprese hanno continuato ad arretrare (-0,8% dopo -0,7% nell'ultima parte del 2012).

martedì 14 maggio 2013

Primi spiragli per la Grecia Fitch alza il rating di Atene

da www.repubblica.it

L'agenzia statunitense rivede da "CCC" a "B-" il voto sul debito ellenico: "Si notano chiari progressi
nell'eliminare il doppio deficit, fiscale e corrente e la svalutazione interna ha iniziato a prendere piede"

di ETTORE LIVINI MILANO - "Grexit" addio. Atene prova ad archiviare il rischio d'addio all'euro e vara le prove generali della "Grecovery", quel rilancio che il paese attende con ansia dopo cinque anni di crisi che hanno messo in ginocchio l'economia nazionale. Siamo, ovvio, solo ai primi passi. La disoccupazione viaggia nella stratosfera del 27%, quella giovanile è arrivata al 62%. Ma i timidi segnali di ripresa sul fronte del bilancio pubblico sono stati premiati da un primo importante riconoscimento: Fitch ha alzato il rating sul debito ellenico da "CCC" a "B-".

I commenti dell'agenzia di rating sono confortanti: "Si intravedono chiari progressi nell'eliminare il doppio deficit, fiscale e corrente - scrive in una nota - e la svalutazione interna ha iniziato a prendere piede". A farne le spese è finora la gente comune, che nel nome della produttività e dell'austerity alla tedesca si è vista tagliare stipendi e pensioni del 25%. I conti però iniziano a tornare: i primi tre mesi dell'anno si sono chiusi per Atene con un primo avanzo primario, la ricapitalizzazione delle banche è stata completata, l'Europa ha sbloccato proprio oggi due nuove tranche di prestiti da 7,5 miliardi e Bruxelles per la prima volta ha rivisto in meglio (si fa per dire) le sue previsioni sul pil 2013, con un ribasso ridimensionato dal - 4,8% al -4,4%. Prima di Fitch, anche Morgan Stanley aveva riacceso un faro sulla Grecia consigliando l'acquisto di bond ellenici. Il rendimento sui decennali è già sceso in un anno dal 29% al 10%.

"Abbiamo svoltato - ha detto nei giorni scorsi sfidando la scaramanzia il ministro alle finanze Yannis Stournaras -. Dal 2014 l'economia tornerà a crescere e noi potremo provare a tornare sui mercati". La ripresa "si farà sentire tra poco anche nella vita di tutti i giorni" ha promesso il titolare del Tesoro.  Ci contano soprattutto i greci. La crisi ha cancellato un quarto della ricchezza nazionale, quasi 3,4 milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà. Ed entro fine 2015 il governo taglierà altri 15mila posti nel settore pubblico. Le speranze di rilancio sono affidate soprattutto al turismo: le prenotazioni per le vacanze nell'Egeo sono in aumento quest'anno del 25%. E non a caso ad aprile le assunzioni in Grecia - secondo i dati del ministero del lavoro - hanno superato di 20mila unità i licenziamenti.
(14 maggio 2013)

lunedì 13 maggio 2013

In Bulgaria rivince Boiko Borisov, l'ex «sindaco sceriffo» di Sofia, ma il Governo è un rebus

da www.ilsole24ore.com


Boiko Borisov (Reuters)Boiko Borisov (Reuters)
Il Paese più povero dell'Unione Europea sfoga la sua frustrazione con un voto che rischia di aggravare lo stallo politico in cui si trova da mesi. Con il 96% delle schede scrutinate in Bulgaria, al primo posto si trova Gerb, il partito di centro-destra fondato dal premier uscente Boiko Borisov. L'ex guardia del corpo diventato molto popolare per le sue maniere da «duro» e la promessa di fare piazza pulita della corruzione ha ottenuto il 30,7% dei voti, davanti ai socialisti con il 27% e al partito della minoranza turca con il 10,6%.
Senza maggioranza
Un successo insperato se si pensa che l'ex sindaco di Sofia si era dimesso in febbraio dopo una serie di proteste popolari contro la corruzione e le politiche di austerity, un movimento di massa che non si vedeva dagli anni Novanta. Il risultato però, oltre a essere nettamente inferiore al 39,7% ottenuto nelle precedenti elezioni del 2009, rischia di non essere sufficiente a formare una maggioranza solida in Parlamento. Tutte le altre maggiori forze politiche infatti hanno escluso l'ipotesi di alleanze con Gerb, che a questo punto potrebbe puntare su un Governo di minoranza, magari con il sostegno di Attack, il partito di estrema destra giunto quarto con il 7,4% dei consensi.
Il Paese più povero della Ue
La Bulgaria è andata alle urne in un clima di disillusione. L'affluenza del 53%, la più bassa dalla caduta del comunismo, è stata addirittura salutata con soddisfazione perché le previsioni erano anche peggiori. L'ingresso nella Ue all'inizio del 2007 aveva dato grandi speranze ai bulgari e aveva anche portato benefici come un aumento del potere d'acquisto e l'arrivo di investitori esteri. I progressi tuttavia sono stati troppo lenti e si sono interrotti con la crisi economica degli ultimi anni, che ha costretto la Bulgaria a sacrifici e misure impopolari. Il risultato è che oggi il reddito pro capite della Bulgaria è pari a meno della metà della media Ue e inferiore anche a quello della Turchia, mentre la disoccupazione è risalita al 12,6%, quasi il doppio della vicina Romania.
Risanamento a caro prezzo
A poco serve per consolare la popolazione il fatto che la situazione della finanza pubblica sia una delle migliori d'Europa. Il Governo Borisov ha infatti portato il rapporto deficit-Pil quasi in pareggio e il debito pubblico al livello più basso d'Europa dopo l'Estonia (18,5%). Il problema è che il risanamento di bilancio ha soffocato la crescita, con un Pil in aumento dello «zero virgola» sia nel 2012 che nel 2013. Troppo poco per un Paese che deve recuperare un enorme divario di ricchezza nei confronti del resto d'Europa.
Stallo politico
Così, tra accuse di brogli (la procura ha trovato 350mila schede elettorali stampate in modo irregolare) e tensioni politiche, l'uomo forte della Bulgaria Boiko Borisov si è chiuso in un silenzio eloquente. È stato l'unico leader a non tenere una conferenza stampa per commentare i risultati e tutti gli analisti concordano nel ritenerlo sempre più isolato. Teoricamente Borisov potrebbe avere i numeri per formare una coalizione con il partito anti-europeo Attack, così come i socialisti con il partito turco. In entrambi i casi tuttavia si preannuncia un quadro politico all'insegna dell'instabilità.

giovedì 9 maggio 2013

Kerry: «Nessun ruolo per Assad»

da www.ilsole24ore.com


ROMA
Una tragedia, quella della Siria, «durata già troppo a lungo» per usare le parole del ministro degli Esteri italiano, Emma Bonino, che si interseca pericolosamente con il processo di pace israelo-palestinese e che richiede immediate risposte politiche più che militari a cominciare da una nuova conferenza di pace, una Ginevra 2 (dopo quella dell'estate scorsa in cui fu raggiunta l'intesa per un governo transitorio). Le autorità italiane concordano su questo punto con il capo della diplomazia americana John Kerry, amico dell'Italia e molto vicino all'ambasciatore Usa David Thorne, tanto da trasformare Roma, negli ultimi due giorni, in un crocevia diplomatico per la crisi siriana e per il processo di pace.
Mercoledì Kerry ha incontrato a Villa Taverna il ministro della Giustizia israeliana e negoziatore per il processo di pace, Tzipi Livni e il ministro degli Esteri giordano, Nasser Judeh. Secondo Kerry occorre un'accelerazione sul processo di pace perché «i tentativi vanno avanti da oltre 30 anni e quando c'è un vuoto succedono cose che ostacolano la pace». In particolare Kerry (dopo l'incontro nella mattina con il premier Enrico Letta e poi con il ministro Bonino) ritiene che vadano evitati atti unilaterali come gli annunci di nuovi insediamenti che possono portare a strumentalizzazioni pericolose. Anche gli israeliani, a quanto avrebbe detto la Livni, sono consapevoli che il tempo stringe e che se non ci saranno novità entro giugno la situazione è destinata a peggiorare.
Sulla Siria, Kerry è grato alla Russia per la sua volontà nel tentare di organizzare una Ginevra 2 ma, allo stesso tempo, avverte Mosca che la fornitura di missili terra-aria S-300 è «potenzialmente destabilizzante» perché potrebbe minacciare la sicurezza di Israele. Inoltre, secondo Kerry, se il processo di riconciliazione fallisse si rafforzeranno gli estremisti con il rischio «che le armi chimiche possano finire nelle mani sbagliate».
Anche la Siria, con un comunicato, si dice fiduciosa che la posizione negoziale russa, basata sulla carta dell'Onu e sul diritto internazionale, possa avere successo ma il segretario di Stato Usa chiarisce da Roma che in ogni caso Bashar al-Assad non potrà far parte di un governo transitorio. Kerry conferma anche che gli Stati Uniti metteranno a disposizione altri 100 milioni di dollari in aiuti alla Siria veicolati attraverso l'Unhcr e le agenzie Onu per venire incontro all'emergenza umanitaria dei profughi siriani che hanno trovato rifugio in Giordania. Un aiuto umanitario al quale partecipa anche l'Italia e l'Europa come ha ricordato la Bonino. «Vedremo - ha aggiunto - se sarà possibile aumentare l'assistenza ai milioni di profughi per una crisi umanitaria ormai inaccettabile». Anche perché, per la nuova titolare della Farnesina, se non si fa presto c'è un rischio di contagio della crisi siriana all'intera regione.
Nell'incontro con il premier Letta, Kerry sottolinea il ruolo cruciale dell'Italia per la stabilità del Medio Oriente (specie in Libia) e si dice «impaziente» di collaborare con il nuovo Governo italiano che sta attuando riforme importanti. Da parte sua il premier spiega che il Governo sta lavorando per dare risposte concrete al dramma della disoccupazione giovanile e spera di ottenere il via libera di Bruxelles a queste misure già a giugno. Insieme Letta e Kerry sono d'accordo per muoversi rapidamente verso l'area di libero scambio Usa-Ue.

La Slovenia vende 15 imprese pubbliche, alza l'Iva dal 20 al 22% per evitare la richiesta di aiuto

da www.ilsole24ore.com


Il primo ministro, Alenka Bratusek - AfpIl primo ministro, Alenka Bratusek - Afp
È l'ultimo tentativo per evitare la bancarotta e diventare il sesto paese dell'eurozona a dover chiedere aiuto ai partner europei e all'Fmi. La Slovenia ha annunciato di vendere 15 società statali tra cui la Nova KBM Bank, la seconda banca del paese, la Telekom Slovenia, il più grande operatore di telecomunicazioni, l'Adria Airways, la compagnia aerea nazionale e l'aeroporto di Lubiana; tutto nell'ambito di un pacchetto anti-crisi per evitare un salvataggio internazionale.
Il primo ministro, Alenka Bratusek, ha detto che l'aliquota dell'Iva salirà dal 20% al 22% da luglio, e che il governo è ancora in trattativa con i sindacati su ulteriori tagli alle retribuzioni del settore pubblico attraverso una tassa di "crisi" temporanea su tutti i salari. Lubiana ha previsto che il deficit di bilancio dovrebbe salire al 7,8% del Pil quest'anno, ma che spera di ridurlo al 3,3% nel 2014.
Il ministro delle Finanze, Uros Cufer, ha annunciato che il pacchetto di misure di austerity si tradurrà in un risparmio totale di circa 1 miliardo di euro tra tagli alla spesa pubblica e maggiori entrate.
Il pacchetto, che entro breve sarà presentato a Bruxelles, ha l'obiettivo di rafforzare le finanze pubbliche della Slovenia, in recessione, e di ricapitalizzare il sistema bancario, il vero bubbone del paese, con sofferenze bancarie di 7 miliardi di euro pari al 20% del Pil. L'esecutivo stima che le banche pubbliche abbiano bisogno di un'iniezione di liquidità di 1,3 miliardi di euro, pari al 3,7% del Pil, che porterebbe il deficit pubblico di quest'anno al 7,8% del Pil.
Se il programma annunciato dalla premier Alenka Bratusek non convincerà Bruxelles, il piccolo Paese alpino dei Balcani potrebbe diventare il sesto membro dell'eurozona a dover chiedere un salvataggio, dopo Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Cipro.
Ma al di là dei provvedimenti che verranno promessi da Lubiana, resta da vedere se Bratusek, premier solo da sei settimane, riuscirà ad assicurarsi il sostegno dei vari partiti politici e la non belligeranza dei sindacati.
Le banche in difficoltà.
Le banche soffono: i soldi sono stati immessi nell'economia reale, che però ora va male, crea debiti inesigibili (i crediti in soffrenza sono pari al 14,4% del totale ma nelle prime maggiori banche locali le sofferenze sono pari al 20,5% di tutti i prestiti e rispetto ai prestiti alle aziende la percentuale sale al 33%). Queste sofferenze non consentono alle banche, quasi tutte pubbliche (tre sulle prime 4 sono statali), di restituire i prestiti ai creditori internazionali. Così è lo Stato a ballare con i rendimenti sui titoli biennali che vanno sull'ottovolante fino a toccare il 7%, sebbene l'ultima asta in dollari sia stata, nonstante il downgrade di Fitch, un successo. Il problema di fondo è che fino a quando l'economia tirava tutto andava bene, ora che il Pil frena le banche soffrono.
A guardare bene questa ennesima crisi è diversa da tutte le cinque precedenti, spiega un analista locale: è un mix di fattori: 1) prestiti eccessivi di banche statali, oggi tutte in perdita, fatti ai dirigenti delle ex aziende pubbliche privatizzate, diventati imprenditori con il Management o il Levareged Buy Out, che ora però non riescono a restituire i troppi soldi presi in prestito perché confidavano in profitti stellari e fatturati in ascesa; 2) l'immancabile bolla immobiliare che ha fatto fallire la Vegrad e la STC, le maggiori aziende immobiliari del settore; 3) prestiti (che hanno toccato il 137% dei depositi finanziando la quota in eccesso con altri prestiti internazionali interbancari) concessi ad aziende slovene che hanno tentato la conquista nei Balcani, dove invece, hanno preso, come in Serbia, una sonora sconfitta; 4) settori in crisi come l'automotive, l'immobiliare praticamente fermo e grandi nomi del commercio al dettaglio che pagano solo gli interessi sul debito.
La Banca centrale ha esortato il nuovo governo di centro sinistra del primo ministro Alenka Bratusek, insediatosi il 20 marzo, a ripredere il progetto di una bad bank per un esborso di 4 miliardi, di cui 1 per ricapitalizzare le banche, consolidare le finanze pubbliche, privatizzare le banche statali e le imprese.
La partita resta per ora aperta, ma un solo errore o una divisione politica potrebbe essere fatale.

lunedì 6 maggio 2013

Germania, arrestata a 93 anni una delle guardie di Auschwitz

da www.repubblica.it

La procura di Stoccarda gli ha notificato un ordine d'arresto con l'accusa formale di complicità negli omicidi commessi nel campo di sterminio polacco. Si tratterebbe di Hans Lipschis, il ricercato numero 4 della lista del Centro Wiesenthal. L'identificazione grazie alle ricerche di alcuni giornalisti

BERLINO - La polizia tedesca ha arrestato un uomo di s93 anni accusato di essere stato uno dei guardiani del campo di concentramento nazista di Auschwitz. I magistrati del Baden-Wuerttemberg hanno riferito che l'uomo ha lavorato fra l'autunno del 1941 e l'arrivo delle truppe sovietiche nel 1945 nel campo polacco dove venne messa in pratica la 'soluzione finale' dei nazisti nei confronti degli ebrei.

Entro i prossimi due mesi, ha spiegato la procuratrice Claudia Krauth, l'uomo sarà incriminato per complicità in omicidio per le vittime decedute durante la detenzione nel campo di sterminio. L'identità dell'arrestato non è stata resa nota, ma Krauth non ha smentito che si tratti di Hans Lipschis, al quarto posto nella lista dei dieci criminali nazisti ancora in vita più ricercati dal centro Simon Wiesenthal.

Solo recentemente alcuni giornalisti avevano scoperto che il presunto ex nazista viveva tranquillamente in Germania da oltre trent'anni. Il sospettato, giudicato da un medico sufficientemente in salute per la carcerazione, si trova ora in custodia cautelare. L'uomo è stato prelevato direttamente dalla sua abitazione, perquisita dagli inquirenti.

È morto Giulio Andreotti: aveva 94 anni Funerali privati, camera ardente in casa

da www.repubblica.it

Il senatore a vita, sette volte presidente del Consiglio, è morto a Roma, nella sua casa. I funerali si terranno domani pomeriggio e non sarà una cerimonia di Stato

GIULIO ANDREOTTI si è spento oggi nella sua abitazione romana alle 12 e 25. Il 'Divo Giulio' aveva 94 anni, essendo nato il 14 gennaio del 1919. Politico longevissimo, sulla scena politica da più tempo della regina Elisabetta. Sette volte presidente del consiglio, Andreotti è stato uno dei principali esponenti della Democrazia cristiana e tra i protagonisti della vita politica italiana nella seconda metà del secolo scorso. E' sempre stato presente dal 1945 in poi nelle assemblee legislative italiane: dalla consulta nazionale all'Assemblea costituente, e poi nel Parlamento italiano dal 1948, come deputato fino al 1991, e successivamente come senatore a vita. Andreotti è stato anche giornalista e scrittore.

Domani, secondo quanto si apprende da fonti vicine al Quirinale, si svolgeranno i funerali. Secondo fonti vicine alla famiglia non ci saranno esequie di Stato ma probabilmente una funzione privata nella chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, vicino alla residenza del senatore a vita. La camera ardente si aprirà questo pomeriggio, allestita nello studio della sua casa in corso Vittorio Emanuele, nel centro di Roma. Potranno rendere l'ultimo saluto al politico amici, colleghi e chi lo conosceva.

sabato 4 maggio 2013

Euroscettici inglesi al 25%

da www.ilsole24ore.com


LONDRA. Dal nostro corrispondente
Saranno anche «un po' matti», saranno anche «razzisti in incognito», ma i candidati dell'Ukip, United Kingdom Independence Party sbancano, con una performance elettorale che va oltre le aspettative. Tanto da costringere il premier David Cameron, piuttosto severo nel giudizio sopra riportato, a una revisione totale del proprio pensiero. «Dobbiamo rispettare gli elettori che hanno deciso di votare per questo partito», ha detto ieri abbozzando dinnanzi a un crollo del consenso che su base nazionale sfiora il 10 per cento.
Sono elezioni amministrative e quindi ininfluenti per i destini dell'esecutivo britannico, ma sono espresse su un vasto campione nazionale e seguono elezioni suppletive che confermano il trend. A spoglio sostanzialmente ultimato il partito eurofobico e vagamente xenofobo di Nigel Farage ha conquistato più di cento consiglieri comunali e di contea divenendo opposizione ufficiale in Lincolnshire, un'ondata che se calcolata con un'estrapolazione statistica gli assegna il 25% dei voti. Non solo. Nelle by election di South Shields per eleggere il deputato chiamato a sostituire il laburista David Miliband, Ukip è il secondo partito alle spalle del Labour che giocava in una roccaforte. Hanno dimostrato soprattutto di avere un forte radicamento sul territorio e una straordinaria capacità di mobilitazione. I meriti gli sono stati riconosciuti anche da Ed Miliband, leader laburista che ha guadagnato 200 consiglieri in più della precedente votazione in linea con un trend che premia l'opposizione nel cosiddetto mid-term blues, quell'andazzo di metà mandato che concentra contro le forze al governo il malcontento popolare.
Quello di ieri non può però essere liquidato come semplice voto di protesta. Almeno non quello per i colori viola dell'Ukip. Nigel Farage è riuscito ad accreditarsi come l'avanguardia più credibile nella "lotta" britannica contro l'Unione europea da cui chiede l'immediata uscita negoziando eventuali spazi particolari sugli aspetti più delicati del mercato interno. Un programma populista e soprattutto irrealista perché le condizioni vagheggiate dagli indipendentisti non sarebbero mai accettabili per Bruxelles. Lo scenario che l'Ukip prospetta è, in ultima istanza, quello di un distacco totale e il consenso che raccoglie dimostra quanto sia radicato il furore antieuropeo nel Regno di Elisabetta.
Ad alimentare uno scetticismo endemico è stata la crisi dell'euro che ha spiazzato anche Cameron, costretto a rincorrere la piattaforma di Nigel Farage per trattenere elettori in fuga. Da questo voto seguirà un ulteriore irrigidimento del partito conservatore verso Bruxelles, al punto che già si parla ufficialmente di lanciare il referendum sulla partecipazione all'Ue con tempi e modalità ancor più stringenti di quelli fino ad ora immaginati. A protezione di David Cameron rimane solo il sistema elettorale in vigore per le politiche. Il maggioritario secco uninominale impone il forte concentramento di voti in ogni singolo collegio, una dinamica che all'Ukip è sempre mancata. Fino ad ora, almeno.
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In corsa da 20 anni
INDIPENDENZA
Lo Uk Independence Party, nato venti anni fa, a cominciare dal proprio nome (Partito dell'Indipendenza del Regno Unito) ha puntato su un programma semplice e chiaro: far uscire la Gran Bretagna dall'Unione europea. Messaggio a cui si sono poi aggiunte le campagne per contrastare l'immigrazione e i matrimoni tra persone dello stesso sesso
LE ORIGINI
Il partito oggi guidato da Nigel Farage è stato fondato il 3 settembre 1993 alla London School of Economics da membri della Anti-federalist League, che a sua volta era stata fondata nel novembre 1991 da Alan Sked con l'obiettivo di sostenere candidati contrari al Trattato di Maastricht alle elezioni politiche del 1992

IL MAGGIORITARIO
A livello nazionale il sistema del maggioritario secco ha per tutti questi anni frustrato le speranze di exploit per gli euroscettici, che infatti non hanno rappresentanti a Westminster. Nel 2006 Nigel Farage ha preso le redini del partito promettendo, forte delle sue capacità di comunicatore, di riuscire a trasformarlo «in un partito veramente rappresentativo». I risultati di ieri, ancora tutti da confermare nel voto nazionale, sembrano dargli ragione.