Il mio blog principale: http://mikelogulhi.blogspot.com
Il blog centrale in italiano (dove puoi vedere, a destra, quali sono gli ultimi blog in italiano aggiornati): http://ilmondofuturo.blogspot.com

martedì 26 febbraio 2013

Elezioni 2013, Bersani apre a M5S. Grillo: "Modello Sicilia è meraviglioso" Napolitano: "Sono assolutamente sereno"

da www.repubblica.it


Attesa per i risultati delle regionali. Il centrosinistra peggio delle attese, ma ottiene il premio alla Camera: avrà il 55% dei seggi. Al Senato Bersani avanti per tre seggi. Nel pomeriggio rompe il silenzio e ammette la sconfitta. Grillo: "Non sono contro il mondo". "Andrò io da Napolitano". E: "Al Quirinale voglio Dario Fo". Ma il premio Nobel risponde: "Sono troppo vecchio". Napolitano: "Aspetto le riflessioni dei partiti"

Le discussioni per trovare accordi per un possibile governo sono incominciate fin dal primo mattino. Il primo a intervenire è stato il leader del Pdl Silvio Berlusconi (Vd) che sembra aprire a una grande coalizione: "Tutti con grande responsabilità dovremo riflettere, questa Italia non può non essere governata". Ma il Pd dice 'No' al Cavaliere e fa sapere di essere al lavoro a una proposta di governo che si rivolge a tutto il parlamento ma in primo luogo al Movimento Cinque stelle. "Diciamo no ad un governo Pd-Pdl. E' necessario un governo per il cambiamento. Cercheremo in Parlamento una maggioranza per fare le riforme", fa sapere Anna Finocchiaro. "Grillo è il vero vincitore delle elezioni. Non basteranno alleanze posticce", commenta Nichi Vendola, leader di Sel. A fine mattinata arriva un commento del leader del M5S: "Noi non siamo contro il mondo. Vedremo riforma per riforma, legge su legge. Se ci sono proposte che rientrano nel nostro programma, le valuteremo". E aggiunge: "Andrò io alle consultazioni con Napolitano" (Vd). E dichiara che gli piacerebbe "Dario Fo al Quirinale".

Ma in serata l'ottantaseienne premio Nobel declina l'offerta: "Io presidente? Servono forze inaudite. E' una cosa assurda ma bella. Io non ho le possibilità fisiché e psichiche per sostenere un ruolo del genere".

L'attuale inquilino del Quirinale, intanto, non commenta i risultati del voto ma "aspetta le riflessioni dei partiti". "Io non sono chiamato a commentare i risultati elettorali -dice Giorgio Napolitano da Monaco di Baviera - sono chiamato ad attendere che ciascuna forza politica, in piena legittimità e autonomia, faccia le sue riflessioni, che poi mi verranno prospettate e solo allora trarrò le conclusioni". E aggiunge: "Sono assolutamente sereno".

L'Italia si è risvegliata, il giorno dopo le elezioni, senza una maggioranza al Senato. La fine dello spoglio ha sancito quello che le proiezioni davano per scontato ormai dal pomeriggio di ieri: a Palazzo Madama non si capisce chi possa ottenere i voti per un governo stabile. Il centrosinistra ha 120 senatori, il centrodestra 117, il boom di Grillo garantisce 54 eletti al Movimento 5 Stelle, i centristi di Scelta civica per Monti si fermano a un misero 18. A questi vanno aggiunti, altrettanto ininfluenti, 6 senatori eletti all'estero e 4 senatori a vita (uno è Monti), che diventeranno 5 quando scadrà il mandato di Napolitano e lui siederà sullo scranno dedicato agli ex presidenti. Il centrosinistra ottiene il premio alla Camera: avrà il 55% dei seggi.

LA CRONACA MULTIMEDIALE DELLO SPOGLIO

Più definita la situazione alla Camera, dove la vittoria di misura della coalizione Pd-Sel (124mila voti più di Pdl-Lega) assegna al centrosinistra una maggioranza di 340 deputati. Quanto alle elezioni regionali, nel Lazio si profila ormai la netta vittoria di Nicola Zingaretti, avanti di 11 punti rispetto al candidato del centrodestra Francesco Storace. In Lombardia Roberto Maroni sopravanza di cinque punti Umberto Ambrosoli e dedica la sua vittoria al Capo della Polizia, Antonio Manganelli, ancora in ospedale per un ematoma celebrale. Nel Molise è in vantaggio il candidato del centrosinistra Paolo Frattura.

Nel pomeriggio Pierluigi Bersani rompe il silenzio e, parlando in conferenza stampapresso la sala stampa del Pd all'Acquario Romano, ammette la sostanziale sconfitta: "Noi non abbiamo vinto anche se siamo arrivati primi. Chi non riesce a garantire la governabilità al suo paese non può dire di aver vinto le elezioni. Sono deluso ma non lascio la nave". In serata Beppe Grillo sembra aprire al centrosinistra: "Il modello Sicilia è meraviglioso", dice in un'intervista a La7.

Anche l'Ue esprime fiducia nella democrazia italiana. La cancelliera tedesca Angela Merkel commenta i risultati elettorali con parole di speranza: "L'Italia troverà la sua strada".

In serata Angelino Alfano ribadisce l'indisponibilità del Pdl a qualunque accordo con Grillo. E dice di non comprendere Bersani: "Parla in politichese, non si capisce quale sia la sua proposta". 

venerdì 22 febbraio 2013

Sanzioni all'Iran, gli Stati Uniti «richiamano» la Bce

da www.ilsole24ore.com


FRANCOFORTE. Dal nostro corrispondente
Gli Stati Uniti cercano di stringere le maglie delle sanzioni all'Iran, coinvolgendo la Banca centrale europea. La mossa rischia però di compromettere quello che finora è stato un fronte unito fra Europa e Usa nell'adottare restrizioni contro il regime di Teheran.
Una proposta di legge che potrebbe essere presentata al Congresso la prossima settimana, sostenuta da parlamentari sia repubblicani che democratici, punta a chiedere alla Bce di impedire che banche e società iraniane utilizzino Target2, il sistema di pagamenti cross-border dell'istituto di Francoforte. Le sanzioni già imposte dagli Usa infatti hanno pressoché bloccato la possibilità di entità iraniane di svolgere attività di pagamento, legate all'esportazione di petrolio, in dollari. L'Iran riuscirebbe invece tuttora a completare transazioni in euro, usando il sistema Target2, seppure in modo indiretto, utilizzando importanti somme accumulate in euro prima dell'introduzione delle sanzioni e detenute all'estero. Questi euro vengono scambiati, secondo i proponenti della nuova legislazione negli Stati Uniti, con le valute locali nei Paesi con i quali Teheran continua a fare affari. Secondo fonti del Congresso, la proposta di legge prevederebbe sanzioni contro le istituzioni finanziarie che conducono operazioni su Target2, il cui beneficiario finale sono entità iraniane.
La Bce ha replicato che non ha poteri di introdurre sanzioni proprie, ma solo di applicare quelle decise dall'Unione europea e lo sta già facendo. Inoltre, ha precisato che nessuna transazione illecita passa attraverso Target2.
L'iniziativa americana fa seguito a un'analoga mossa dello scorso anno quando una proposta di legge in Congresso che minacciava sanzioni contro la Swift, il sistema interbancario di pagamenti, ha portato all'esclusione delle banche iraniane dal network.
Il caso della Bce tuttavia è diverso: si tratta infatti di una istituzione europea soggetta alla legislazione della Ue. Ogni tentativo degli Usa di interferire rischierebbe di provocare una reazione a Bruxelles e di incrinare l'unità d'azione transatlantica contro l'Iran.

venerdì 15 febbraio 2013

Il vecchio paese degli spiccioli

da www.repubblica.it

di BARBARA SPINELLI
È un'Europa vecchia e svuotata, quella che ha visto i suoi leader accordarsi su un bilancio striminzito, figlio di dogmi rigoristi pieni di sonno, emanazione di un'Unione dove gli interessi degli Stati duellano senza produrre neanche l'ombra di un interesse generale.

È un'Europa rattrappita ("il mondo è divenuto così malvagio, che gli scriccioli predano dove le aquile non osano appollaiarsi", come in Shakespeare), e non a caso il rigetto nelle sue genti cresce. Il conciliabolo tra i finti suoi sovrani non poteva che finire così. Per la prima volta nella storia dell'Unione è prevista una diminuzione delle risorse comuni, come se la crisi semplicemente non ci fosse: un taglio di 34 miliardi di euro, rispetto al bilancio previsionale 2007-2013, e come tetto invalicabile meno dell'1 per cento della ricchezza prodotta. Questo chiedeva l'inglese Cameron, complice la Merkel e alcuni paesi nordici, e l'ha ottenuto: il Guardian registra il suo trionfo. Inutile tacciare di infantilismo chi, come Bersani, si adira. Le cifre parlano chiaro, i fatti hanno più forza delle propagande elettorali.

Sono cifre e fatti che hanno ormai una storia, una genealogia. Fino a quando l'Europa sarà una Confederazione di Stati abbarbicati a sovranità assolute (maschere utili in campagna elettorale, ma pur sempre maschere) le grandi scelte saranno intergovernative, dunque unanimi, e l'intesa difficilmente oserà vere scommesse sul futuro. La Confederazione, diceva Ernest Rossi, è fumo senza arrosto. Non è affare dottrinale, scegliere l'arrosto della Federazione. Se la crisi del debito ha lambito con tanta furia l'Unione e la sua moneta, dalla fine del 2009, è a causa di quest'architettura imprecisa, ignara dell'interesse generale, mantenuta in vita non solo da Stati potenti ma anche dai piccoli che esistono gonfiando le proprie taglie.

Cifre e fatti parlano da soli, per chi voglia esplorare le radici autentiche dei mali presenti. L'Europa non sta peggio degli Stati Uniti, né del Giappone. Se nella zona euro il debito inghiotte l'88 per cento della ricchezza prodotta, ben più alto è quello americano, giapponese: fino all'anno scorso, rispettivamente il 100% e il 226% del Pil. Ma nei due paesi non è in gioco, ogni volta, la vita o la morte della moneta, o della federazione, o dello Stato. In Europa invece sì, e questo vuol dire che la sua crisi è politica prima che economica. Dietro yen e dollaro ci sono Stati centrali che magari allarmano i mercati, ma non trasformano questi ultimi in padroni assoluti.

Dietro il dollaro, c'è un bilancio federale che copre il 22,8 per cento del Pil: capace non solo di annunciare ma di realizzare politiche di sostegno, in congiunzione con una Banca centrale sicura di avere di fronte a sé un interlocutore politico. L'1 per cento fissato come limite insormontabile nell'Unione, nessuno lo dice ma è una beffa. Non solo pesa pochissimo sui cittadini (si calcola che il costo è di 70 centesimi al giorno: più o meno un caffè al bar ogni mattina. Il 2 per cento reclamato dai più arditi costerebbe un caffè e cornetto). Neanche politicamente può funzionare, se permane il metodo, anch'esso datato, dei contributi versati dagli Stati: quando c'è crisi, è fatale che i negoziati degenerino nelle fiere della taccagneria che sono i vertici intergovernativi.

Occorre che l'Unione acquisisca un potere impositivo proprio, come Washington o Tokyo. Che l'Europa chieda direttamente al cittadino di finanziare l'avventura, perché solo in tal modo rende il secondo partecipe, e la prima appetibile e controllabile. È così che le democrazie nascono e diventano indipendenti, attive nel mondo: legando indissolubilmente tassazione e rappresentanza parlamentare. L'alternativa c'è e si chiama "giusto ritorno": lo reclamò negli anni '80 Margaret Thatcher, ed è oggi vizio ben condiviso.

Lo vediamo da anni: ogni capo di governo esige di ridurre i propri contributi o di ricevere in cambio giuste restituzioni, come se l'Europa non trascendesse mai la somma dei Ventisette. Quando il capo torna a casa dai conciliaboli ha in mano un trionfo personale, e un fallimento europeo. È il caso di Monti. Nella sostanza, venerdì, ha venduto per un piatto di lenticchie la linea più audace che pure gli era stata chiesta dal Parlamento: bloccare, minacciando il veto, un bilancio decurtato che condanna l'Europa all'irrilevanza. È per non perdere questo potere euforizzante ma sterile, che gli Stati s'ostinano a non affidare all'Unione poteri autonomi di imposizione: le tasse sulle transazioni finanziarie (Tobin tax) e l'imposta sulle emissioni di anidride carbonica (carbon tax), finita nei dimenticatoi nonostante l'effetto benefico che essa potrebbe avere su uno sviluppo diverso, meno inquinante per il clima.

Bastano le frasi ipocrite che suggellano i vertici (l'ultimo comunicato assicura che "il bilancio, guardando il futuro, ci farà uscire dalla crisi", e "dovrà essere un catalizzatore per la crescita e l'occupazione in tutta Europa") per svegliarci dal sonno dei dogmi. Merkel e Monti dicono che le elezioni nazionali non c'entrano, ma non è affatto vero. È per fingersi in patria sovrani possenti che difendono accordi fatti per screditare e abbassare l'Europa. Tra le righe fanno capire che un giorno si potranno correggere le cose: dopo le elezioni tedesche, comunque.

Ma i deputati europei hanno il potere e il diritto di reagire subito, e già lo fanno. Sorretti dal Presidente Martin Schulz, i capi dei principali gruppi del Parlamento (Daul del Ppe, il socialista Swoboda, il liberale Verhofstadt, i Verdi Cohn-Bendit e Harms) lo dicono in un comunicato: l'accordo "non rafforzerà ma indebolirà la competitività dell'economia europea, e non è nell'interesse prioritario dei cittadini europei". Non deve passare un "bilancio basato esclusivamente su priorità del passato", indifferente a promesse del futuro come ricerca, energie alternative, trasporti: "Non accetteremo un bilancio di austerità per sette anni".

Perché l'accordo sia bocciato dal Parlamento europeo, non c'è bisogno di aspettare le elezioni tedesche né una nuova Costituzione europea, anche se l'urgenza di quest'ultima è massima. Fin d'ora, la legge è inequivocabile: il bilancio pluriennale è deliberato all'unanimità dal Consiglio dei ministri "previa approvazione del Parlamento europeo", prescrive l'articolo 312 del Trattato di Lisbona.

Questo significa che noi cittadini possiamo esigere dal nostro Parlamento a Strasburgo che voti contro l'accordo (e che nelle elezioni europee del 2014 dia battaglia sul bilancio). E possiamo chiedere ai governi di fare meglio quei "compiti a casa" che sono loro assegnati dai cittadini oltre che dalla Bce, e non concernono solo il rigore contabile casalingo ma gli investimenti dell'Unione e al contempo la sua visione d'un mondo in mutazione.

Non è detto che Schulz, meno coraggioso del previsto, abbia l'ardire di dire No. Vale la pena incalzarlo, e ricordargli l'appello personale che gli rivolse Helmut Schmidt, al congresso socialdemocratico del dicembre 2011: che promuovesse, appena eletto presidente dell'Assemblea, un'"insurrezione del Parlamento europeo" contro la sudditanza dei governi ai mercati. Essenzialmente, è quello che ha scritto su questo giornale Ulrich Beck, il 25 novembre 2012, sulla rabbia dei popoli contro l'Unione e le sue trojke. La questione sociale è diventata una questione non più nazionale ma europea, e "per il futuro sarà decisivo che questa convinzione si affermi. In effetti, se i movimenti di protesta prendessero a cuore l'imperativo cosmopolitico, cioè cooperassero in tutta Europa al di là delle frontiere e si impegnassero assieme non per meno Europa, ma per un'altra Europa, si creerebbe una nuova situazione". Una situazione che Beck chiama Primavera europea.
(15 febbraio 2013)

lunedì 4 febbraio 2013

Europa, settimana decisiva per il bilancio 2014-20. Ecco le posizioni in campo

da www.ilsole24ore.com


Settimana decisiva, quella che si apre oggi, per il bilancio dell'Unione europea per il periodo 2014-2020. Un bilancio che l'Italia vuole sia orientato alla crescita e per il quale i negoziati si preannunciano "difficili", come hanno messo in guardia la cancelliera tedesca Angela Merkel ed il presidente francese Francois Hollande. Impegnati in queste ore, assieme al premier Mario Monti ed al primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, in una serie di incontri bilaterali preparatori in vista del summit, il primo di questo 2013, sotto presidenza irlandese.
"Auspico che un accordo venga trovato" nei prossimi giorni, "che non si discosti dall'intesa raggiunta a novembre" e che sia "trasparente ed equo", ha detto Monti all'Eliseo, prima di un incontro con il presidente francese che, sulla scia della linea della prudenza che regna in queste ore, dopo il fallimento del novembre scorso, ha messo le mani avanti:

"Facciamo di tutto affinche' nel prossimo Consiglio europeo si raggiunga un accordo, anche se non ci sono ancora tutte le condizioni".
I capi di Stato e di governo dell'Ue, dunque, dopo il mancato accordo di tre mesi fa in occasione di un summit straordinario, si riuniranno giovedi' e venerdi', nel tentativo di trovare un compromesso tra i Paesi del fronte nord, guidati dalla Gran Bretagna, che chiedono tagli tra i 100 ed i 200 miliardi alla proposta della Commissione di un budget di 1.046 miliardi, ed i Paesi come Italia e Francia, che insistono per un bilancio coerente con gli impegni per la crescita, piu' volte annunciati ma non ancora concretizzati.

L'ultima proposta sul tavolo e' quella presentata nella notte tra il 22 ed il 23 novembre dal presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy, che prevedeva tagli per 80 miliardi di euro, proposta respinta dai Paesi nordici, ma che cominciava a venire incontro alle richieste di capitali come Parigi e Roma, spostando il peso dei tagli maggiori dall'agricoltura e dai fondi per la coesione alle reti infrastrutturali. Ma quella proposta venne considerata insufficiente, per motivi diversi, dai due schieramenti.
Da quanto si apprende da fonti a Bruxelles, da qui a giovedi' non sara' presentata alcuna nuova proposta. Il tema del quadro finanziario pluriennale non sara' neppure in agenda alla riunione di domani dei ministri per gli Affari europei: Van Rompuy scoprira' le carte solo in apertura del vertice, quando ai leader ed agli sherpa, che si riuniranno separatamente per iniziare a negoziare, verranno consegnate le ultime proposte.

Quel che e' certo, sottolineano fonti diplomatiche, e' che, per evitare un nuovo fallimento, l'accordo non potra' che essere al ribasso. Tra l'altro, il bilancio europeo per l'Italia e' diventato argomento di campagna elettorale.

Nei giorni scorsi, alla vigilia dell'incontro la Merkel a Berlino e dopo gli incontri avuti a Bruxelles con il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso e con Van Rompuy, Monti aveva agitato l'arma del veto contro un accordo che non dovesse soddisfare le richieste italiane, che riguardano i fondi per la Pac e quelli per i fondi di coesione, destinati alle regioni del Sud.

"Per l'Italia e' essenziale che il prossimo bilancio europeo sia dotato di risorse adeguate alle ambizioni dell'Unione e promuova la crescita e la solidarieta'. Per noi e' naturalmente anche importante che il contributo italiano sia proporzionato ed equo rispetto a quello degli altri contribuenti netti", aveva scandito Monti, al quale la cancelliera aveva riconosciuto di impegnarsi "con durezza" per gli interessi dell'Italia.

Ma ognuno lavora per i propri interessi, "e' normale", ha detto Hollande. Per questo, ieri la Merkel - che a novembre aveva fatto fronte con il premier britannico David Cameron - e oggi il presidente francese hanno avvertito che "i negoziati saranno molto difficili". Dunque, "non si puo' ancora dire se le discussioni avranno successo", aveva detto la cancelliera, che oggi vedra' Rajoy e mercoledi' Hollande.