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martedì 31 dicembre 2013

La svolta di Emma Bonino, l’Italia accende i riflettori sull’Africa

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  31 dicembre 2013  alle  6:00.

Guardare l’ da un altro punto di vista senza nasconderne le complessità e gli aspetti negativi ma cercando, finalmente, di valorizzare quegli aspetti positivi su cui anche l’ può dare il suo contributo sul piano dello sviluppo della pace, della democrazia, del rispetto dei diritti umani e sul piano economico. In una sala affollata della Farnesina, ieri il ministro degli Esteri italiano Emma Bonino ha delineato i cardini su cui si svilupperà l’Iniziativa - puntando proprio su questo nuovo concetto del continente. Una chiave di lettura che, come lei stessa ha accennato, può anche incontrare perplessità ma che si sposa con i dati reali: l’ conta un miliardo e 68 milioni di abitanti, africane sono sette delle dieci economice più dinamiche del quinquennio in corso. Pochi numeri che bastano per spiegare questo rinnovato interesse e che, ha sottolineato Bonino, convincono ad “accendere i riflettori” su un continente finora trascurato dall’Italia.IMG_0472
“L’Africa sta facendo registrare innegabili progressi nel campo della pace, della sicurezza, della democrazia, del rispetto dei diritti umani – ha detto il ministro – si sta sviluppando una classe media sempre più solida, il ruolo della società civile è crescente”. Di fronte a questo continente “molto giovane”, in cui le donne hanno “un ruolo fondamentale” l’Iniziativa Italia-Africa vuole “riaccendere nel nostro paese i riflettori sull’Africa” e “mantenerli accesi in futuro al fine di mostrare chiaramente in Italia e in Africa le possibilità offerte da una reciproca collaborazione a tutto campo: politico, economico, sociale e culturale. Il nostro paese intende così inserirsi con la sua capacità di fare e con le proprie eccellenze nelle positive dinamiche in atto nel continente”.
Il ministro degli Esteri Emma Bonino ha sottolineato che parlare di una nuova Africa non significa metterne da parte i problemi. Non sono così mancati riferimenti al Sud Sudan, al Centrafrica e alla stessa Repubblica democratica del Congo. “Ombre – ha detto il ministro – che certo non possiamo ignorare e che anzi siamo ancor più motivati a cancellare”. Ma, se è radicalmente cambiata l’Africa, deve radicalmente cambiare anche l’approccio dell’Italia all’Africa.
L’Iniziativa Italia-Africa, così come delineata ieri, non vuole essere soltanto una ricognizione di quanto si sta facendo. “Essa vuole dare un impulso ad andare oltre, fornendo una cornice per dare un senso unitario” ha detto Bonino, al cui fianco ieri si trovavano il ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge, il ministro dei Beni e delle Attività culturali Massimo Bray, il direttore generale per la mondializzazione e le questioni globali Luigi Marras e il capo servizio per la stampa Aldo Amati.
L’impegno dell’Italia in Africa, ha aggiunto Bonino, dovrà essere un lavoro interministeriale (anche Salute, Sviluppo economico, Agricoltura, Ambiente) così come dovrà svilupparsi lungo il solco di politiche bilaterali, ma anche europee e internazionali.
Citando Expo 2015 come un’occasione da sfruttare, il ministro ha poi indicto i settori economici su cui l’Italia può puntare per crescere in Africa e far crescere l’Africa: l’energia, “perché il nostro modello di distribuzione elettrica e di sviluppo delle fonti alternative può ben rispondere alle condizioni dell’Africa”; la cooperazione culturale, le infrastrutture e l’agricoltura. La presentazione dell’Iniziativa Italia-Africa ha preceduto di pochi giorni un viaggio del ministro Bonino in Ghana e Senegal. Bonino andrà poi il 13 gennaio in Sierra Leone.

martedì 17 dicembre 2013

Prove d’intesa tra Unione Europea e Turchia, si comincia dall’immigrazione

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  17 dicembre 2013  alle  6:00.

L’Unione Europea () e la Turchia hanno firmato un accordo che consente ai governi del blocco comunitario di rimpatriare gli immigrati irregolari che giungono in dalla Turchia.turchiaerdogan
Ieri ad Ankara il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, e il commissario per gli Affari Interni dell’Ue, Cecilia Malmstrom, hanno anche firmato un accordo per avviare colloqui sull’eliminazione dell’obbligo di visto per i cittadini turchi in visita in Europa.
La Turchia, paese candidato all’adesione all’Ue, è un importante luogo di transito dell’immigrazione irregolare in Europa dall’ e dal .
Le conversazioni “sull’accordo di riammissione” per deportare gli immigrati irregolari erano in stallo da anni , soprattutto per la riluttanza di Bruxelles nell’allentare le norme sui visti.
La Turchia ha iniziato i negoziati di adesione all’Ue nel 2005, diciotto anni dopo la sua prima richiesta, ma una serie di ostacoli politici, riguardanti in particolare lo status di e la riluttanza di e Germania, hanno rallentato il processo.

Putin fa lo sconto sul gas a Kiev e compra bond per 15 miliardi di dollari (presi dal fondo per il Welfare)

da www.ilsole24ore.com


(Reuters)(Reuters)
L'Ucraina è tornata all'ovile. Dell'incontro avvenuto martedì a Mosca - il presidente ucraino Viktor Yanukovich con Vladimir Putin - per il momento conosciamo soltanto la metà russa, cioè gli aiuti offerti dal Cremlino «per sostenere il budget dell'Ucraina», come ha detto il presidente russo. Temendo le piazze di Kiev pronte a incendiarsi, le cronache non si soffermano su quello che il presidente ucraino ha promesso in cambio.
Putin si è limitato a dire che non si è parlato dell'ingresso nell'Unione doganale con Russia, Kazakhstan e Bielorussia. Ma la generosità dello zar avrà sicuramente un costo altissimo: qual è il patto tra i due? Per prima cosa Yanukovich torna a casa con uno sconto consistente sul gas. Se dopo il distacco da Mosca, nel 2004, l'Ucraina era arrivata a pagare le più alte tra le tariffe europee, sui 400 dollari per mille metri cubi di gas, da oggi è riaperta l'era dei prezzi di favore. Uno sconto sulle forniture di Gazprom di un terzo, Putin lo ha definito «temporaneo»: da gennaio 2014 gli ucraini pagheranno 268,5 dollari.
Ma la scommessa di Putin appare ancor più clamorosa quanto alla seconda parte dell'accordo. Il presidente russo ha detto che investirà in bond ucraini 15 miliardi di dollari - il massimo delle ipotesi che circolavano in questi giorni: li sottrarrà al Fondo nazionale per il welfare, uno dei due fondi sovrani russi costruiti negli anni con i guadagni del petrolio per garantire la stabilità dei conti dello Stato e il futuro delle pensioni, per proteggerle nelle fasi di calo dei prezzi dell'energia. Secondo i dati dei ministero delle Finanze russo, nel febbraio scorso la disponibilità del Fondo per il welfare era di 88 miliardi di dollari circa. Il futuro non è roseo neppure per l'economia russa: si può permettere un investimento così rischioso?
«Prendendo in considerazione le difficoltà dell'economia ucraina - ha spiegato Putin citato dall'agenzia Interfax - legate in buona misura alla crisi economica e finanziaria mondiale, il governo russo ha preso la decisione di convertire in titoli governativi ucraini una parte delle proprie riserve, con l'obiettivo di sostenere il budget dell'Ucraina».
È esattamente quello di cui Yanukovich aveva bisogno, per affrontare i pagamenti in scadenza il prossimo anno - in parte destinati proprio a Gazprom - e per frenare la caduta della grivna. Per Kiev l'alternativa al pronto soccorso di Mosca potevano essere i 15 miliardi in discussione con il Fondo monetario internazionale, che però li vincolava a una serie di riforme: tra queste l'abolizione dei sussidi sul gas alle famiglie, una misura che Yanukovich non si è mai sentito di affrontare.
Ora il presidente ucraino sarà forse nelle condizioni di abbassare le bollette, ma il rischio che si è assunto è altissimo: c'è solo da attendere la risposta dei dimostranti filo-europei all'abbraccio con Putin.

lunedì 16 dicembre 2013

Turchia: timida apertura verso il riconoscimento della tragedia armena

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  16 dicembre 2013  alle  6:15.

Il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, ha definito “una cattiva pratica” e “qualcosa di disumano” le deportazioni di massa degli armeni nel 1915 sotto l’impero ottomano, un episodio che l’ e la maggior parte dei paesi occidentali qualificano come “”. Davutoglu ha fatto queste osservazioni ieri prima di prendere un volo per , la capitale armena, riportano i media locali.turchiadavutoglu
Secondo Davutoglu, i due paesi possono creare una coscienza collettiva con una “giusta memoria”.
Anche se la ha riconosciuto le sistematiche uccisioni di armeni durante le deportazioni, si rifiuta di ammettere che si sia trattato di genocidio. Tuttavia, le ultime dichiarazioni del ministro sembrano rappresentare un piccolo passo in avanti verso la riconciliazione tra i due vicini.
Davutoglu ha affermato che tra i turchi per decenni è circolata l’idea che gli armeni abbiano tradito l’impero ottomano e che pertanto si siano “meritati” la deportazione, un concetto che, assicura il ministro, “non esiste più”. Per tali ragioni anche “l’Armenia deve cancellare la sua coscienza collettiva” su quanto accaduto.
Turchia e Armenia hanno firmato nel 2009 un protocollo per ristabilire le relazioni diplomatiche e aprire le frontiere comuni, anche se questi piani non hanno mai trovato seguito.
Il genocidio in Armenia avrebbe provocato la morte di 1,5 milioni di persone, uccise dai turchi ottomani nel 1915-1916. riconosce che fino a 500.000 armeni sono morti nei combattimenti e nelle deportazioni di quegli anni, ma ha sempre negato la volontà di sterminio sistematico insita nel termine genocidio.

venerdì 29 novembre 2013

Ue sigla accordi con Moldavia e Georgia

da www.ansa.it

Vilnius, a cerimonia presenti anche Letta e altri leader Ue

29 novembre, 10:32

Ue sigla accordi con Moldavia e Georgia (ANSA) - VILNIUS, 29 NOV - La Moldavia e la Georgia hanno siglato gli accordi di associazione con l'Unione europea. Alla cerimonia erano presenti il premier Letta insieme agli altri capi di Stato e di governo dei 28, ai leader delle istituzioni europee e ai presidenti dell'Ucraina Viktor Ianukovich, della Georgia Georgi Margvelashvili, dell'Azerbaijan Ilham Aliyev e dell'Armenia, Serzh Sargsyan. Erano presenti anche il premier della Moldavia, Iurie Leanca, e il ministro degli Esteri della Bielorussia, Vladimir Makey.

lunedì 25 novembre 2013

Ucraina, scontri tra europeisti e polizia

da www.lastampa.it

Esteri
Ancora scontri nel centro di Kiev tra la polizia e i manifestanti che protestano contro la decisione del governo ucraino di sospendere la firma di un accordo di associazione con l’Ue. Centinaia di dimostranti hanno tentato di bloccare la sede del governo e sono stati allontanati dalla polizia con manganelli e gas lacrimogeni. Ieri decine di migliaia di persone hanno dimostrato nella capitale ucraina e in centinaia hanno passato la notte in piazza Europa per continuare «a oltranza» la protesta.

Dopo mesi di attesa per un annunciato accordo politico e commerciale con Ue, il governo ha infine deciso di sacrificare l’intesa per ripristinare le relazioni con la Russia. La scelta è stata considerata una vittoria del Cremlino, che ha minacciato sanzioni per far tornare l’Ucraina nella propria orbita. I manifestanti si sono radunati in tutto il Paese per chiedere al presidente Viktor Yanukovich di cambiare idea e firmare un accordo al vertice di Vilnius, in Lettonia, previsto per la prossima settimana.

Decine di manifestanti già ieri si sono scontrati con la polizia e con attivisti pro-Russia vicini al palazzo del governo e fuori dall’ufficio di Yanukovich. I sostenitori dell’accordo con Bruxelles portavano gigantesche bandiere dell’Ucraina e dell’Unione europea, cantando “Ucraina è Europa”. Ieri intervenendo al termine del corteo, il leader dell’opposizione Arseniy Yatsenyuk, alleato dell’ex primo ministro, ora in prigione, Yulia Tymoshenko, ha detto alla folla: “Dovremmo andare verso l’Europa o verso la Russia? Si tratta di una scelta tra il passato e il futuro”. Ieri al termine del corteo la figlia della Tymoshenko ha anche letto una missiva inviata dalla madre dal carcere. “Non lasciate che tutti noi veniamo umiliati in questo modo - ha recitato Eugenia Tymoshenko con la voce rotta dall’emozione - è la nostra tabella di marcia per ottenere una vita normale”. I manifestanti hanno gridato “libertà per Yulia” e intonato cori contro Yanukovich e il suo governo. Funzionari di Stati Uniti e Ue hanno accolto con disappunto la scelta di Kiev e il segretario di Stato Usa, John Kerry, ha annullato la visita nella capitale ucraina prevista per l’inizio di dicembre.

Il commissario Ue per l’Allargamento, Stefan Fule, che ha lavorato all’accordo per anni, ha dichiarato che l’intesa è ancora sul tavolo. In un post su Twitter, scritto in inglese, ucraino e russo, Fuele ha dichiarato: “Il nostro impegno per la modernizzazione dell’Ucraina rimane fermo, la porta resta aperta, i benefici per i vicini sono troppi, nonostante la retorica”. 

venerdì 22 novembre 2013

Yulia dal carcere incita l’Ucraina: “Scendete in piazza contro il golpe”

da www.lastampa.it

esteri
Yulia Tymoshenko
L’ex premier ha paragonato la decisione di Kiev di rinunciare all’accordo di associazione con l’Ue al putsch comunista dell’agosto 1991 in Russia
kiev
Yulia Tymoshenko ha fatto appello alla popolazione ucraina affinchè scenda in strada a protestare contro la decisione del governo di abbandonare l’accordo con la Ue. La leader dell’opposizione, attualmente in stato di detenzione, ’’ritiene che la decisione del presidente Viktor Yanoukovych e del primo ministro Mykola Azarov equivale a un colpo di Stato e fa appello agli ucraini a uscire per le strade in tutto il paese’’, ha dichiarato l’avvocato della Tymoshenko, Sergei Vlassenko, dopo averla incontrata nell’ospedale di Kharkiv dove è ricoverata. La 52enne ex pasionaria della Rivoluzione arancione, piantonata 24 ore su 24 perché sta scontando una condanna a sette anni per abuso d’ufficio, ha anche scritto una lettera per chiedere al presidente Viktor Yanukovich di riunire il Consiglio per la sicurezza nazionale e la difesa e di delegargli la decisione sulla prosecuzione dei preparativi per la firma dell’accordo con l’Ue. 

mercoledì 20 novembre 2013

Il Ppe non capisce ma dà l'altolà. A che gioco gioca Berlusconi col governo?

da www.europaquotidiano.it
Se il Cavaliere stacca la spina a Letta, i popolari europei la staccano a Forza Italia. Daul (e Merkel) lo aspettano al varco del voto sulla decadenza. Surreale trattativa (fallita nella notte) tra scissionisti e forzisti, divisi a Roma e uniti a Strasburgo

A che gioco gioca Berlusconi? «Da giorni cerco di capire cos'è successo, cosa succede e cosa rischia di succedere. Ma non l'ho ancora compreso. L'Italia è fatta così…». Joseph Daul, presidente del Ppe succeduto allo scomparso Wilfred Martens, allarga le braccia. Cos'è successo davvero nel Pdl, ma soprattutto la rispolverata Forza Italia di Berlusconi è o no all'opposizione del governo Letta?

Da giorni il francese Daul, bestia nera del Cavaliere, è alle prese con sempre più arzigogolate versioni fornite dagli europarlamentari del "morto apparente" Pdl, divisi in due tronconi – gli alfaniani al seguito di Giovanni La Via, i forzisti guidati dal fittiano Raffaele Baldassarre – ma in trattative, fallite nella notte, per tentare di proseguire la coabitazione a Strasburgo nonostante la scissione a Roma. «Tanto mancano solo sei mesi alle europee…», si dice dai due fronti, tacendo sulla vera paura: ritrovarsi in campagna elettorale fuori dal Ppe, in lista d'attesa quelli di Alfano, un piede dentro e uno fuori quelli del Cavaliere.

Già, perché Forza Italia entrò con un escamotage nel Ppe: nell'estate 1998 nonostante il varo ad hoc di uno statuto che mitigava i poteri assoluti di Berlusconi sul partito, il Ppe (la famiglia europea di Prodi e dei popolari di Marini) si spaccò sull'ingresso forzista, sponsorizzato dal tedesco Kohl e dallo spagnolo Aznar. I berluscones furono accolti, ma con un voto su ciascuno dei venti eletti di Forza Italia. Poi si tirò a campare, facendo finta di nulla.

Tornando all'oggi, se il Pdl – che poi aderì pienamente al Ppe – scomparisse da Strasburgo, nessuno sa cosa capiterebbe a quelli della rinata Forza Italia. Se ufficialmente prevale la diplomazia, nei colloqui riservati Daul è stato netto. Appena insediatosi alla presidenza del Ppe, Daul ha consegnato agli emissari del Cavaliere un messaggio tranchant: non provate neppure per scherzo a far cadere il governo Letta. «Sarebbe un danno per l'Italia e per l'Europa», è stato l'altolà ribadito in un colloquio telefonico con Berlusconi tre giorni prima del consiglio nazionale del Pdl. Del resto già alla vigilia della fiducia del 2 ottobre in senato, prima di passare a miglior vita, Martens s'era sgolato con Berlusconi battendo sullo stesso tasto, mentre il suo vice Daul faceva da sostegno psicologico ad Angelino: «Tieni il punto Alfano, non cedere».

Daul adesso recita la parte dell'ingenuo: «Forza Italia entrerà nel Ppe? Non lo so, un mese fa Forza Italia ancora non c'era, in Italia le cose sono sempre in evoluzione. Dovrò attendere ancora un po', magari potreste spiegarmi voi più precisamente cosa succede prima che prenda delle decisioni», ha scherzato ieri con i cronisti. Ma l'ex sindacalista conservatore francese sa perfettamente qual è il punto.

Il Ppe attende Berlusconi al varco del voto sulla decadenza il 27 novembre: «Prenderò le decisioni al momento opportuno – ha cambiato tono facendosi serio ieri Daul – ci sono delle cose che devono accadere prima della fine del mese. Dunque io aspetto. Come mi dice sempre mia moglie: "Rifletti bene prima di agire"». Un consiglio che Daul di fatto gira al Cavaliere: ci pensi bene prima schierare Forza Italia all'opposizione del governo sorretto da Angelino Alfano.

Berlusconi non aggravi la sua posizione. Angela Merkel, capo della Cdu azionista principale del Ppe, ha preavvertito Berlusconi – dopo la condanna confermata dalla Cassazione nel processo Mediaset – che in quanto interdetto è fuori per statuto dai popolari europei. Sarebbe già un miracolo se il Ppe chiudesse un occhio lasciando stilare al Cavaliere, condannato e incandidabile, le liste di Forza Italia per le elezioni europee del 22 maggio.

Certo Berlusconi potrebbe infischiarsene, tirar dritto, togliere il sostegno al governo Letta per rappresaglia al voto sulla decadenza e, "scomunicato" del Ppe, chiedere ospitalità a Cameron nel gruppo euroscettico dell'Ecr verso cui dirige anche Erdogan. Sempre che tories britannici e islamici turchi aprano le porte ai berluscones. Recep Tayyip farebbe festa: è compare di Silvio, che fu testimone di nozze del figlio. Improbabile invece che il britannico David Cameron screditi la sua creatura europea conservatrice e riformista alleandosi con quel Berlusconi sempre cordialmente detestato, pluri-indagato, condannato interdetto e incandidabile, prossimamente anche decaduto.

venerdì 15 novembre 2013

Indossa un crocefisso in tv, giornalista licenziata

da www.libero.it

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E' andata in onda con al collo una collanina con una croce. Per questo motivo Siv Kristin Sællmann, celebre giornalista norvegese, è stata rimossa dalla conduzione del telegiornale. L'emittente Nrk, dopo aver ricevuto formali proteste da parte di alcuni telespettatori, ha deciso di prendere provvedimenti: "Quel simbolo non garantisce l'imparzialità del canale", secondo i dirigenti televisivi che hanno dato ragione alla formale protesta della comunità islamica di Oslo. La conduttrice si è difesa: "Sono cristiana, che cosa c'è di male? Non ho indossato la croce per provocare".
"I norvegesi adottano una politica chiara, e cioè che gli anchor vestano in modo neutrale. Noi li incoraggiamo ad evitare di esibire gioielli che possano tradursi in simboli politici o religiosi" ha spiegato Anders Sarheim, il capo della Saellmann. La Sællmann si è difesa così: "Non ho mai pensato che questa croce, lunga non più di un centimetro e mezzo e che mi era stata regalata da mio marito durante una recente vacanza a Dubai come semplice gioiello, potesse causare tanto clamore. Non ho indossato la croce per provocare. Sono cristiana ma finora ho visto croci un po' ovunque, anche come oggetti di moda, e non credo che la gente reagisca per questo".

giovedì 31 ottobre 2013

L’Ue proroga di un anno le sanzioni contro la Bielorussia

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  31 ottobre 2013  alle  6:00.

L’Unione Europea () ha prorogato di un anno le sanzioni contro la , dal momento che il paese non ha rilasciato tutti i prigionieri politici e non ha registrato miglioramenti nel rispetto dei diritti umani e nello stato di diritto.bielorussiaLukashenko
I Ventotto hanno preso questa decisione dopo la revisione annuale delle sanzioni contro , con la quale hanno anche aggiornato la lista delle persone cui è vietato viaggiare nei paesi Ue e che si sono viste congelare i propri beni.
In questo modo, l’Ue mantiene sanzioni contro 232 persone e 25 entità bielorusse.
Il Consiglio dell’Ue ha annunciato tramite un comunicato la sua decisione di prorogare le sanzioni fino al 31 ottobre 2014, perché “non tutti i prigionieri politici sono stati messi in libertà e quelli che sono stati liberati non sono stati riabilitati”.
Inoltre, “il rispetto dei diritti umani, lo stato di diritto e i principi democratici non sono migliorati in Bielorussia”.

martedì 29 ottobre 2013

Fmi lancia l'allarme Slovenia: ricapitalizzate subito le banche

da www.ilsole24ore.com

Antonio Spilinbergo (Afp)Antonio Spilinbergo (Afp)
Che succede in Slovenia, la piccola repubblica alpina dietro l'angolo del nostro Nord-Est? Succede che l'Fmi si è stancato della prudenza di Lubiana e ha lanciato un monito, se non un vero e proprio allarme, al governo a far presto per risolvere il problema dei fondi necessari per aumentare il patrimonio delle banche.«La ricapitalizzazione del sistema bancario è per la Slovenia una necessità urgente e il tema va affrontato immediatamente», ha detto senza mezzi termini Antonio Spilimbergo, numero uno della missione slovena Fmi alla Reuters.
Appesantita da sofferenze pari a circa 7,9 miliardi di euro (pari a circa un quinto del Pil sloveno) in un sistema bancario il cui capitale fa in maggioranza capo allo Stato, la piccola repubblica alpina sta cercando di non diventare il prossimo paese (il sesto, dopo Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Cipro) della zona euro a chiedere un pacchetto di salvataggio ai creditori internazionali. Sarebbe il colmo, per la commissione di Bruxelles - in un momento dove tutti auspicano che la crisi dei debiti sia finita e l'Irlanda prevede di tornare nel 2014 sui mercati - veder riapparire nell'eurozona il pericolo del contagio.

«La ricapitalizzazione delle banche è un'emergenza da affrontare subito» dice alla stampa il capo della missione del Fondo monetario internazionale con il proposito di fare pressione sul governo di Lubiana che evidentemente cerca di rinviare le decisioni impopolari. A parere di Spilimbergo, inoltre, Lubiana non può permettersi i costi dell'attuale sistema pensionistico e deve avviare un processo di riforme delle compagnie partecipate dallo Stato. «Siamo del parere che per la Slovenia sia fondamentale procedere sulla strada delle privatizzazioni» ha concluso Spilimbergo.

Tutto questo mentre il governatore della Banca centrale slovena, Bostjan Jazbec, in un'intervista al quotidiano austriaco Der Standard, getta acqua sul fuoco e cerca di abbassare i toni. Il governatore ha detto che ci sono ancora margini per la Slovenia di riuscire a risolvere da sola i problemi del sistema bancario.
Secondo Jazbec i risultati degli stress test, attesi per la seconda metà di novembre, non dovrebbero discostarsi più di tanto dai dati, di cui si è già in possesso. Insomma non è il caso di drammatizzare.

L'ultima valutazione della banca centrale slovena, che è stata pubblicata a fine settembre e che si riferisce al periodo di agosto, parla di 7,87 miliardi di euro di "bad loans". Alla domanda se basterà per il salvataggio del settore bancario la somma di 1,2 miliardi di euro, che il governo ha previsto nella legge finanziaria 2014, Jazbec ha osservato che per avere una risposta definitiva si dovrà aspettare ancora un pò.
Il governatore centrale sloveno ha però espresso la convinzione, che se ci fosse bisogno di una maggiore iniezione di liquidità, la Slovenia si potrebbe rivolgere ai mercati finanziari internazionali. Una mossa che presuppone però la fiducia dei mercati verso la politica di austerità del governo sloveno e la sua capacità di portarla avanti, nonostante le eventuali proteste popolari.

L’Ue stanzierà 85 milioni di euro in aiuti al popolo siriano

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  29 ottobre 2013  alle  6:00.

La Commissione Europea () ha annunciato che stanzierà 85 milioni di euro in aiuti umanitari alle persone coinvolte nel conflitto siriano.turchiarifugiati siriani
Con questo fondo l’Unione Europea () risponde all’appello fatto in giugno dalle , che hanno chiesto ai paesi membri lo stanziamento di 400 milioni di euro in favore delle vittime della crisi siriana.
Quasi la metà della cifra elargita dall’Ue (40 milioni di euro) andrà al Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (), che li distribuirà in programmi per la sanità e l’istruzione in , mentre altri 40 milioni serviranno a soccorrere i circa 500 mila rifugiati siriani in . I rimanenti 5 milioni di euro permetteranno agli studenti siriani di seguire dei corsi presso le università europee.
Finora, l’Ue afferma di avere stanziato 1,9 miliardi di euro in aiuti umanitari al popolo siriani.

lunedì 28 ottobre 2013

Svolta in Groenlandia: porte aperte all'estrazione di uranio e terre rare

da www.ilsole24ore.com


(Corbis)(Corbis)
Dall'Australia alla Cina, le grandi compagnie minerarie probabilmente non aspettavano altro. In Groenlandia è svolta sulla cosiddetta "tolleranza zero", il divieto di estrazione di materiali radioattivi, come l'uranio. Una politica ereditata dalla Danimarca, Regno di cui questa nazione autonoma sull'Artico fa parte, e che ora dovrà dare il proprio assenso.
Ma intanto il Parlamento di Nuuk ha fatto la sua scelta, per quanto sofferta dal momento che la decisione è passata con 15 voti contro 14 ed è promossa da un Governo, affidato dal marzo scorso alla socialdemocratica Aleqa Hammond, che ha vinto le elezioni promettendo una maggiore attenzione all'ambiente. Ma in questa nazione di 57mila abitanti, il premier deve fare anche i conti con le difficoltà dell'economia: «Non possiamo accettare che disoccupazione e costo della vita aumentino - ha detto la signora Hammond durante il dibattito in Parlamento - mentre l'economia è bloccata. È dunque necessario che superiamo la "tolleranza zero" verso l'uranio».
La Groenlandia apre dunque agli investitori stranieri lo sfruttamento dei suoi depositi di uranio e delle terre rare, metalli utilizzati nei cellulari, nei monitor e nelle tecnologie per l'energia pulita di cui finora la Cina detiene un controllo quasi totale (il 90%) sulla produzione mondiale. Ed è proprio la Cina uno dei Paesi più interessati a una regione strategica per le risorse minerarie ma anche per l'apertura di nuove rotte commerciali. Non a caso, nelle stesse ore in cui il Parlamento votava a Nuuk, il ministro dell'Industria Jens-Erik Kirkegaard affidava alla britannica London Mining quello che ha definito il più grosso progetto commerciale avviato in Groenlandia, l'investimento in un gigantesco deposito di minerali di ferro a 150 km da Nuuk, nel quale la compagnia britannica intende coinvolgere altri partner stranieri, probabilmente proprio cinesi.
Il progetto Isua, scrive London Mining nel proprio sito, è destinato «a produrre ogni anno 15 milioni di tonnellate di concentrato di minerale di ferro di altissima qualità per l'industria siderurgica». «Questo è davvero un momento storico per la Groenlandia», ha detto Kirkegaard. Malgrado le perplessità degli ambientalisti e l'attesa di 3.000 lavoratori stranieri: «Spero davvero che il Governo si sia venduto a caro prezzo, in modo che London Mining rispetti requisiti più severi di quanto avesse intenzione di fare», è stato il commento di Gitte Seeberg, segretario generale di Wwf Danimarca.

mercoledì 23 ottobre 2013

L’Ue riprenderà i negoziati per l’ingresso della Turchia

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  23 ottobre 2013  alle  7:30.

L’Unione Europea () ha deciso di riprendere il prossimo mese i negoziati per l’adesione della al blocco comunitario. I negoziati erano in stallo da oltre tre anni. La decisione arriva dopo l’ok della , che finora si era opposta ad un nuovo round di negoziati.unioneeuropea
La repressione del governo turco nelle proteste in giugno a Istanbul e in altre città è stata fortemente criticata da . Tuttavia, la Commissione Europea (Ce) ha elogiato le nuove leggi nel paese pensate per salvare il processo di pace con i ribelli curdi. La Turchia ha chiesto per la prima volta nel 1987 di fare parte dell’Ue, quando ancora si chiamava Comunità Economica Europea ().

Ucraina sceglie Bruxelles e molla la Russia. Che minaccia: “Farà la fine della Grecia”

da www.ilfattoquotidiano.it

Kiev è pronta ad aprire il suo mercato all'Ue, progetto che urta contro l'Unione doganale tra Mosca, Bielorussia e Kazakistan. Putin avverte: "Da noi misure protettive e niente sconti sul gas", ma non è esclusa anche la chiusura dei rubinetti. Pressioni da leader europei: "Scarcerazione per l'ex premier Timoshenko"

Ucraina sceglie Bruxelles e molla la Russia. Che minaccia: “Farà la fine della Grecia”
“L’Ucraina farà la fine della Grecia o di Cipro”. A sostenerlo, in vista della firma a novembre dell’accordo di associazione e libero scambio tra Kiev e Bruxelles, è il premier russo Dmitri Medvedev. Secondo il presidente russo Vladimir Putin e il suo entourage, aprendo il suo mercato all’Ue il Paese governato da Viktor Yanukovich andrebbe incontro ad un default. L’integrazione dei paesi dell’ex Urss con Bruxelles promossa nell’ambito del Partenariato orientale viene vista dalla Russia come una sfida politica e una minaccia al suo dominio sul territorio ex sovietico. Questo perché andrebbe a urtare contro i progetti d’integrazione eurasiatica promossi da Putin, in particolare l’Unione doganale tra Russia, Bielorussia e Kazakistan.
A trovarsi tra l’incudine e il martello è proprio l’Ucraina, che subisce pressioni dai due confinanti. Mosca ha fatto capire a Kiev che deve scegliere tra l’associazione con Bruxelles e l’Unione doganale eurasiatica. Un uomo forte di Putin, il consigliere Sergei Glazyev, ha ribadito qualche giorno fa al Forum eurasiatico di Verona la posizione del Cremlino: “La firma dell’Ucraina sarà un freno al dialogo eurasiatico. Il governo ucraino ha fatto la sua scelta, che è politica”. Per convincere Yanukovich a rimettere nel cassetto il sogno europeo e a venire tra le braccia della Madre Russia, Mosca alterna minacce ad avvertimenti. “La conseguenza della firma (dell’accordo con Bruxelles, ndr) sarà la diminuzione del credito russo e un possibile default per cui occorreranno 15 miliardi di dollari e per la stabilizzazione dell’economia non meno di 35 – ha detto il consigliere, lanciando, poi, una domanda provocatoria – l’Unione europea sarà in grado di sostituirsi alla Russia?”
Il primo ministro di Kiev Micola Azarov è sicuro: in caso di necessità Bruxelles tenderà una mano. Lo stesso premier ha dichiarato recentemente che saranno necessari tra i 100 e i 160 miliardi di euro di investimenti in dieci anni perché l’Ucraina possa adottare gli standard europei nei diversi settori industriali. Procedimenti necessari per aderire all’area di libero scambio con l’Ue. Kiev si attende in tal senso un aiuto economico da parte dell’Europa, per poter far fronte a queste sfide difficilmente sostenibili dall’economia ucraina. “Kiev spera ad ottenere un prestito dal Fondo monetario internazionale”, spiega Aleksei Vlasov, il vicepreside della facoltà di storia dell’Università statale di Mosca ed esperto del contesto ex sovietico.
Visto che gli ammonimenti non funzionano, Mosca è passata alle minacce esplicite. “I paesi dell’Unione doganale dovranno pensare all’introduzione di misure protettive” nel caso Kiev aprisse il mercato all’Ue. Lo ha detto recentemente il presidente russo Vladimir Putin. In realtà, Mosca ha già testato questa tecnica l’estate scorsa, ingaggiando una guerra doganale con Kiev e chiudendo il suo mercato ad alcune merci ucraine. Anche se il prezzo più caro che l’Ucraina pagherà per l’accordo con l’Ue è quello relativo al gas russo. Mosca ha promesso in cambio dell’adesione di Kiev all’Unione doganale di scontare le forniture di quasi tre volte: da attuali 410 dollari per mille metri cubi del gas a 160 dollari. Ma se va con Bruxelles niente sconti. Addirittura si teme che la Russia possa chiudere i rubinetti come era avvenuto a gennaio del 2009, quando anche l’Europa – che riceve la gran parte del gas russo attraverso la rete dei gasdotti ucraini – ha rischiato di rimanere al freddo.
Se dalla Russia Kiev subisce pressioni economiche, dall’Ue si fanno forti le pressioni politiche. Infatti il Consiglio Esteri Ue che si riunirà il 21 ottobre attende un’azione chiara dall’Ucraina rispetto al caso di Yulia Timoshenko, ex premier e eroina della Rivoluzione arancione, per dare l’ok alla firma dell’accordo di associazione al vertice del Partenariato orientale che si terrà a Vilnius a fine novembre. La condizione posta al presidente Yanukovich dai leader europei è quella di scarcerare la rivale politica condannata a sette anni di reclusione per un controverso accordo sulle forniture di gas russo e poterle consentire di curarsi a Berlino. Proprio venerdì scorso al parlamento ucraino è stata presentata una proposta di legge per permettere ai detenuti di essere curati all’estero. Yanukovich si è detto disponibile a firmare tale provvedimento. Passo, questo, che confermerebbe la tesi di Mosca secondo cui l’associazione con l’Ue vorrebbe dire per Kiev una perdita di sovranità rispetto alle decisioni di Bruxelles, come nel caso della Grecia.

mercoledì 9 ottobre 2013

Londra e Teheran più vicini alla riapertura delle ambasciate

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  9 ottobre 2013  alle  7:00.

Il ministro degli Esteri del , William , ha dichiarato che il suo paese e l’ hanno avviato un processo che potrebbe condurre alla riapertura delle rispettive ambasciate.POLITICS Hague 142477
Il Regno Unito ha chiuso la sua ambasciata a nel 2011 nel mezzo del deterioramento delle relazioni bilaterali.
Hague ha detto al parlamento britannico che entrambi i paese nomineranno a breve un incaricato non residente.
Dall’elezione del presidente Hassan Rouhani in giugno, assicura Hague, il tono delle discussioni con Teheran “è cambiato”.
Ma il ministro ha subito chiarito che l’Iran dovrà apportare “cambiamenti sostanziali” al suo programma nucleare se desidera che l’Occidente ammorbidisca le sanzioni contro il paese.
Nel novembre 2011 un gruppo di manifestanti iraniani aveva fatto irruzione all’interno dell’ambasciata britannica a Teheran. I contestatori avevano rotto le finestre, bruciato la bandiera e lanciato bombe molotov in segno di protesta contro una serie di sanzioni imposte da alla Repubblica Islamica.

lunedì 30 settembre 2013

Austria: alle elezioni tiene la Grande coalizione, avanza l’estrema destra

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  30 settembre 2013  alle  7:00.

La Grande coalizione costituita da socialdemocratici e popolari tiene alla prova delle urne austriache ma il Partito della Libertà, di estrema destra, può festeggiare un grande successo elettorale con il 22,4% dei consensi.austriaelezioni
Sono questi i risultati delle legislative tenute ieri in con circa sei milioni di cittadini chiamati alle urne per scegliere 183 rappresentanti.
Secondo le proiezioni di ieri sera, socialdemocratici e popolari hanno raccolto rispettivamente il 26,4% e il 23,8% delle preferenze con una maggioranza combinata del 50,2%, di cinque punti inferiore al 55,3% del 2008. Il voto ha però spinto in alto il partito della Libertà che non ha raggiunto il picco del 27% del 2007 – con Joerg Haider – ma ha aumentato di cinque punti percentuali il risultato del 2008.
In parlamento dovrebbero entrare anche gli euroscettici delTeam Stronach für Österreich, del miliardario austro-canadese Frank Stronach e i liberali del partito Nuova Austria (rispettivamente al 6% e al 4,7%; in Austria bisogna superare la barriera del 4% per entrare in parlamento). In lieve rialzo sono anche le quotazioni dei Verdi che le proiezioni danno all’11,2%.

lunedì 23 settembre 2013

Germania, Merkel vittoria storica: al 41,5% Non ha maggioranza assoluta, al via intese

da www.corriere.it

Trionfo dei conservatori della Cdu. Spd al 25,7%. Liberali fuori dal Bundestag, anti-euro al 4,7%

Angela Merkel festeggia il successo storico (Reuters)Angela Merkel festeggia il successo storico (Reuters)
Si sono chiuse in Germania le urne per le elezioni politiche 2013. La Cdu-Csu della Cancelliera Angela Merkel nelle ultime proiezioni la danno al 41,5%, mentre il partito socialdemocratico (Spd) dello sfidante Peer Steinbrück ha ottenuto il 25,7%. Il partito dei Verdi è all'8,3% e la sinistra della Linke è intorno all'8,6%.
SFIORA LA MAGGIORANZA ASSOLUTA - La Cdu, con questa percentuale di voti e il suo alleato fuori dal Parlamento (non ha raggiunto la soglia del 5%), non ha la maggioranza assoluta, avendo raggiunto i 311 seggi e non i 316, per cui dovrà mettere insieme una nuova «Grande coalizione» dialogando con il partito socialdemocratico, il secondo più votato del Paese che ha conquistato 192 seggi. Il resto dei seggi va alla sinistra (64) e ai Verdi (63). Esclusi gli euroscettici di Alternative für Deutschland che portano a una diversa ripartizione dei seggi.
Trionfo Merkel: «Risultato super»

GLI ALLEATI LIBERALI - La vittoria del Cancelliere uscente, che si conferma così per un terzo mandato (e trascina la Cdu anche al miglior risultato assoluto dalla Riunificazione, con oltre 9 punti percentuali in più rispetto alle elezioni 2009, e oltre quota 40% come non capitava da 20 anni), non è infatti completa perché l'alleata Fdp - del ministro degli esteri uscente Guido Westerwelle e del vicecancelliere Philipp Roesler - resta fuori dal parlamento per la prima volta dal Dopoguerra con appena il 4,8% (un crollo verticale, quasi il 10% dei voti perso). Se, invece, il partito anti-euro Afd, dato appena sotto alla soglia di sbarramento del 5% (è al 4,7%), dovesse entrare in Parlamento, le quote cambierebbero. Afd, all'esordio sulla scena politica tedesca, comunque non verrebbe presa in considerazione per un'alleanza di governo, e nemmeno i partiti di sinistra hanno espresso apprezzamento per le posizioni di Bernd Lucke e degli euroscettici. Da segnalare il dato dell'affluenza, in aumento rispetto a quattro anni fa: era il 70,8%, è arrivata al 71,5%.
Elezioni Germania, la festa di Angela e Steinbruek abbozza Elezioni Germania, la festa di Angela e Steinbruek abbozza    Elezioni Germania, la festa di Angela e Steinbruek abbozza    Elezioni Germania, la festa di Angela e Steinbruek abbozza    Elezioni Germania, la festa di Angela e Steinbruek abbozza    Elezioni Germania, la festa di Angela e Steinbruek abbozza
«SUPER RISULTATO» - Merkel rimane, comunque, il primo leader di un Paese europeo a ottenere la conferma degli elettori dopo l'inizio della crisi economica e finanziaria, e ha accolto il risultato commentando: «Un risultato super» che consentirà «altri quattro anni di successi». Merkel, 59 anni, si è assicurata quindi 12 anni di potere - come Margaret Thatcher in Inghilterra negli anni Ottanta - anche se resta da determinare con che tipo di coalizione. Fattore per cui il Cancelliere ha invitato ad aspettare i risultati definitivi. Da parte sua il leader Spd Steinbrück si è messo alla finestra: «La palla ora è nel campo di Angela Merkel, tocca a lei formare il nuovo governo».


HOLLANDE E VAN ROMPUY - Tra i primi a presentare le proprie congratulazioni a Merkel il presidente francese François Hollande, che ha invitato la Cancelliera all'Eliseo «per prepararsi alle sfide del futuro», e il presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy, che si augura di «proseguire la stretta collaborazione», «fiducioso che la Germania e il suo nuovo governo continueranno il loro impegno e contributo alla costruzione di una pacifica e prospera Europa a servizio di tutti i cittadini».
LETTA: BUON SEGNALE PER L'UE - Il premier italiano Enrico Letta, invece, da Toronto dove si trova in visita ufficiale, ha voluto sottolineare che «se dovessero essere confermati i primi dati ed il partito anti-euro dovesse rimanere fuori dal parlamento, sarebbe un buon segnale per l'Unione europea». Poi si è congratulato con la Cancelliera «per il brillante risultato elettorale».
(modifica il 23 settembre 2013)

venerdì 13 settembre 2013

Regno Unito: la storica Royal Mail privatizzata, neanche la Thatcher osò tanto

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  13 settembre 2013  alle  7:00.

Il governo britannico ha confermato la privatizzazione dello storico servizio postale , fondato nel 1516. Si tratta della più importante vendita di una società pubblica dagli anni ottanta.royalmail
Tramite un comunicato diffuso oggi dalla Borsa di Londra, l’esecutivo di coalizione – formato da conservatori e liberaldemocratici – ha riferito che il servizio sarà privatizzato e che sarà offerta una quota di maggioranza.
La consegna a mani private dell’emblematica Royal Mail, un servizio che neanche l’ex premier Margaret ha osato vendere, sarà possibile grazie all’approvazione nel 2011 della Legge sui servizi postali, che ha dato il via libera alla privatizzazione.
La vendita, preannunciata lo scorso luglio in parlamento dal ministro delle Attività Economiche, Vince Cable, fa presagire un’ondata di scioperi da parte dei lavoratori del servizio postale.
Il Sindacato del Lavoratori delle Comunicazioni ( nella sua sigla in inglese) sta vagliando la possibilità di convocare a breve una grande manifestazione contro il provvedimento, probabilmente per il mese di ottobre.
Ci si aspetta che la vendita iniziale delle azioni cominci nel giro di poche settimane. Il 10% delle azioni sarà destinato agli impiegati mentre la parte restante sarà disponibile per investitori privati e istituzioni.
Nel 2012 Royal Mail ha registrato ingressi per il valore di 376 milioni di euro. Negli ultimi anni ha reagito alla drastica diminuzione dell’invio di lettere spostando le attività sui piccoli pacchi, ottenendo così un notevole incremento degli utili.

Turchia: crisi curda, Erdogan lancia un “pacchetto di democratizzazione”

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  13 settembre 2013  alle  7:00.

Il primo ministro turco, Recep Tayyip , ha annunciato che la prossima settimana il suo governo presenterà un pacchetto di riforme per rafforzare la democrazia e mantenere aperto il fragile processo di pace con i curdi.turchiaerdogan
“Abbiamo dedicato svariate ore a questo pacchetto di democratizzazione. Speriamo di discutere ora sugli ultimi articoli e credo che nell’arco di una settimana annunceremo il pacchetto di democratizzazione”, ha affermato ieri il premier in un’apparizione davanti alla stampa.
In precedenza, Erdogan aveva annunciato che il parlamento si sarebbe riunito entro la fine dell’estate per votare queste misure. Con l’approvazione del pacchetto si cerca di porre fine ad un conflitto che dura da tre decenni e che ha causato più di 40 mila morti.
L’annuncio del “pacchetto di democratizzazione” ha avuto luogo poco dopo quello del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (), intenzionato a interrompere il ritiro dal territorio turco dal momento che “non ha rispettato gli accordi presi”.
“Il governo turco non ha ancora agito, dimostrando così che non cerca una soluzione. Ci difenderemo. Abbiamo sospeso il ritiro. Se attaccano, ci difenderemo. Se intensificano i loro attacchi, torneremo ad inviare (In ) i gruppi che erano stati smantellati nel Sud Kurdistan – in riferimento alla regione semi-autonoma del Kurdistan iracheno – “, ha assicurato il leader del Pkk, Abdullah , che in marzo, dal carcere dove dal 1999 sconta l’ergastolo, ha annunciato il ritiro delle milizie.
I dirigenti curdi hanno chiesto al governo turco di attuare quanto prima le riforme pattuite durante i colloqui con Ocalan. Tuttavia, Ankara sostiene che, per adempiere alla sua parte di accordo, i curdi devono accelerare il ritiro delle loro truppe dal nord dell’Iraq.
Le riforme annunciate da Erdogan comprendono la riapertura del seminario ortodosso greco Halki in un’isola vicino , la rimozione delle restrizioni all’utilizzo del velo islamico e la promozione dei diritti della minoranza Alevi. Attraverso queste misure, si punta a garantire il diritto ad un’istruzione in lingua curda e a diminuire il numero di voti necessari ai partiti per entrare in parlamento.

giovedì 12 settembre 2013

Tribunale Ue accoglie ricorso Italia: non validi i bandi scritti solo in inglese, francese e tedesco

da www.corriere.it

I risultati dei bandi annullati restano comunque validi

La corte del Lussemburgo: necessario pubblicare i bandi integralmente in tutte le lingue ufficiali dell'Ue

La Corte europea di giustizia in Lussemburgo (Ap)La Corte europea di giustizia in Lussemburgo (Ap)
Il nostro Paese vince un'importante battaglia in difesa dell'italiano a livello europeo. Il Tribunale Ue del Lussemburgo ha infatti deciso di annullare, come richiesto dall'Italia, alcuni bandi di concorso per posti di lavoro nelle istituzioni Ue perché scritti, nelle versioni integrali, solo in inglese, francese e tedesco. Una «diversità di trattamento» vietata dalla Carta dei diritti fondamentali. LA SENTENZA - I risultati dei bandi annullati, precisa il Tribunale, restano comunque validi in applicazione del principio del «legittimo affidamento» dei candidati prescelti. Tuttavia la sentenza, spiegano fonti della Corte, dà indicazioni molto chiare e concrete alla Commissione Ue sulla necessità di pubblicare i bandi integralmente in tutte le lingue ufficiali dell'Ue. E questo perché la loro pubblicazione parziale - come avvenuto nei casi al centro del ricorso presentato dall'Italia - non è sufficiente nè per avere una buona conoscenza dell'oggetto del concorso nè per prepararlo adeguatamente. Quindi, conclude il Tribunale, chi avesse voluto partecipare ai concorsi era «svantaggiato» rispetto a un candidato di lingua madre inglese, francese o tedesca. Si è venuta così a creare una disparità di trattamento sulla base della lingua, spiega ancora la Corte, vietata dalla Carta dei diritti fondamentali e dallo statuto de funzionari Ue. Nella stessa sentenza il Tribunale Ue ha annullato anche un bando che stabiliva che le prove e le comunicazioni con i candidati si dovessero svolgere unicamente in inglese, francese e tedesco. Una scelta possibile, ma che nel caso specifico al centro del ricorso i giudici europei hanno ritenuto «non giustificata».

L’Europa finisce sul Dniestr

da www.presseurop.eu

MOLDAVIA:
12 settembre 2013FOREIGN POLICY ROMÂNIA BUCAREST

Nicolae Ţibrigan
"Attention. You are leaving the European sector" ["Attenzione, state lasciando
il settore europeo"], annunciano i cartelli a Varniţa. I recenti movimenti di
truppe in questo villaggio di frontiera hanno risvegliato i timori di un nuovo
conflitto sul Dnestr. Non dimentichiamo che la Transnistria ospita a Kolbasna
il più grande deposito di armi convenzionali dell'Europa orientale, che, con la
presenza della 14° armata russa, ha svolto un ruolo non trascurabile durante la
guerra civile scoppiata quando la Transnistria russofona ha decretato la sua
indipendenza nel 1991. Inoltre i gasdotti russi che alimentano la Romania e la
Budapest passano per la Transnistria. Questi impianti sono gestiti dalla
Tiraspoltransgaz, una società controllata da Gazprom.

In questo momento a Chişinău si parla della soluzione del conflitto con la
regione secessionista nel contesto del processo di integrazione europea della
Moldavia. Sulla riva occidentale del Dnestr si ritiene che questo obiettivo sia
la soluzione ideale e che dovrebbe rendere Chişinău più attraente sulla riva
orientale. Ma di quale genere di attrazione si parla?

La Moldavia potrebbe apportare alla Transnistria un duplice beneficio
economico: i fondi europei e l'accesso ai mercati occidentali. "In Transnistria
la situazione economica è precaria. Tiraspol (la capitale) è interessata ai
soldi dell'Ue, e i fondi europei destinati a rafforzare la fiducia fra le parti
sono già adesso considerati come una fonte di sviluppo interno", dichiarava di
recente un responsabile di Bruxelles. Le "donazioni estere" rappresentano il 75
per cento del bilancio della regione, mentre il restante 25 per cento è dato
dalle esportazioni. La regione non è riconosciuta a livello internazionale e di
conseguenza le sue esportazioni passano attraverso imprese registrate presso la
camera di commercio di Chişinău – e in questo beneficiano delle "preferenze
commerciali autonome" (Pca) concesse alla Moldavia dall'Ue.

Tuttavia le Pca scompariranno alla fine di quest'anno, con l'entrata in vigore
della Zona di libero scambio approfondito e completo (Zlsac) fra l'Ue e la
Moldavia. Secondo un rapporto realizzato nel 2012 dal centro di analisi
indipendenti Expert Group, quasi il 40 per cento delle esportazioni della
Transnistria (metalli e prodotti metallurgici, energia e prodotti
dell'industria leggera) riguardano l'Ue – soprattutto la Romania, ma anche
l'Italia e la Germania. L'ammontare totale degli scambi fra la Romania e la
regione separatista si avvicinano a 31 milioni di euro all'anno. Se il governo
di Tiraspol si rifiutasse di cooperare con Chişinău sull'adozione delle
condizioni richieste dall'accordo Zlsac, la cui firma è prevista in novembre in
occasione del vertice del Partenariato orientale a Vilnius (il 28 e 29
novembre), gli operatori economici della Transnistria rischierebbero di
rimanere fuori dalla nuova intesa e l'Ue dovrà applicare dazi doganali del 17
per cento.

Questi fattori economici possono cambiare in modo radicale i comportamenti
politici di questa regione russofona? Ma mentre la Moldavia spera di firmare
l'accordo di Vilnius, Tiraspol agita la minaccia della sua "legge sulla
frontiera di stato". Adottata dal "soviet supremo" di Tiraspol il 23 maggio e
approvata il 10 giugno dal presidente Yevgeny Shevchuk, questa legge
ridefinisce i limiti del territorio sotto la sovranità della Repubblica moldava
del Dnestr. Tiraspol ha quindi annunciato – irritando Chişinău, l'Osce, l'Ue e
il Consiglio d'Europa – la creazione di punti di controllo lungo la frontiera
entro tre mesi dalla promulgazione, cioè a partire dal 10 settembre.

Due pensioni

Varniţa, una delle località che si trova sulla nuova carta (a 17 chilometri da
Tiraspol e a 65 da Chişinău) è attualmente sotto la giurisdizione del governo
di Chişinău. In primavera i residenti si sono opposti all'installazione,
effettuata di notte con una gru, di un posto di controllo doganale da parte
delle autorità di Tiraspol. Nei suoi rapporto con le due autorità il villaggio
di Varniţa è diviso. Sui 700 pensionati che ci vivono, 500 ricevono la loro
pensione da Tiraspol (in rubli della Transnistria), gli altri da Chişinău (in
lei moldavi). I primi ricevono l'equivalente di 123 euro, i secondi 52. Alcuni
abitanti hanno rinunciato al loro passaporto moldavo in favore di quello della
Transnistria [con il quale non possono attraversare le frontiere
internazionali] per poter avere uno stipendio più alto del 30 per cento a
Tighina (Bender) nonostante i due posti di frontiera da superare.

Nel frattempo dal marzo 2013 le autorità di Chişinău hanno annunciato
l'intenzione di creare dei posti di frontiera con la regione secessionista.
Secondo la stampa russofona locale questo dipende dalla decisione delle
autorità moldave di imporre un visto di ingresso ai residenti della
Transnistria che posseggono un passaporto russo o ucraino [cioè la maggioranza
della popolazione]. Il controllo delle migrazioni alla frontiera sul Dnestr è
una delle condizioni per la liberalizzazione del regime dei visti con l'Ue, ma
la grande estensione della zona di sicurezza – 255 chilometri – può costituire
un ostacolo alla sua creazione. Molto probabilmente Tiraspol cercherà di
ostacolare l'applicazione delle misure richieste dall'Ue sul Dnestr. Per
Tiraspol la comparsa di nuovi posti di frontiera di tipo Checkpoint Charlie
[uno dei punti di passaggio fra Berlino ovest e Berlino est durante la Guerra
fredda] sul Dnestr sarebbe considerata una sconfitta nei confronti dell'Unione
europea e un peggioramento della situazione in materia di riconoscimento
internazionale.

Traduzione di Andrea De Ritis

martedì 10 settembre 2013

Norvegia, voto choc: il partito di Breivik verso il governo

da www.corriere.it

Coalizione - Gli xenofobi sono alleati con i conservatori

Schiaffo ai laburisti, vince la destra

Anders Breivik (Epa/Junge)Anders Breivik (Epa/Junge)
È il giorno di Erna, la ragazza dell'Ovest che si avvia a diventare primo ministro. Ed è il giorno di Siv, la nemesi. La conservatrice Erna Solberg e la leader del Partito del Progresso Siv Jensen sono i volti della destra norvegese che ieri ha vinto le prime elezioni politiche dalle stragi del 22 luglio 2011. Un voto che segna la fine della coalizione rosso-verde guidata da Jens Stoltenberg e che sdogana definitivamente la formazione anti-immigrati alla quale nel 1999 aderì l'autore del doppio attacco di due anni fa, Anders Behring Breivik che osserva dalla cella del carcere di massima sicurezza di Ila, il suo ghigno come una condanna su un Paese che vuole dimenticare. «Ho lavorato duro per dare ai conservatori una nuova piattaforma» dice Erna, l'inflessibile «Merkel del Nord» che ha incentrato il suo progetto su taglio delle tasse, innovazione, competitività e ha accettato il rischio di una pragmatica apertura ai populisti di Siv. Con tre quarti dei seggi scrutinati, il blocco di centro-destra formato da conservatori, Partito del Progresso, liberali e cristiano-democratici conquista una maggioranza di 96 seggi su 169. Nei prossimi giorni saranno da definire gli equilibri di una coalizione dalla quale, dichiara Solberg, non sarà più possibile escludere la formazione della Jensen. Non sarà facile per Erna, decisa a costruire «un ponte» tra il centro e la destra populista, concordare una strategia di governo con Siv. L'alleanza necessaria a battere il centro-sinistra dovrà superare divergenze inconciliabili emerse già prima del voto, ad esempio sui campi per richiedenti asilo proposti dal Partito del Progresso. L'ultima speranza per i laburisti, primo partito, è che i rivali non trovino un accordo.
Voto choc, la Norvegia vira a destraMalgrado quarant'anni di storia e un radicamento territoriale che ne fa una delle maggiori forze dell'arco politico norvegese, il Partito del Progresso era sempre stato tenuto fuori da coalizioni di governo per la sua identità troppo tagliata sulla difesa di un'originaria purezza culturale costruita su un mix di valori cristiani e umanitarismo. Negli anni la retorica di partito è scivolata su posizioni sempre più antimusulmane, fino al celebre discorso del 2009 nel quale la stessa Jensen metteva in guardia da un'islamizzazione strisciante. Toni che richiamano sinistramente i proclami affidati da Breivik al suo manifesto pubblicato poche ore prima di stroncare 77 vite nell'assalto al quartiere governativo di Oslo e al campo estivo della gioventù laburista sull'isola di Utoya. Un attacco pianificato per anni con l'obiettivo dichiarato di scuotere la classe dirigente e fermare le politiche multiculturaliste della sinistra che rischiavano di consegnare la Norvegia e l'Europa all'onda islamica. La preparazione dell'attentato cominciò nel 2002. Proprio quell'anno un ramo locale dell'organizzazione giovanile del Partito del Progresso scelse come presidente l'allora 23enne Breivik.

Dopo Utoya, il partito ha condannato senz'appello la peggiore strage sul suolo norvegese dalla Seconda guerra mondiale, rimosso i dirigenti più controversi, abbassato i toni sull'immigrazione e spostato il focus sulle riforme economiche e sul ridimensionamento del ruolo dello Stato. «Siamo un partito liberale» ripete Jensen, che ha sempre respinto l'etichetta di leader «populista», «a meno che populista non significhi risolvere i problemi quotidiani della popolazione«. Tra le sue proposte, la revisione della regola d'oro che stabilisce un tetto del 4% oltre il quale è proibito attingere al Fondo petrolifero sovrano da 750 miliardi di dollari, un limite per proteggere una ricchezza destinata alle generazioni future. Anche Erna Solberg ha puntato sul Fondo, proponendo di modificarne l'assetto amministrativo, curato sin dal 1996 da un ramo della Banca centrale norvegese: l'idea è assegnare settori diversi del Fondo a più soggetti, per favorire un management competitivo. Il nuovo governo sarà chiamato a un ripensamento complessivo di un sistema economico troppo dipendente dalle pur immense riserve petrolifere.
In lista con i laburisti, anche 33 sopravvissuti di Utoya che su quell'esperienza hanno fondato un rinnovato impegno politico, «la generazione 22 luglio».
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giovedì 5 settembre 2013

Pensioni choc in Polonia: il premier annuncia la nazionalizzazione di quelle private

da www.ilsole24ore.com


Donald Tusk (Afp)Donald Tusk (Afp)
E tre: dopo Argentina e Ungheria anche la Polonia decide di nazionalizzare la previdenza privata. L'obiettivo è analogo ai casi precedenti: ridurre il debito pubblico di otto punti percentuali dall'attuale 52,7% del Pil nazionale, scendendo così sotto la soglia del 50%. In questo caso la modalità identificata dal premier polacco Donald Tusk è quella di trasferire nelle casse dello Stato le obbligazioni detenute dai fondi pensione coperti da garanzia pubblica, in particolare obbligazioni sovrane, per un ammontare superiore ai 40 miliardi di euro. In Polonia l'adesione alla previdenza complementare è volontaria: a questi strumenti va il 2,92% della retribuzione dei lavoratori che chiedono di includere anche una parte privana nel proprio piano previdenziale. Quello di Varsavia è un sistema previdenziale "ibrido" con un veicolo pubblico (lo "Zus") e uno privato.
La mossa comporterà in sostanza il dimezzamento del patrimonio di questi strumenti - visto che i titoli di Stato ammontano al 51,5% degli "asset under management" dei fondi pensione -, riducendo in misura conseguente il ruolo della previdenza complementare nel sistema economico e finanziario della Polonia. L'altra metà del portafoglio dei fondi pensione è investita per buona parte in titoli quotati alla Borsa di Varsavia. Il Ministro delle Finanze polacco Jacek Rostowski ha annunciato alla stampa che prossimamente il governo modificherà la normativa che regola la disciplina di investimento dei fondi pensione, offrendo loro una maggiore possibilità di investire in titoli azionari.
Le critiche dei gestori e la difesa del Governo
L'annuncio ha ovviamente suscitato critiche da parte dell'associazione dei fondi pensione che hanno giudicato incostituzionale l'iniziativa dell'Esecutivo, in quanto la sostanziale annessione di asset non prevede alcuna forma di compensazione da parte dello Stato. Dure le dichiarazioni anche dei principali attori del sistema finanziario polacco: in particolare dalle società di gestione del risparmio, che amministrano i patrimonio affidati loro dai fondi pensione, da Ing ad Aviva, Axa, Generali e Allianz. Complessivamente il sistema della previdenza privata in Polonia pesa per quasi il 20% del Pil nazionale e la stesa Borsa di Varsavia vede i gestori di fondi pensione protagonisti degli scambi. L'indice principale polacco ha iniziato a scendere dopo l'annuncio del governo per chiudere la giornata a -2,6%. «Il peggio che ci si possa aspettare, una decisioen che potrebbe far chiudere la previdenza privata» ha commentato Rafal Benecki di Ing Bank Slaski. Da parte sua il Ministro delle Finanze Rostowski ha cercato di rasserenare gli animi anticipando una maggiore flessibilità nelle scelte di portafoglio dei fondi. L'annessione dei propri titoli obbligazionari, ha precisato, visto che fino a ieri il debito polacco «appariva superiore» rispetto alla realtà.
Può accadere anche in Italia?
Come detto la Polonia non è il primo paese che decide di annettere nelle casse pubbliche patrimoni previdenziali privati: le necessità di bilancio hanno portato ad analoghe misure il governo della presidente Cristina Kirchner nel 2008 e due anni il parlamento ungherese ha varato una riforma complessiva del sistema previdenziale che ha innalzato le aliquote contributive e incamerato i portafogli dei fondi pensione nel Fondo Pensionistico Nazionale, con una clamorosa inversione a U rispetto alla decisione di lanciare la previdenza privta, dieci anni prima. La possibilità di individuare forme per annettere al bilancio dello Stato parte se non tutto il patrimonio della previdenza privata, è stata occasione di ipotesi anche nei corridoi dei palazzi italiani: si va dall'annessione dei titoli di debito sovrani, come accaduto in Polonia, alla creazione di vincoli di portafoglio, passando dall'imposizione - per gli strumenti di primo pilastro - di una tassazione da strumento speculativo, non conforme con gli obiettivi previdenziali. Ipotesi respinte da una parte dall'effettivo ruolo della previdenza privata a supporto di una pubblica che progressivamente garantirà pensioni più basse, dall'altra dall'del un sistema.
I fondi pensione complementari italiani, in particolare, presentano costi particolarmente bassi se confrontati con quelli di analoghi strumenti europei e con rendimenti medi che negli ultimi otto anni - crisi compresa - hanno battuto quello dei Tfr, alternativo nelle scelte dei lavoratori italiani. Il fianco scoperto del sistema italiano di secondo pilastro è rappresentato dalla gestione prudente - che impedisce per esempio di investire in paesi considerati nel 1996, epoca della definizione del decreto che stabilisce i criteri di investimento - "rischiosi"; Cina, Brasile, Russia compresi; dall'altra l'alta esposizione in titoli di Stato in particolare italiani, per quasi 30 miliardi di euro: titolo il cui merito di credito è sceso complice i declassamenti delle agenzie di rating, tanto da spingere le autorità di vigilanza ad invitare a prendere "con le pinze" le indicazioni relativi alle soglie minime. E infine, oltre al "pericolo polacco", sono da considerare le condizioni fiscali dei fondi pensione: divenuti particolarmente convenienti negli ultimi due anni a causa dell'inasprimento dell'imposizione fiscale di altri strumenti utilizzati analogamente come forma di risparmio di lungo termine: da una parte il recentissimo decreto 102 che taglia le detrazione per le polizze Vita e dall'altra l'imposta definita dal decreto Salva Italia dello 0,15% sul totale affidata in gestione a fondi comuni, Etf, gestioni finanziarie.
Può accadere anche in Italia ciò che è accaduto in Polonia e prima in Argentina e Ungheria? I tecnici che in passato si sono eserictati con le ipotesi di cui sopra sanno che un'analoga "annessione" a quella polacca di titoli di Stato porterebbe nelle casse pubbliche solo 30 miliardi: poco se confrontato con gli oltre 90 miliardi di euro di interessi sul debito pagati da Repubblica italiana nel 2012 ai propri sottoscrittori di titoli di Stato. E soprattutto rispetto ai 120 miliardi di euro in asta da qui alla fine dell'anno: una nazionalizzazione verrebbe letta come un mossa disperata per far quadrare i conti, con conseguente impennata dei rendimenti dei Btp. E di conseguenza delle tasse dei contribuenti italiani.

lunedì 2 settembre 2013

Germania, pareggio Merkel-Steinbrueck nel dibattito in tv

da www.ilsole24ore.com

Angela Merkel e Peer Steinbrueck (Ap)Angela Merkel e Peer Steinbrueck (Ap)


FRANCOFORTE – Aveva bisogno di una vittoria convincente nel dibattito televisivo di ieri sera, il candidato socialdemocratico Peer Steinbrueck, per sperare di impedire la terza riconferma di Angela Merkel alla giida del Governo tedesco. Gli ultimi sondaggi del fine settimana danno la sua Spd im svantaggio di 16-17 punti sui democristiani del cancelliere.
Ha ottenuto tutt'al più un pareggio in un confronto che si è sviluppato su novanta minuti come una partita di calcio senza grandi sorprese. E senza gol. Era forse l'ultima occasione per Steinbrueck, a tre settimane esatte dal voto del 22 settembre. Ora il suo compito risulta quasi impossibile. La signora Merkel, che sfoggiava una collana di metallo con i colori della bandiera tedesca (oro, rosso e nero), ha giocato sulla difensiva, ricordando ai tedeschi che la conoscono bene e che gli ultimi quattro anni del suo governo sono stati «sensazionali», come ha detto con non poca esagerazione. Dalla sua, ha senz'altro il buon andamento dell'economia e la disoccupazione ai livelli minimi dalla riunificazione tedesca di vent'anni fa. Tanto che si è potuta addirittura permettere di riconoscere al governo socialdemocratico del suo predecessore, Gerhard Schroeder, i meriti delle riforme del mercato del lavoro.
Steinbrueck ha ribattuto che questo miracolo non è per tutti e che sette milioni di tedeschi vivono in condizioni economiche di precarietà. Ha rilanciato la sua proposta di tassare di più ricchi, una ricetta che il cancelliere ha prontamente respinto e che non piace all'elettorato, secondo i sondaggi d'opinione. Le divisioni maggiori sono emerse però sulla gestione della crisi dell'euro. Il caso Grecia è stato uno dei primi temi sollevati nel dibattito dai quattro moderatori, tre giornalisti e un conduttore di giochi a quiz, scelto per dar voce all'uomo della strada, in realtà apparso del tutto fuori posto.
Lo sfidante ha accusato il Governo di aver comminato «dosi mortali» di austerità ai Paesi dell'eurozona in difficoltà, aggravandone la recessione, e ha ricordato quando la Germania del Dopoguerra ebbe bisogno del piano Marshall americano per rimettersi in piedi, invocando un'azione simile per il Sud Europa, un'altra posizione che l'elettorato non pare condividere. La signora Merkel ha avuto buon gioco nel rammentare al suo concorrente e agli elettori che in Parlamento i socialdemocratici hanno votato a favore di tutte le decisioni sui salvataggi europei e comunque che fu del Governo Schroeder l'errore di ammettere la Grecia nella moneta unica. Anche nel resto dell'eurozona, ha detto il cancelliere, insistendo che continuerà a chiedere riforme ai Paesi debitori, ci sono ora segnali di ripresa. I due si sono trovati invece d'accordo nell'escludere un intervento militare tedesco in Siria.
Steinbrueck ha tenuto a bocciare l'ipotesi di una grande coalizione fra democristiani e socialdemocratici dopo il voto. Ipotesi che diventerebbe realtà se l'attuale partner di Governo della signora Merkel, i liberaldemocratici, che oscillano da settimane poco sopra il 5%, non riuscissero a superare questa soglia, che fa da sbarramento all'ingresso in Parlamento. Il cancelliere non ha invece chiuso la porta a un accordo con il principale partito d'opposizione, rammentando per ben tre volte a Steinbrueck, con una punta di malizia, che è stato il suo ministro delle Finanze nel suo primo Governo, fra il 2005 e il 2009. A questo punto, però, una grande coalizione escluderebbe la presenza di Steinbrueck stesso, che le ultime carte se l'è giocate ieri sera. Qualche sondaggio subito dopo la conclusione della trasmissione, apparsa in contemporanea su 4 delle principali reti tv, lo ha trovato più convincente, ma la signora Merkel è risultata più "in sintonia" con il pubblico. Si è trattato dell'unico dibattito fra i due leader nella breve, e noiosa, campagna elettorale tedesca. Stasera si confronteranno, in una sorta di serie B, i rappresentanti dei partiti minori.

venerdì 30 agosto 2013

Le quote rosa arrivano alla Bce

da www.ilsole24ore.com


La Bce punta a raddoppiare le quota rosa nel suo management attraverso un «piano d'azione per la diversità di genere». L'obiettivo, secondo una nota dell'istituto, è avere entro la fine del 2019 un 35% di quota spettante alle donne nelle posizioni di middle management (capi e vicecapi di divisione, capi di sezione, consiglieri) rispetto all'attuale 17% e un 28% di donne nelle posizioni senior (direttori generali, vicedirettori generali, direttori e consiglieri principali) rispetto all'attuale 14 per cento.
Nel consiglio dell'Eurotower non c'è più alcuna figura femminile da quando, nel 2011, ha lasciato l'austriaca Gertrude Tumpel-Gugerell, membro del comitato esecutivo.
L'addio della Tumpell-Gugerell e l'avvicendamento con colleghi maschi all'interno del comitato esecutivo avevano suscitato molte polemiche. Lo scorso ottobre la riunione plenaria del Parlamento europeo era arrivata a respingere la candidatura di Yves Mersch, poi passata, chiedendo che fosse rispettato l'equilibrio di genere nella composizione dei vertici dell'Eurotower. La polemica però aveva per mesi tenuto in sospeso la nomina del lussemburghese Mersch: Jörg Asmussen, consigliere tedesco nell'esecutivo Bce nominato prima di Mersch e poco dopo l'ingresso di Mario Draghi come presidente, lo aveva difeso affermando che non poteva finire vittima delle quote rosa.
Dopo le polemiche, nei mesi scorsi la Bce ha deciso un cambio di rotta per aumentare il numero delle donne impiegate. Con la decisione di ieri non vi saranno obblighi specifici, ma un impegno ad aumentare in modo significativo le posizioni più importanti assegnate a donne.
Prima di Gertrude Tumpell-Gugerell, il comitato esecutivo Bce ha avuto una sola donna come membro, la finlandese Sirkka Hamalainen, entrata nel 1998 alll'Eurotower.
C'è anche un'italiana fra le donne arrivate a ricoprire posizioni di rilievo alla Bce: è Lucrezia Reichlin, fino al 2008 direttore generale della ricerca economica a Francoforte.

giovedì 29 agosto 2013

Il Parlamento europeo difende l’Ukraina nella guerra commerciale con la Russia

da it.euronews.com

28/08 17:50 CET

Minacciando una guerra commerciale con l’Ukraina, la Russia sta violando il diritto internazionale. E’ l’opinione della Commissione affari esteri del Parlamento europeo riunita in seduta straordinaria a Bruxelles. Spiega il suo presidente Elmar Brok: “Decidere se firmare l’accordo di associaziane con l’Unione Europea spetta solo a Kiev, non a Mosca, né a Bruxelles. In commissione c‘è stato ampio consenso tra gli eurodeputati su questo punto. Il comportamento della Russia è inaccettabile”
Se Mosca teme l’invasione di prodotti europei tramite la vicina Ukraina, il premier ukraino Azarov ha preso le distanze e invitato la Russia ad accettare la realtà di un’Ukraina rivolta ormai piu’ verso l’Europa. Una linea difesa anche dal campione di boxe Vitali Klitschko, uno dei leader dell’opposizione: “L’Ukraina deve firmare l’accordo di associazione con l’Europa. Capisco che ci sia un dibattito sul rilascio di Yulia Tymoshenko ma questa decisione spetta al governo”
L’accordo potrebbe essere firmato a Vilnius a fine novembre, non è chiaro quanto peserà sulla sua conclusione, il caso dell’ex premier Tymoshenko che l’Europa vuole fuori dal carcere.