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lunedì 22 ottobre 2012

Merkel minaccia Cameron: cancelleremo il summit di novembre se ci sarà un veto inglese sul bilancio Ue

da www.ilsole24ore.com

LONDRA - Angela Merkel ha perso la pazienza con David Cameron. Il premier britannico ha ribadito all'ultimo eurosummit la sua minaccia di porre il veto al budget europeo se non ci sarà un totale congelamento della spesa. Ora è il cancelliere tedesco a passare alle minacce, avvertendo di essere pronta a cancellare il summit di novembre se Londra non cambierà posizione.
Il mese prossimo i leader europei dovrebbero approvare il budget Ue per i prossimi sette anni, dal 2014 al 2020. Per Cameron è l'occasione giusta per dimostrare che Londra non intende deviare dalla linea dura. «Porrò il veto a qualsiasi accordo che non sia favorevole agli interessi della Gran Bretagna», - ha dichiarato il premier. «Non possiamo permettere che la spesa europea continui ad aumentare quando ci sono così tante decisioni difficili da prendere in tanti campi diversi».
Per la Merkel invece il budget deve essere approvato senza screzi o esitazioni perchè ci sono poi cose importanti di cui occuparsi, come il summit di dicembre sull'unione bancaria. Dietro le quinte il cancelliere tedesco starebbe cercando di convincere Cameron ad accettare un compromesso proposto dalla Germania che limiterebbe la spesa Ue all'1% del Pil europeo, impegnandosi a non accettare aumenti in fase di discussione al summit. La Commissione europea aveva invece proposto una spesa dell'1,1%, pari a oltre mille miliardi di euro. La proposta tedesca ha già ricevuto il sostegno esplicito di Olanda, Svezia, Danimarca, Austria e Repubblica ceca e il sostegno implicito di Francia e Italia.
Cameron si trova di fronte a una scelta difficile: da un lato sa che la sua posizione oltranzista sull'Europa è molto popolare tra gli euroscettici inglesi, e il premier in calo di popolarità ha bisogno del sostegno del suo partito e di un rilancio nei sondaggi. Dall'altro lato Cameron sa che l'irritazione degli altri leader europei verso la scarsa collaborazione della Gran Bretagna in ambito Ue sta crescendo e che un suo veto al budget avrebbe gravi ripercussioni politiche e diplomatiche.

martedì 16 ottobre 2012

Turchia, superati i 100mila rifugiati siriani. Ankara chiede aiuto alla Ue

da www.ilsole24ore.com


Profughi Siriani, in Turchia, dopo aver attraversato il fiume Oronte vicino al villaggio di Hacipasa. (Reuters)Profughi Siriani, in Turchia, dopo aver attraversato il fiume Oronte vicino al villaggio di Hacipasa. (Reuters)
Il ministro degli Affari europei turco, il dinamico Egemen Bagis, ha chiesto che la Ue aiuti Ankara a gestire gli oltre 100mila profughi e disertori siriani che accoglie ufficialmente sul suo territorio. Bagis ha lanciato un appello ai Ventisette affinché «non pensino solo alla crisi dei debiti sovrani» ma «facciano di più per i profughi» sbarcati nel «nostro territorio».
L'Europa, ha detto Bagis in un'intervista, «dovrebbe cominciare a pensare alla gente che dalla Siria fugge in Turchia». L'ufficio emergenze e disastri (Afad) della presidenza del Governo turco ha indicato che il numero dei profughi e disertori è ora ufficialmente sopra quota 100mila. Ad oggi sono state registrate 100.363 persone provenienti dalla Siria. Nei Paesi confinanti con la Siria il numero dei profughi registrati è di 349mila. «L'Europa deve aiutare la gente che ha bisogno di un rifugio sicuro» ha detto il ministro turco, citato da Hurriyet.
Come, in che modo? Il ministro turco non si è espresso nei dettagli, ma si può facilmente intuire che per aiutare i profughi ci sono solo due modi: aprire le porte dei confini europei o aprire i cordoni della borsa. Due temi entrambi molto delicati in questa fase di ridimensionamento del bilancio europeo.
Sullo sfondo c'è anche il congelamento delle trattative per l'allagamento tra Ue e Turchia nel corso del semestre di presidenza cipriota a causa proprio della questione delll'isola separata in due zone dall'invasione turca del 1974. Inoltre Ankara chiede inutilmente da tempo a Bruxelles la fine dell'obbligo di richiesta del visto per i suoi cittadini che vogliono recarsi nella Ue. Come se non bastasse il confine terrestre tra Grecia e Turchia è fonte di altre tensioni tra i due Paesi mediterranei a causa del passaggio di clandestini che quotidianamente cercano rifugio in territorio greco, paese dell'Unione.
La preoccupazione della Ashton. «Sono molto preoccupata per quello che sta avvenendo al confine tra Turchia e Siria». È quanto ha ribadito l'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune europea, Catherine Ashton, sottolineando i rischi di contagio ai Paesi vicini della crisi siriana. «La situazione è pericolosa», ha avvertito, insistendo sulla necessità di mantenere «il sostegno agli sforzi dell'inviato dell'Onu, Lakhdar Brahimi».
Controlli aerei nei cieli turchi. Ieri l'aereo armeno con un carico umanitario a bordo per Aleppo costretto ad atterrare dalle autorità turche nell'aeroporto di Erzerum per essere sottoposto a controlli è stato autorizzato a riprendere il viaggio verso la Siria, secondo Hurriyet online, che cita il vicepremier di Ankara Bulent Arinc. Secondo la stampa turca la visita di controllo all'aereo era stata concordata con le autorità di Erevan e fa seguito al controllo di un aereo russo che ha provocato tensione diplomatica tra il presidente russo Valdimir Putin e il premier turco Recep Tayyip Erdogan.
Rapporto Ue sui diritti umani. Come se non bastasse a guastare i rapporti tra Ue e Turchia ci si è messo anche la politica interna turca. Un dirigente del partito Akp del premier islamico nazionalista Erdogan ha «buttato nella spazzatura» davanti alla stampa il rapporto molto critico sulla situazione dei diritti fondamentali nel Paese sul Bosforo reso pubblico la settimana scorsa dalla Commissione Ue, riferisce Hurriyet.
«È un pessimo rapporto. Merita di essere buttato nella spazzatura. Potete vederlo, lo butto nella spazzatura» ha detto ai cronisti presenti il presidente della commissione per gli Affari costituzionali del parlamento di Ankara Burhan Kuzu. Hurriyet ricorda che l'Ue ha ottenuto nei giorni scorsi il premio Nobel per la pace 2012 e che una delle ragioni dell'assegnazione del premio alle istituzioni europee è di avere contribuito allo sviluppo della democrazia e dei diritti umani tra cui il rispetto della minoranza curda in Turchia.

Ritornare al sogno europeo

da http://temi.repubblica.it/micromega-online


di Barbara Spinelli, da Repubblica

Fu una di quelle opere - l'unità fra europei edificata nel dopoguerra - che gli uomini compiono quando sull'orlo dei baratri decidono di conoscere se stessi: quando vedono i disastri di cui sono stati capaci, esplorano le ragioni d'una fallibilità troppo incallita per esser feconda.

E tuttavia non si fanno sopraffare dall'indolenza smagata che secondo Paul Valéry fu la malattia dello spirito europeo all'indomani del '14-18: la "noia di ricominciare il passato", l'inattitudine a riprendersi e ri-apprendere. Il Nobel della pace è stato dato ieri a quel ricominciamento della storia, e alla svolta che fu la riconciliazione tra Francia e Germania, che in soli 70 anni avevano combattuto tre guerre. Dalla messa in comune di risorse vitali per i due paesi - il carbone e l'acciaio, fonti di ricchezza e morte - nacque l'Unione che abbiamo oggi. Mai era apparso così chiaro, nell'attribuzione dei Nobel, il nesso fra pace, democrazia, diritto. Come se l'invenzione d'Europa fosse la conferma vivente che firmare le tregue non è fare la pace. Che per tenere insieme su scala continentale i tre obiettivi - pace, democrazia, diritto - occorre andare oltre i trattati fra Stati, oltre la non belligeranza fra sovrani che non riconoscono potere alcuno, né legge, sopra di sé.

Quando propose e creò la Comunità del carbone e dell'acciaio, Jean Monnet spiegò il ragionamento che lo aveva ispirato: "Quando si guarda al passato e si prende coscienza dell'enorme disastro che gli europei hanno provocato a se stessi negli ultimi due secoli, si rimane letteralmente annichiliti. Il motivo è molto semplice: ciascuno ha cercato di realizzare il suo destino, o quello che credeva essere il suo destino, applicando le proprie regole". Fu grazie a questa consapevolezza che l'unità degli europei divenne un modello, e per gran parte del mondo ancora lo è: dalle stragi etniche o razziali, dagli scontri fra culture o religioni, si esce solo se gli Stati nazione smettono l'illusione di bastare a se stessi - la regola della sovranità assoluta - e creano comuni istituzioni politiche che realizzino il destino di più paesi associati, non di uno soltanto. In Asia, in Medio Oriente, il metodo comunitario resta la via aurea per superare i nazionalismi: molto più della solitaria potenza americana.

Fu una sorta di conversione, quella sperimentata dagli Europei. Al posto dello sguardo nazionale, lo sguardo cosmopolita; al posto dei trattati fra Stati, un'unione sin da principio parzialmente federale, cui le vecchie sovranità assolute venivano delegate. L'Europa è un sogno antico, ma è nel '900 che diventa progetto pratico, necessità, dando vita a un'istituzione statuale. Un'istituzione che affianca Stati che si riconoscono non solo fallibili ma pericolosi per se stessi, se consegnati alle dismisure nazionaliste. Solo dopo la propria guerra dei trent'anni (quella che dal 1914 va al 1945) il continente scopre che non basta deporre le armi ma che urge capire perché insorgono i conflitti di sangue. "Insorgono a causa della facilità con cui gli Stati rimettono in causa il funzionamento delle loro istituzioni", disse ancora Monnet. Bene saperlo fin d'ora: le guerre divorano le democrazie, ma è il degradare delle democrazie e delle loro istituzioni che getta popoli senza più nocchieri nelle guerre.

Si trattava dunque di cessare i conflitti bellici e al tempo stesso di ridar forza alle istituzioni, di renderle meno discontinue. L'unità nasce dicendo no ai nazionalismi ma anche a quel che li fa impazzire: la povertà, la democrazia corrosa, il rarefarsi dello Stato di diritto prima ancora che dei diritti umani.

Conferito in questi giorni, il premio è singolare. Quasi sembra che faccia dell'ironia, anche se difficilmente immaginiamo una giuria ironica. È come se non suggellasse un progresso, ma indicasse come rischiamo di perderlo. Mostra quel che l'Europa ha voluto essere, e non è ancora o non è più. Gli scontri sull'euro, la Grecia trasformata in capro espiatorio, il peso abnorme di un solo Stato (Germania): non è l'unione cui si è aspirato per decenni, ma una costruzione che si decostruisce e arretra invece di completarsi. È come se la giuria ci dicesse, fra le righe: "Voi europei avete inventato qualcosa di grande, ma non siete all'altezza di quel che oggi premiamo. Siete una terra promessa, ma voi abitate ancora il deserto come gli ebrei fuggiti dall'Egitto". Se l'Europa si compiacerà del premio vorrà dire che dell'evento avrà visto solo la superficie celebrativa, non il caos che ribolle sotto la superficie.

Un premio così non si riceve soltanto. Lo si medita, lo si interroga, come nella Grecia antica s'interpellava l'oracolo di Delfi. Anche perché il responso non muta, nei millenni: conosci te stesso, ripeterà. Conosci il tradimento delle promesse iniziali e il ridicolo delle tue apoteosi. Prova a capire come mai l'Unione non sveglia più speranze ma diffidenza, paura, a volte ribrezzo.

Rimasta a metà cammino, l'Europa non è ancora l'istituzione sovranazionale che preserva la democrazia e lo Stato sociale. Viene identificata con uno dei suoi mezzi - l'euro - come se la moneta e le misure fin qui congegnate fossero la sua finalità, il suo orizzonte di civiltà. La fissazione sui piani di salvataggio finanziario e il rifiuto di ogni via alternativa hanno fatto perdere di vista la democrazia, e la solidarietà, e l'idea di un'Europa che, unita, diventa potenza nel mondo.

L'ideale sarebbe se l'Europa non andasse a prendere il premio, e comunicasse al Comitato Nobel che i propri cittadini (non gli Stati, ben poco meritevoli) verranno a ritirarlo quando l'opera sarà davvero voluta, e di conseguenza compiuta. Quando avremo finalmente una Costituzione che - come nella Federazione americana - cominci con le parole "Noi, cittadini....". Quando ci si rimetterà all'opera, e ci si spoglierà della noia di ricominciare la storia. I sotterfugi tecnici non durano: durano solo le istituzioni. La svolta è politica, mentale, e proprio come nel 1945, è la massima di sant'Agostino che toccherà adottare: Factus eram ipse mihi magna quaestio - Io stesso ero divenuto per me un grosso problema, e un grosso enigma.

(15 ottobre 2012)

venerdì 12 ottobre 2012

Nobel per la pace alla Unione europea "Per oltre 60 anni in difesa della democrazia"

IL CASO

Il riconoscimento alla Ue "per i suoi sforzi per l'avanzamento della pace, della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani". Barroso: "Anche nei momenti difficili siamo riusciti a dare ispirazione alla comunità internazionale". Monti: "Studiata e ammirata in tutto il mondo". Ma non tutti concordano. Farage, leader del partito indipendentista britannico: "Una disgrazia totale"

OSLO - Il premio Nobel per la pace 2012 è stato attribuito all'Unione Europea, che "per oltre 60 anni ha contribuito all'avanzamento della pace, della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa". Un riconoscimento arrivato, a sorpresa, in una delle fasi più critiche dell'Unione, messa a dura prova dalla crisi economica.

Dando l'annuncio ufficiale ad Oslo il presidente del comitato norvegese Thorbjoern Jagland ha sottolineato come la Ue e i suoi predecessori abbiano contribuito "per oltre 60 anni alla pace e alla riconciliazione, alla democrazia e ai diritti umani". Motivando il premio 1, il comitato ha ricostruito le vicende storiche dal dopoguerra a oggi, con particolare attenzione alla crisi:"l'Unione Europea è attualmente in una fase di gravi difficoltà economiche e forti tensioni sociali". Ma, prosegue la nota, il comitato intende concentrarsi "su ciò che vede come risultato più importante dell'Ue: la lotta per la pace e la riconciliazione e per la democrazia e i diritti umani. Il ruolo di stabilizzazione svolto dall'Ue ha contribuito a trasformare la maggior parte d'Europa da un continente di guerra a un continente di pace".

Le reazioni. Fra le primissime reazioni quella del presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, che si è detto "onorato e toccato". Subito dopo, su twitter, il presidente della Commissione Ue, José Manuel Durao Barroso ha scritto: "è un grande onore per l'intera Unione europea e per tutti i 500 milioni di cittadini Ue essere premiati con il Nobel per la pace 2012". Più tardi, in conferenza stampa, Barroso ha commentato il premio dicendo che l'Unione europea "è qualcosa di molto prezioso per il bene degli europei e del mondo". Il riconoscimento, ha aggiunto, "dimostra che anche in questi periodo complicati siamo riusciti a dare ispirazione alla comunità internazionale. Il comitato per i Nobel sta lanciando un messaggio importante: l'Ue ha lavorato bene. E noi ne siamo onorati".

Per il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, si tratta di un enorme onore, e del "più forte riconoscimento possibile delle profonde motivazioni politiche dietro la nostra Unione". Angela Merkel sottolinea invece "l'incoraggiamento agli sforzi per la pace", nelle motivazioni del premio. E ammonisce: "Dico spesso che l'euro è più di una moneta" e "proprio in questo momento non lo dobbiamo dimenticare".

"E' il grande senso dell'Europa che esce, perché l'Europa è nata per la pace", dice Romano Prodi. "I padri fondatori hanno voluto farla per costruire la pace in Europa che non c'era mai stata per nemmeno una generazione e adesso l'abbiamo avuta per 60 anni. Il compito più grande è stato compiuto". L'ex premier è protagonista di un curioso episodio: ha replicato con un sms, in diretta, ai conduttori e agli ospiti del programma radiofonico "Caterpillar A.M", Radio2 Rai, nel quale i conduttori, in particolare Marco Ardemagni, sollecitavano un commento personale dell'ex leader dell'Ulivo. "Dalla fine dell'Impero romano mai una generazione senza ragazzi morti in guerra. L'Ue ci ha dato 60 anni di pace. Vi pare poco?" - ha scritto Prodi sul messaggio, arrivato all'altra conduttrice Natascha Lusenti.

Per Giorgio Napolitano si tratta di una grande, semplice e spesso trascurata verità storica: "l'integrazione europea è nata innanzitutto come progetto di pace", dice il presidente della Repubblica. Del premio gioisce anche
Mario Monti: "la formula stessa dell'integrazione rivolta a impedire la guerra e a promuovere la pace, sperimentata per molti decenni, è oggetto di studio e ammirazione in altre parti del mondo", commenta il presidente del Consiglio.

"E' il coronamento di oltre 60 anni di processo di integrazione economica e politica che ha assicurato il più lungo periodo di pace e prosperità della storia del nostro continente", ha detto il vicepresidente della Commissione Ue Antonio Tajani.

Non tutti però concordano. "Il Nobel all'Unione europea, quando Bruxelles e tutta l'Europa stanno collassando nella miseria. Il prossimo cosa sarà? Un oscar a Van Rompuy?" ironizza l'euroscettico olandese, Geert Wilders. Stesso registro per Nigel Farage, a capo del britannico Independence Party: "è una disgrazia totale", ha detto, "e porta discredito al premio Nobel". 

Norvegia: congratulazioni, ma il nostro ingresso non è in agenda. Ad attribuire il premio all'Unione europea è stato un Paese che finora ha deciso di rimanerne fuori. E se i membri Comitato norvegese hanno votato il riconoscimento all'unanimità, i loro concittadini sono rimasti sempre stati divisi sulla questione e in due referendum, nel 1972 e nel 1994 hanno votato contro l'adesione all'Ue. Dal premier norvegese Jens Stoltenberg sono arrivate congratulazioni alla Ue, ma l'ingresso nell'Unione, ha ribadito, "non è nell'agenda di Oslo". Felicitazioni, quindi, ma strettamente separate dalle relazioni tra Ue e Norvegia.

Notizia anticipata dalla tv NRK. La prima ad anticipare la notizia del riconoscimento all'Europa è stata la televisione pubblica norvegese NRK, un'ora prima dell'annuncio ufficiale.
(12 ottobre 2012)

mercoledì 10 ottobre 2012

La Weimar greca

da www.repubblica.it

IL COMMENTO

di BARBARA SPINELLI Forse si muove qualcosa, nella mente della potenza tedesca che da anni comanda in Europa sapendola solo dividere, non guidarla e federarla?

Ancora non è chiaro, ma se Angela Merkel ieri è corsa a Atene 1 - dove la sua politica e il suo Paese sono esecrati, dove è stato necessario militarizzare la capitale per domarne la collera - vuol dire che vi sono elementi nuovi, che destano spavento a Berlino. Uno spavento che si è dilatato, dopo l'intervista di Antonis Samaras al quotidiano Handelsblatt di venerdì. Sono parole diverse dal solito: il Premier greco non si sofferma sui debiti, né sul Fiscal Compact, né sul Fondo salva-Stati approvato lunedì a Lussemburgo. La prima visita del Cancelliere, invocata da Samaras, avviene perché si comincia a parlare dell'essenziale: di storia, di memorie rimosse e vendicative, di democrazia minacciata. Estromessa, la politica prende la sua rivincita e fa rientro. Caos è il vocabolo usato nell'intervista, e il caos impaura la Germania da sempre. Anche perché quel che le tocca vedere è una replica: più precisamente, la replica di una storia che Berlino finge di dimenticare, ma che è gemella della sua.

Il caos, i tedeschi sanno cos'è: specie quello di Weimar, quando la democrazia, stremata dai debiti di guerra e dalla disoccupazione, cadde preda di Hitler. È lo scenario descritto da Samaras: Weimar è oggi a Atene, e anche qui incombe una formazione nazista, che si ciba di caos e povertà. Alba dorata ha ottenuto alle elezioni il 6,9 per cento, ma oggi nei sondaggi è il terzo partito. I suoi principali nemici sono l'Unione, e tutto quel che l'Europa ha voluto essere dal dopoguerra: luogo di tolleranza democratica, di assistenza ai deboli attraverso il Welfare.

Lo straripare della disoccupazione, spiega Samaras, dà le ali a un partito che non ha eguali in Europa, tanto esplicita è la sua parentela con il nazismo e perfino con i suoi simboli (una variazione della svastica). L'odio dell'immigrante, del gay, del disabile, è la sua ragion d'essere. Se l'Europa non aiuta la Grecia dandole più tempo, a novembre le casse statali saranno vuote e può succedere di tutto. In parlamento i deputati nazisti si fanno sempre più insolenti, sicuri. L'ex Premier George Papandreou è bollato come "greco al 25 per cento": la madre è americana. Ogni nuovo emigrato va tenuto lontano, con mine anti-uomo lungo le frontiere.
Non è male che infine si cominci a dire come stanno davvero le cose, e quel che rischiamo: non tanto lo sfaldarsi dell'euro, quanto il tracollo delle mura che l'Europa si diede quando nacque. Mura contro le guerre, contro le diffidenze nazionaliste, contro la logica delle punizioni. Fare l'Europa significava dire No a questo passato mortifero, ed ecco che esso si ripresenta nelle stesse vesti. Per la coscienza tedesca, uno scacco immenso: la storia le si accampa davanti come memento e come Golem, da lei stessa resuscitato.
Oltrepassare i calcoli sull'euro e sondare verità sin qui nascoste aiuta a scoprire quel che Atene sta divenendo: un capro espiatorio. Un laboratorio dove si sperimentano ricette costruttiviste e al tempo stesso si collauda la storia che si ripete: non come tragedia, non come farsa, ma come memoria stordita, morta.

Come possono i tedeschi scordare il muro portante del dopoguerra, e cioè la coscienza che la punizione nei rapporti tra Stati è veleno, e che i debiti bellici della Germania andavano perciò condonati? Nell'accordo di Londra sul debito estero, nel '53, fu deciso di prorogare di 30 anni il rimborso, e di esigerlo solo qualora non avesse impoverito la Repubblica federale. I greci non l'hanno dimenticato: un comitato di esperti sta calcolando quel che Berlino deve a Atene per i disastri dell'occupazione hitleriana (circa 7,5 miliardi di euro). "Le riparazioni non sono più un problema", replica il governo tedesco. Lo saranno di nuovo, se il castigo ridiventa criterio europeo come nel 1918 verso la Germania.

La Grecia certo non è senza colpe. All'indisciplina di bilancio s'accoppiano la corruzione politica, l'enorme evasione fiscale. Il caos è in buona parte endogeno, come sostenne Alexis Tsipras del partito Syriza quando mise al primo punto del programma la lotta ai corrotti. Ma è un caos non più grave dell'italiano, e anche se Syriza ha manifestato ieri contro la Merkel, assieme ai sindacati, è scandaloso che il Cancelliere si rifiuti di incontrare il primo partito d'opposizione, solo perché le ricette anti-crisi sono ritenute fallimentari.

In fondo non c'è bisogno di Samaras, per penetrare la realtà greca ed europea, e ammettere che nessuno può sopportare una recessione quinquennale. Basta leggere blog e libri indipendenti. Bastano i testi di storia, che raccontano di un paese dove la resistenza antinazista non fu artefice della democrazia postbellica come in Italia, ma venne perseguitata ed esiliata dagli anglosassoni: il potere militare fu da loro favorito per decenni (colonnelli compresi).

I romanzi di Petros Markaris sul commissario Kostas Charitos  - una specie di Montalbano greco -  sono conosciuti in Italia. L'ultimo, pubblicato da Bompiani nel 2012, s'intitola L'Esattore, e narra di un assassino seriale che elimina uno dopo l'altro grandi evasori e politici corrotti, visto che lo Stato non sa né vuole agire. L'assassino assurge a eroe nazionale, gli indignados di Piazza Sìntagma vogliono candidarlo: "L'Esattore nazionale è un Dio!", gridano. Oggi esce in Francia un film di Ana Dumitrescu, Khaos, che raffigura il pandemonio ellenico. Dicono nel film: "Il pericolo è che la collera del popolo si trasformi in terribile bagno di sangue, sostituendosi all'azione politica".

Il sottotitolo di Khaos è "i volti umani della crisi": volti che la trojka non vede, né la Merkel, né i governi del Sud Europa che trattano Atene come paria, per paura d'esser confusi con essa. Ma il paria parla di noi, e dell'Europa tutta. Habermas probabilmente pensava alla Grecia, nel discorso tenuto il 5 settembre davanti al partito socialdemocratico: i piani di austerità delineano, ovunque, un percorso post-democratico. Quel che assottigliano non è tanto la sovranità assoluta degli Stati nazione  -  oggi anacronistica -  quando la sovranità del popolo, che è costitutiva della democrazia e non è affatto obsoleta. I diritti sovrani sottratti tramite Patto fiscale e Fondo salva-stati semplicemente evaporano, "perché non trasferiti verso un autentico, democratico legislatore europeo". Il potere resta nelle mani di trojke e Consigli dei ministri non eletti dai cittadini europei, o di tecnici che possedendo la scienza infusa pretendono di superare gli Stati nazione da soli, e surrettiziamente.

"Credo che questo sia il prezzo che paghiamo alla soluzione tecnocratica della crisi", conclude il filosofo: "In tale configurazione, imbocchiamo un percorso postdemocratico che approderà a un federalismo esecutivo. La democrazia si perde per strada, e tutti mancheremo l'occasione di regolare i mercati finanziari (...). Un esecutivo europeo del tutto indipendente da elettorati che possano essere democraticamente mobilitati smarrirà ogni motivazione e ogni forza per azioni di contrasto".

L'ora della verità è quella in cui i numeri non occupano l'intero spazio mentale, e in scena fanno irruzione la storia, le memorie scomode delle guerre europee e dei dopoguerra. Per questo sono importanti l'allarme di Samaras, il disagio che ha suscitato in Germania, l'impervia corsa della Merkel a Atene. Qualcosa si muove: non necessariamente in meglio, ma almeno si è più vicini al vero. Si chiama Alba dorata il pericolo greco, ed è alba tragica. All'orizzonte si staglia la figura dell'Esattore Nazionale, salutato come Apollo vendicatore: che viene e uccide i traditori della democrazia. È così, dai tempi dell'Iliade, che dalle nostre parti iniziano le guerre.
(10 ottobre 2012)

venerdì 5 ottobre 2012

Grecia: "Liquidità fino a novembre Siamo come la Germania di Weimar"

da www.repubblica.it

la crisi

Il primo ministro ellenico Samaras lancia l'allarme: senza la nuova tranche di aiuti di Ue, Fmi e Bce la casse dello stato sono destinate a rimanere vuote nel giro di un mese. "Siamo davanti alla sfida più difficile della nostra storia". La prossima settimana è in programma la prima visita greca di Angela Merkel dall'inizio della crisi

MILANO - La Grecia non avrà più liquidità a novembre se non riceverà la prossima tranche di aiuti da 31,5 miliardi dalla troika (Ue, Fmi e Bce). Lo ha dichiarato il primo ministro ellenico, Antonis Samaras, in un'intervista al quotidiano tedesco 'Handelsblatt'. Senza aiuti la Grecia sopravviverà "fino alla fine di novembre - ha detto Samaras - dopo di che le casse saranno vuote". Il paese, ha ribadito il primo ministro, "ha bisogno di più tempo per portare avanti il risanamento dei conti", mentre "non è detto che abbiamo bisogno di più liquidità". La democrazia greca, ha sottolineato con forza Samaras, "si trova davanti alla sfida più difficile della sua storia". La coesione sociale è in pericolo a causa "del continuo aumento della disoccupazione, così come è successo in Germania verso la fine della repubblica di Weimar". Se l'esecutivo guidato da Samaras "dovesse fallire, ci sarà il caos" e per questo c'è consenso verso il corso scelto dal nuovo governo perché i greci "capiscono che si tratta dell'ultima opzione". Il paese, malgrado le difficoltà, "è pronto ai sacrifici" pur dopo aver "perso oltre un terzo della sua ricchezza nel giro di cinque anni".

Sul fronte delle trattative tra Europa rigorista del nord e paesi in crisi del Sud c'è da segnalare che il cancelliere tedesco, Angela Merkel, si recherà martedì prossimo in visita ufficiale ad Atene per un vertice bilaterale, nel corso del quale vedrà il premier ellenico, Antonis Samaras. Lo ha annunciato il portavoce del governo tedesco a Berlino, spiegando che si tratta di una visita "normale" dominata dalla "difficilissima situazione" attraversata dalla Grecia. La Germania, ha sottolineato il portavoce, "vuole aiutare la Grecia a stabilizzarsi nell'eurozona". I principali temi in discussione saranno "la situazione in Grecia e nell'eurozona, le questioni internazionali e le relazioni bilaterale tra i due paesi". Si tratta della prima visita di Angela Merkel in Grecia dall'inizio della crisi dell'eurozona.

 
(05 ottobre 2012)

mercoledì 3 ottobre 2012

Europarlamento, la scelta dei grandi partiti "Candidato unico per le prossime elezioni"

da www.repubblica.it

Le principali famiglie politiche pronte a fare un passo avanti importante per il futuro dell'Unione: al voto del 2014 proporranno un solo candidato. I primi a battere un colpo sono stati i socialisti, ma anche popolari e liberali stanno decidendo su chi puntare

di ALBERTO D'ARGENIO BRUXELLES - Di fronte alle dormite dei governi che annunciano di voler riformare l'Unione europea ma poi a parte i grandi temi legati dall'euro non vogliono innovare nulla, potrebbero essere i grandi partiti all'Europarlamento a far fare un importante passo avanti all'Unione. Uno dei temi maggiormente dibattuti in questi anni di crisi e austerità è quello della legittimazione democratica dell'Ue. Oggi assai scarsa, con un Parlamento che conta quel che conta, una Commissione (ovvero l'esecutivo) il cui presidente viene scelto dai governi e dove il Consiglio europeo, ovvero i summit dei leader, che prende le decisioni che contano su impulso dei due o, ora con l'Italia di Monti, dei tre governi più influenti. Una situazione che da anni sta portando mezzo miliardi di cittadini europei a perdere fiducia nelle istituzioni di Bruxelles e a lanciarsi in una pericolosa (e controproducente) deriva euroscettica. Eppure di questo tema il rapporto sul futuro dell'Unione preparato dal presidente del Consiglio europeo, Hermann Van Rompuy, nulla dice. Evidentemente per il cauto fiammingo è un argomento troppo delicato da sottoporre ai governi.

Il primo a battere un colpo per superare lo stallo è stato il Partito socialista europeo che venerdì nel documento conclusivo del suo vertice a Bruxelles ha inserito la decisione di associare il nome di un proprio candidato alla presidenza della Commissione in occasione delle elezioni europee del 2014 . In sostanza, tutti i suoi partiti nazionali, in Italia il Pd, si impegneranno a votare l'uomo scelto
in modo che se il Pse vincerà le elezioni manderà a guidare l'esecutivo comunitario un nome indicato prima dell'apertura delle urne e sul quale tutti hanno fatto campagna elettorale. Che dovrebbe essere l'attuale presidente del Parlamento europeo, il socialdemocratico tedesco Martin Schulz. Un modo per restituire peso e slancio politico a Bruxelles dopo i due impalpabili mandati del conservatore portoghese Barroso. La cui debolezza, per molti osservatori, è uno dei fattori che spiegano la debolezza con la quale l'Europa ha risposto alla crisi. La cui gestione, in effetti, è stata affidata esclusivamente ai governi, limitati nelle loro scelte da rivalità, interessi di parte e continue campagne elettorali.

I tempi di un Delors, ma in parte anche di un Prodi, capace  di lottare alla pari con le capitali per portare avanti le proprie proposte sono lontanissimi. La scommessa del Pse, e secondo molti la vincerà, è che di portarsi dietro anche le altre famiglie politiche dell'Europarlamento, in modo che ognuno dichiari prima del voto chi sarà il proprio candidato alla Commissione in caso di vittoria. E già circolano i primi nomi. Il Partito popolare europeo (il Ppe al quale per l'Italia aderiscono Pdl e Udc) dovrebbe convergere su Viviane Reding, lussemburghese già tre volte commissario Ue, o sul premier polacco Donald Tusk. I liberali puntano invece sull'ex premier belga Guy Verhofstadt. Sarebbe un modo tutto politico per aggirare le inefficienze dei governi e rilanciare l'integrazione europea.
(03 ottobre 2012)

lunedì 1 ottobre 2012

Milliband al congresso dei laburisti: «Stop allo strapotere delle banche. Sembrano dei casinò»

da www.ilsole24ore.com

Il Leader Laburista Ed Miliband. (Epa)Il Leader Laburista Ed Miliband. (Epa)
Attacco frontale alle banche: il leader laburista Ed Miliband, alla ricerca di popolarità, ha minacciato nuove leggi per forzare la separazione tra investment bank e banche retail. Nel primo giorno del congresso del partito laburista a Manchester, Miliband ha accusato il Governo di coalizione di essere troppo ‘morbido' con il settore finanziario responsabile della crisi e ha invocato un "capitalismo piú responsabile".
Il nostro messaggio alle banche è "molto chiaro", ha detto Miliband: «O cambiano da sole e una volta per tutte, in modo che le banche retail non facciano più parte della divisione ‘casinó', oppure il prossimo Governo laburista approverà una legge per forzare la separazione. C'è bisogno di un profondo cambiamento reale e culturale».
Le proposte del rapporto Vickers, commissionato dal Governo per riformare il settore bancario, vanno approvate in toto, secondo Miliband, non annacquate come rischia di accadere. Il "muro" tra le due divisioni delle banche deve essere solido e invalicabile.
Il leader laburista ha anche promesso più concorrenza nel settore: un suo Governo costringerebbe le cinque grandi banche a vendere almeno mille filiali ad istituti piú piccoli e faciliterebbe la transizione dei risparmiatori da una banca all'altra mantenendo lo stesso numero di conto corrente.
Sul fronte fiscale Miliband ha detto che se diventerà premier riporterà l'aliquota massima al 50%, affermando che la decisione del Governo di ridurla al 45% significa di fatto che «David Cameron consegnerà un assegno da 40mila sterline a ogni singolo milionario in Gran Bretagna».
Oggi nel suo discorso al congresso il cancelliere-ombra Ed Balls annuncerà l'intenzione di spendere almeno 3 miliardi di sterline per costruire 100mila case popolari. I proventi della vendita delle licenze per la telefonia mobile 4G verranno utilizzati per rilanciare l'edilizia popolare.
«Ci impegniamo a utilizzare i soldi dalle vendita 4G e costruire per i prossimi due anni: centomila case da acquistare o affittare, per creare centinaia di migliaia di posti di lavoro e far ripartire l'edilizia, - dirá Balls nel suo discorso, alcuni brani del quale sono stati anticipati stamattina. – Basta chiacchiere, ora ci vogliono azioni concrete per rilanciare la crescita. Se l'economia non cresce, è impossibile far scendere il deficit».