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martedì 31 luglio 2012

Nel medagliere olimpico il simbolo dell'Unione europea

da www.lastampa.it
31/7/2012
Voglio fare un appello alla redazione de La Stampa perché nella pubblicazione del medagliere olimpico aggiunga una riga con la somma dei successi ottenuti dagli atleti europei a Pechino, il vecchio continente ha totalizzato più medaglie di Cina e Usa messi insieme e nessuno pare essersene accorto. È tempo che l’Europa superi i propri complessi e ritrovi un po’ di orgoglio: i giochi sono nati 2500 anni fa in quella terra reietta da banche ed agenzie di rating e l’Europa è ancora la più giovane fra tutte le nazioni, con molto da insegnare in tema di benessere, sviluppo e tolleranza. Ma non lo farà con una moneta su cui non è stampato alcun volto; potrà cominciare a farlo con i volti freschi dei suoi atleti, giovani di 2500 anni, nati però dopo il secondo eccidio mondiale, il sessantotto, il crollo del muro e delle ideologie... che viaggiano e conoscono le lingue. Un evviva per i nostri atleti (in primis italiani), campioni nella cosa più seria e bella del mondo: il gioco.
Fabio Groppetti

Accade sempre più spesso che la Cina faccia incetta di medaglie olimpiche. Certo ai cinesi non manca il materiale umano. Molto più probabile trovare un campione scegliendo su una popolazione di oltre un miliardo di persone rispetto a nazioni europee 20 volte meno popolose. Chissà che a qualcuno venga in mente di inserire nel medagliere anche la bandierina dell’Unione Europea con il conteggio che comprende le vittorie di tutti gli Stati membri, tanto per non mettere sullo stesso piano nani e giganti.
Nessuno invece pensa ai metodi messi in pratica dai cinesi per raggiungere le vittorie. Si sa che il rispetto dei diritti umani non è di casa da quelle parti, il Cio si è mai fatto domande su come vengono trattati gli atleti?
Sandro L.

Da oggi anche nel medagliere pubblicato su La Stampa trovate il simbolo dell’Unione europea e la somma delle medaglie conquistate dagli atleti dei Paesi dell’area euro. Lo abbiamo deciso nella riunione di redazione di ieri mattina e le vostre lettere ci confermano che era giusto farlo. Devo dare il merito dell’idea a Massimo Gramellini che ha insistito molto e che già la scorsa settimana, nel suo Buongiorno, aveva scritto: «Immaginate il medagliere olimpico, con l’Europa Unita che lotta per il primo posto contro l’America e la Cina, e quasi sicuramente le supera, sentendosi di nuovo il centro glorioso del mondo e non un insieme di piccole, rissose e decadenti periferie. Immaginate quale effetto avrebbe sull’identità del Vecchio continente la condivisione di emozioni così possenti».
Abbiamo scelto l’area euro, non tutta l’Europa unita, perché oggi ad essere in crisi è la moneta e questa crisi sta mettendo a dura prova ogni discorso di identità comune. In questo modo ci si può rendere conto che siamo anche altro e visto l’effetto positivo che le vittorie calcistiche e sportive fanno all’identità italiana e anche al tricolore, quest’idea potrebbe aprire un percorso per identificarsi anche con la bandiera azzurra con le stelle.

Ps: a ieri sera saremmo primi come numero di medaglie (20), come ori vinti invece secondi dietro la Cina ma davanti agli Usa.
31/7/2012

L'intervento di Draghi può salvare l'Europa

da www.repubblica.it

di EUGENIO SCALFARI

Repubblica, 29 luglio 2012

DOMENICA scorsa scandivamo le tappe e il calendario necessari per
costruire quell'Europa di cui furono poste le premesse con i Trattati
di Roma del 1957 e con la nascita della Comunità del carbone e
dell'acciaio; poi con il libero mercato dei capitali e delle merci;
infine col trattato di Maastricht dell'87 e col sistema monetario che
sboccò nel '98 nella moneta comune e nella Banca centrale europea.

Un percorso molto lungo, più di mezzo secolo, del quale oggi si
analizzano le carenze, gli errori, i passi del gambero che ne hanno
accompagnato la nascita e la crescita. Molti indicano e denunciano che
l'Europa è nata male, è un'entità sbilanciata da tutti i lati, zoppa,
gobba, deforme, con istituzioni-fantasma scritte sulla carta ma prive
di autorità sostanziale, detenuta dai governi nazionali e affidata ad
una tecno-struttura priva di autorevolezza e di visione politica.

L'Europa insomma consiste in un patto tra i governi che hanno
mantenuto integra la propria sovranità, decidono all'unanimità o non
decidono, conservano piena autonomia nella politica estera, nella
difesa, nel fisco, nell'immigrazione, nell'educazione, nella politica
industriale e nell'assistenza. Insomma in tutto. Erano 5 Stati
all'inizio; adesso sono diventati 27, dei quali 17 hanno la moneta
comune. E questa è l'Europa i cui confini ormai coincidono con quelli
tradizionali del continente, ma la cui sostanza è appunto giudicata
zoppa, gobba, deforme e comunque incapace di progredire verso quello
che fu il sogno dei suoi fondatori.

Ovvero uno Stato federale che unisca il continente in un'epoca globale
che non lascia posto a entità statali di piccole dimensioni.

Io non sono di questo parere. Non penso che il mezzo secolo trascorso
sia un periodo eccessivamente lungo: i grandi Stati nazionali, la
Francia, la Spagna, l'Inghilterra, gli Stati Uniti d'America,
impiegarono secoli prima di imporsi al potere sovrano dei loro
vassalli e agli Stati confederati con uno Stato federale. Mezzo secolo
non è molto ed ha comunque realizzato un periodo di pace e di amicizia
tra Entità che erano vissute in guerra tra loro per oltre un
millennio. La pace fu soltanto un breve intermezzo, la guerra fu la
condizione permanente.

L'Europa - è vero - vive e opera nel quadro di un assetto
intergovernativo e nell'economia globale quell'abito risultata sempre
più stretto e sdrucito per contenere la realtà circostante. Il vero
problema dunque è quello di passare gradualmente da un sistema di
Stati confederati ad uno Stato federale.

La crisi che sta scuotendo tutto l'Occidente e addirittura tutto il
pianeta da cinque anni e in particolare negli ultimi due, ha questo di
salutare: gli scossoni hanno dimostrato la fragilità del sistema
confederato.

O salta tutto e gli staterelli europei precipiteranno
nell'irrilevanza, o la costruzione federale acquisterà slancio ed
energia propulsiva.

E chi può guidare quest'evoluzione che non ha alternative se non la
sola istituzione europea indipendente dai governi che si disputano una
sovranità sempre meno significante?

Chi, se non la Banca centrale europea? Questa verità l'abbiamo
enunciata molte volte su queste pagine e da ultimo domenica scorsa,
motivando anche con il calendario. Si prevedono da cinque a dieci anni
per la nascita graduale dello Stato federale. Si prevede a dir poco un
anno per l'unione bancaria. Ma nel frattempo la mazza ferrata della
speculazione batte quotidianamente sulla fragilissima incudine della
finanza, dei tassi di interesse, dell'economia reale.

E ancora una volta, chi può e deve intervenire da subito per frenare
il martello e rafforzare l'incudine?

Chi, se non la Bce? E se non ora, quando? Così terminava l'articolo
sopracitato. La risposta è venuta, non certo al nostro appello ma per
l'incalzare dei fatti. Per la tremenda energia distruttiva e
paradossalmente salvifica della crisi. Se non ora, quando? Ora. Questa
è stata la risposta di Mario Draghi adombrata nell'intervista a "Le
Monde" ed enunciata esplicitamente nella riunione di quattro giorni fa
a Londra di fronte ad una platea di banchieri internazionali.

Ora. Le Borse sono risalite, lo "spread" italiano è sceso da 520 a 450
solo per l'annuncio di una nuova politica della Bce. I falchi della
Bundesbank protestano ma la cancelliera e il suo ministro delle
Finanze incoraggiano Draghi anche sotto la spinta dell'Spd tedesca.

Ora. Ma come?

* * *

La Bce non può intervenire alle aste dei titoli con le quali i vari
governi finanziano il loro debito e il loro fabbisogno, le è
esplicitamente vietato dal suo statuto; ma ha almeno altri quattro
modi di intervento. Il primo, già usato da Draghi nell'inverno 2012,
consiste nel finanziamento del sistema bancario europeo. Tra il
dicembre e il gennaio scorsi la Bce prestò alle banche europee 1.000
miliardi di euro per 3 anni al tasso dell'1 per cento. Fu un respiro
di sollievo anche se le banche di quei prestiti (in larga misura
utilizzati dall'Italia e dalla Spagna) se ne servirono soprattutto per
riacquistare le proprie obbligazioni in circolazione sul mercato a
prezzi molto ridotti e, in modesta misura, nell'aiutare il Tesoro alle
aste di emissione. Poco o nulla alla clientela. Il grosso di questi
prestiti restò depositato presso la stessa Bce ad un tasso "overnight"
dello 0,25 per cento.

Il secondo modo di intervenire della Banca centrale è la fissazione
del tasso di sconto. Un anno fa era all'1,50, poi è sceso all'1 e
pochi giorni fa allo 0,75. Ulteriori diminuzioni sono probabili.

Il terzo modo, già usato da Trichet nella primavera del 2011 e poi da
Draghi nell'autunno di quello stesso anno fu l'acquisto di titoli di
debiti sovrani sul mercato secondario. Fu praticato su vasta scala per
calmierare gli spread soprattutto italiani e spagnoli e in cifre molto
più modeste, francesi.

Infine il quarto modo per il quale tuttavia è necessaria
l'autorizzazione dell'Ecofin dell'eurozona e della Commissione
consiste in una sorta di licenza a finanziare il fondo "Salva Stati"
affinché intervenga sul mercato primario assorbendo parte delle nuove
emissioni di titoli a tassi cedenti, per poi ricollocarle presso le
banche e gli investitori privati.

Le intenzioni di Draghi, per quanto se ne sa, sono di intervenire
nella seconda, terza e quarta delle operazioni sopra indicate. La
potenza di fuoco di cui dispone è enorme. Il terzo intervento,
l'acquisto di titoli sul mercato secondario, è sicuro e avrà
probabilmente inizio il 3 agosto subito dopo la riunione del giorno
prima del consiglio direttivo della Bce. Il ribasso ulteriore del
tasso di sconto avverrà subito dopo. La richiesta della licenza al
fondo "Salva Stati" probabilmente in settembre.

Questo è il piano. Il suo solo preannuncio ha fatto scendere gli
spread italiano e spagnolo d'un centinaio di punti in quarantott'ore e
nello stesso breve tempo ha fatto guadagnare il 6 per cento a Piazza
degli Affari e a tutte le Borse europee anche nella City e a Wall
Street. La speculazione, quella della schiera dei fondi d'assalto e
delle banche multinazionali, ha abbassato la testa anche se la Bce
finora non ha compiuto alcun intervento e li ha soltanto
preannunciati.

Personalmente ho sempre dichiarato il mio ottimismo sulla tenuta dell'euro.

Ho anche scritto che un euro che non salga oltre 1,25 di cambio
rispetto al dollaro e magari scenda anche sotto l'1,20, se non è
spinto al ribasso da ondate di panico rappresenta uno stimolo positivo
per le esportazioni europee verso l'area del dollaro.

Naturalmente gli interventi della Bce sul mercato sono soltanto la
pre-condizione d'un riassetto generale del sistema Europa. I passi
successivi - già in programma - sono l'unione bancaria, necessaria per
svincolare il sistema delle banche dai debiti degli Stati, e poi la
nascita d'un vero Stato federale europeo, prevedibile tra il 2018 e il
2022. Molte tappe e alcuni ostacoli procedurali debbono essere ancora
superati e la classe politica europea (cioè dei singoli paesi membri)
dovrà essere all'altezza della situazione. Soprattutto dovrà crearsi
una cittadinanza e un'opinione pubblica europea che incalzi e
selezioni una classe dirigente capace di portare a termine quel
compito che richiede grandissimo impegno e altrettanto grande visione
politica e competenza.
Quest'aspetto è fondamentale. Tra le zoppie vere e presunte
dell'Europa odierna la maggiore e la più decisiva anche se assai poco
denunciata, è per l'appunto la carenza di un sentimento diffuso di
cittadinanza europea e la latitanza di una classe dirigente adeguata:
i politici, ma non soltanto, anche imprenditori, associazioni
sindacali, giornalisti, scrittori civilmente impegnati, giuristi,
scienziati. E studenti.

La creazione dello Stato europeo è una rivoluzione e le rivoluzioni
non sono mai avvenute senza la partecipazione dei giovani. Fu così per
il Risorgimento, e fu così per la rivoluzione europea del 1848. Ed è
stato così per la Resistenza europea contro il fascismo e il nazismo.
Fu così nelle rivoluzioni di Budapest del '56, di Praga nel '68 e
soprattutto della Polonia di Solidarnosc. Ed è stato ancora così per
le rivoluzioni arabe tuttora in corso.

Non sempre l'entusiasmo dei giovani di cambiare l'esistente ha chiari
gli obbiettivi da perseguire. Nel '68 l'entusiasmo era forte ma gli
obiettivi erano molto confusi. La conseguenza fu che quella stagione
si impantanò e alcune sue schegge impazzirono nel terrorismo e nel
sangue. Questo è il rischio, a fronte del quale tuttavia c'è la
necessità che i giovani siano la forza che aiuta a muovere la ruota
della storia perché il futuro saranno loro a viverlo e sarà anche loro
la responsabilità d'averlo fatto normale oppure zoppo gobbo e deforme.

[...]

mercoledì 25 luglio 2012

Groenlandia, Nasa: insolita e troppo rapida fusione di ghiaccio

da www.eilmensile.it

25 luglio 2012versione stampabile
Secondo quanto riferito dalla Nasa, nel mese in corso si è sciolta insolitamente una parte molto grande della calotta glaciale della Groenlandia. Si tratta di una fusione di ghiaccio che gli scienziati hanno definito “senza precedenti”, anche perché si è verificata nella stazione di Summit, considerata il luogo più freddo e più alto della Groenlandia.

Anche se lo scioglimento di circa la metà della superficie della calotta di ghiaccio della Groenlandia è un fenomeno assolutamente normale durante i mesi estivi, la velocità con cui quest’anno è avvenuto il disgelo ha sorpreso gli scienziati, che hanno descritto il fenomeno come “straordinario”. Straordinario, perché mai visto dalla Nasa in trent’anni di osservazioni.

Waleed Abdalati, scienziato della Nasa, ha rivelato la sua preoccupazione: “Quando vediamo che il ghiaccio si scioglie così in fretta in luoghi in cui ciò non è mai avvenuto prima, non possiamo non fermarci e chiederci cosa sta succedendo”.

Ciò che rende insolito quanto sta accadendo, infatti, è che stavolta è l’intera copertura di ghiaccio della Groenlandia, dalle costiere (dove il ghiaccio è più sottile) fino alle aree centrali (dove il ghiaccio è spesso oltre due chilometri), a sciogliersi.
Normalmente, invece, ad altitudini elevate, la maggior parte dell’acqua sciolta si ricongela rapidamente sul posto. Cosa che non è successa quest’anno dal momento che, secondo quanto stimato dai dati satellitari, ben il 97 per cento della superficie della calotta di ghiaccio si è sciolta a metà luglio.
Non è ancora stato stabilito dagli scienziati se questo ampio evento di fusione avrà un effetto sul volume complessivo della perdita di ghiaccio di quest’estate e se l’evento avrà gravi effetti sul’innalzamento del livello del mare.
Intanto, riferisce Tom Wagner, direttore del programma di studio sulla criosfera della Nasa, i ricercatori stanno valutando attraverso i satelliti se questi eventi straordinari possono realmente dipendere dal cambiamento climatico. “La calotta glaciale della Groenlandia è una vasta area con una storia mutevole. Questo evento, in combinazione con altri fenomeni naturali, ma poco comuni, come ad esempio la spaccatura della scorsa settimana del ghiacciaio Petermann (che ha creato un iceberg di dimensioni gigantesche, ndr) fanno parte di una storia complessa”, ha detto lo studioso.
Più allarmante la dichiarazione di Son Nghiem, del Jet Propulsion Laboratory della Nasa a Pasadena, in California, che ha dichiarato: “Questo evento è così straordinario che in un primo momento ho messo in discussione il risultato: è vero o è a causa di un errore nei dati?”
Per condurre ulteriori verifiche, il ricercatore si è quindi consultato con Dorothy Hall, al Nasa Goddard Space Flight Center di Greenbelt, nel Maryland, che studia la temperatura della superficie della Groenlandia attraverso i satelliti. Secondo Hall, sono proprio le temperature eccessivamente elevate che stanno portando la superficie della Groenlandia a fondersi.
Un’ipotesi che potrebbe risultare fondata, se consideriamo che l’8 luglio circa il 40 per cento della superficie della calotta di ghiaccio era in fase di scioglimento e solo quattro giorni dopo, il 12 luglio, era il 97 per cento dell’intera superficie ad essere interessata dallo scioglimento. Evento, questo, che è coinciso con un’ondata di calore insolitamente molto forte sulla Groenlandia.

domenica 22 luglio 2012

Dalla Bei 1,4 miliardi per la Grecia

da www.ilsole24ore.com


Finalmente un voto di fiducia per Atene. La Banca europea per gli investimenti (Bei) finanzierà con 1,4 miliardi di euro le imprese greche creando così uno stimolo all'economia del Paese che dopo cinque anni di recessione e una cura di austerità draconiana non vede ancora la luce in fondo al tunnel.
Con le banche greche sempre più dipendenti dalla liquidità della Bce per sopravvivere, dopo aver subìto le perdite sui bond sovrani e sempre più restie a finanziare qualsiasi tipo di investimento, sia per problemi di capitalizzazione sia per l'aumento dei crediti inesigibili, Atene e l'Unione europea hanno fatto forti pressioni all'ultimo vertice del 28-29 giugno a Bruxelles per spingere l'acceleratore sulla Bei, il braccio d'investimento a lungo termine della Ue, per rilanciare l'asfittica crescita nei periferici e attenuare gli effetti sociali della crisi.
Secondo il ministro dello Sviluppo greco, Costas Hatzidakis, la Bei, erogherà i prestiti per i prossimi tre anni alle piccole e medie imprese elleniche utilizzando le banche greche come intermediari. «La Bei contribuirà anche a finanziarie la costruzione di strade, investimenti stranieri e progetti di privatizzazione», ha spiegato sempre il ministro greco per lo Sviluppo, senza però fornire ulteriori dettagli. Si tratta dei tradizionali progetti infrastrutturali che però quest'anno erano rimasti praticamente al palo. «I finanziamenti della Bei per i progetti greci, dopo i tempi d'oro per le Olimpiadi del 2004, si era ridotti quest'anno a soli 10 milioni di euro», in pratica briciole, ha affermato il ministro delle Finanze, Yannis Stournaras, ieri ai giornalisti dopo aver incontrato il capo della Bei, Werner Hoyer.
Gli accordi ufficiali saranno firmati nei prossimi giorni. Stournaras ha sottolineato come i finanziamenti rappresentino «un voto di fiducia nei confronti della Grecia» e che il rimborso dei prestiti verrà effettuato in euro, smentendo le voci di una clausola degli accordi che prevedeva la possibilità dell'uso della dracma in caso di uscita di Atene dalla moneta unica.
I vertici della Bei avevano esitato per mesi sullo scottante dossier greco, preoccupati di risultare troppo esposti con il Paese - che non ha ancora evitato, a causa di una forte instabilità politica, il rischio di un default disordinato che potrebbe costringerlo ad abbandonare l'euro e andare in recessione per decenni.
Ma nell'ultimo vertice i leader europei hanno deciso, dopo la consacrazione del Fiscal compact nel summit precedente, di accelerare sulle misure che potessero favorire la crescita economica mettendo in campo 130 miliardi di euro, soprattutto su sollecitazione del premier italiano Mario Monti e del presidente francese, François Hollande. Così la Bei ha finalmente avuto il via libera politico ad entrare in azione.

martedì 17 luglio 2012

Pusic, ministro degli Esteri: «L’ingresso ci permetterà

da http://www.lastampa.it/

"Atene non ci fa paura
La Croazia è pronta
per entrare nell'Ue"

Il ministro croato Vesna Pusic con Terzi
francesca paci
roma
Il futuro dei Balcani, Bruxelles, la dialettica pubblico-privato come routine delle donne di potere. C’è una consequenzialità fra l’uscita della Croazia dal conflitto del 1991 e il suo prossimo ingresso nell’Ue che, spiega il ministro degli Affari esteri e europei Vesna Pusic, immunizza la popolazione croata dal disfattismo degli euro-delusi. «Abbiamo usato l’esperienza di Paesi diversi per darci un assetto istituzionale che non ci sognavamo neppure 11 anni fa», nota la Pusic a margine della conferenza «Women in Diplomacy - Building a Network» organizzata alla Farnesina. Oggi a rispondere di quel percorso è lei, sociologa, diplomatica, punta del partito liberaldemocratico, appassionata lettrice di Havel ma anche moglie, mamma e cuoca provetta specializzata in un mix di melanzane, pomodori, feta, aglio e menta.

Cosa significa per la Croazia entrare in un’Europa piegata dalla crisi?
«La Croazia entra nell’Ue in un periodo poco euforico. Ambo le parti hanno un approccio più razionale a causa della crisi. Il primo big bang europeo avvenne nel 2004 quando l’allargamento rappresentava la fine della guerra fredda, c’erano gli Havel, i Michnik, si parlava di libertà e democrazia. Oggi i temi sono i piani di salvataggio e l’assistenza alle banche nazionali. È ovvio che sarebbe stato meglio diventare membri quando l’economia filava. Ma per la Croazia, che ha avviato le procedure nel 2001 ed è la prima società post bellica contemporanea a essere ammessa, il percorso d’ingresso è servito a costruire lo Stato».

Sei mesi fa il 67% dei croati ha detto sì all’Europa. Nessuno ha cambiato idea dopo aver visto la sorte della Grecia?
«La crisi greca imperversava in tv già nei mesi precedenti al referendum, per questo avevamo paura. Ma sebbene nessun croato si aspetti che l’Europa risolva i suoi guai prevale la convinzione che essere dentro garantisca un livello di stabilità maggiore».

L’economia croata arretra dal 2009 e il ministro delle finanze Linic ammette che l’anno prossimo potrebbe andar peggio. Europa significa anche nuovi sacrifici. E se la gente si ribellasse come in Spagna?
«La Croazia conosce già la durezza del momento e l’aggravio della tassazione extra, basta pensare che l’Iva è passata al 25%. La nostra chance è sfruttare il potenziale ambientale come fanno Slovenia e Austria e attrarre gli investimenti stranieri snellendo la tortuosa burocrazia».

Qual è il futuro dell’Europa?
«Il presente è una frammentazione in cui le singole personalità, i singoli ministri più ancora che i singoli Paesi, contano più dell’organismo Europa, un problema particolarmente evidente nella politica estera. Per poter contare sul palcoscenico internazionale, dominato da attori come Cina e Usa, l’Europa non può che andare verso una maggiore integrazione».

Pur essendo un Paese cattolico la Croazia ha una delle leggi più liberali in tema di fecondazione assistita. Ce lo spiega?
«Abbiamo cercato il consenso popolare. I croati si aspettano dallo Stato un certo standard di servizi, riservandosi poi il diritto di scegliere in base ai propri valori e convinzioni se utilizzarli o meno».

Le primavere arabe si sono ispirate ai movimenti pro-democrazia della ex Jugoslavia. La lezione balcanica può servire anche nella gestione del post rivoluzione?
«Sebbene non abbiano lo stimolo potente dell’ammissione in Europa, i Paesi arabi in rivolta possono imparare dalla nostra esperienza che un approccio meno eroico e più pragmatico al limite della noia aiuta a ridurre la tensione. Il nazionalismo e il settarismo sono come l’inquinamento, non basta pulire per scongiurarne il ritorno. Ma i sondaggi ci dicono che alla lunga siamo riusciti a disinnescare l’emotività e ora le priorità sono economiche».

sabato 7 luglio 2012

Romania, il parlamento destituisce Basescu l'ultima parola al referendum popolare

da www.repubblica.it

Svolta finale nello scontro tra il governo di centrosinistra e il presidente conservatore: la maggioranza approva la sospensione dei poteri per il capo dello stato accusato di violare la costituzione. Il voto dei cittadini, probabilmente entro luglio, sarà decisivo. Bruxelles preoccupata

BUCAREST - La Romania piomba nel caos istituzionale. Lo scontro fra il governo di centro-sinistra e la presidenza conservatrice ha raggiunto oggi il suo culmine con il voto del Parlamento che ha votato la destituzione del capo dello stato, Traian Basescu. La crisi romena preoccupa l'Unione europea che, dopo l'Ungheria, teme un altro fronte di rischio per un paese dell'Est europeo con l'aggravante che in questo caso di tratta di un partner comunitario.

Riunito in seduta congiunta di Camera e Senato, il parlamento di Bucarest ha votato per la sospensione dei poteri del presidente: i voti per la destituzione di Basescu sono stati 256, sul totale di 432 parlamentari, i contrari 114, mentre uno solo si è astenuto. In base alla legge, sulla destituzione del presidente si dovrà ora pronunciare definitivamente la popolazione in un referendum che si terrà entro trenta giorni, con tutta probabilità il 29 luglio.

L'interim alla presidenza sarà assicurato dal nuovo presidente del Senato, Crin Antonescu, eletto l'altro ieri al pari del nuovo presidente della Camera con un autentico colpo di mano della maggioranza di centro-sinistra, che ha sfiduciato i due presidenti conservatori.

Lo scontro è rimasto strisciante fin dall'insediamento del governo di centrosinistra, ma nell'ultimo periodo è esploso quando il premier socialdemocratico Victor Ponta ha accusato Basescu di aver violato la costituzione, avocando a sè poteri che non gli spettano e imponendo al paese misure di pesante austerità
economica che hanno fortemente impoverito la popolazione. Il  presidente, intervenuto in aula prima del voto sulla sua destituzione, si è difeso dalle accuse denunciando il tentativo della maggioranza di voler controllare tutti gli organi dello stato, a cominciare dalla magistratura. "Ho la coscienza assolutamente tranquilla - ha detto Basescu - poichè sono certo di aver fatto il mio dovere verso il mio Paese e il mio popolo".

La Corte costituzionale, in un parere consultivo, aveva riconosciuto alcune irregolarità nell'azione politica di Basescu, non tali tuttavia da costituire una violazione della Costituzione.

Per cercare di rassicurare i partner dell'Unione europea e la comunità internazionale, Ponta era intervenuto con una dichiarazione, assicurando che la Romania resterà "un paese stabile nel quale viene rispettato in pieno lo stato di diritto". La Commissione europea, però, si è detta "preoccupata" per gli ultimi sviluppi politici che potrebbero mettere "a rischio i progressi fatti in questi anni" dal Paese. Giovedì, il premier andrà a Bruxelles per incontrare Josè Barroso, intanto però anche Berlino, attraverso il portavoce della Cancelleria, Steffen Seibert, ha espresso "seri dubbi" sulla legittimità delle riforme politiche in atto a Bucarest. Preoccupazione era stata espressa ieri da Italia e Francia.

Basescu - eletto la prima volta nel 2004 e il cui secondo mandato scadrà nel 2014 - già nel 2007 era stato sospeso dalle sue funzioni a opera del parlamento, poco dopo l'ingresso della Romania nella Ue. Allora tuttavia la popolazione nel successivo referendum gli aveva accordato la fiducia reintegrandolo alla presidenza. Cosa questa che appare ora molto più difficile dopo che le misure di austerità imposte al paese hanno provocato una notevole perdita di popolarità del capo dello stato.
(06 luglio 2012)

Storico incontro tra il patriarca ecumenico Bartolomeo e il Gran Muftì di Turchia a Istanbul

da www.ilsole24ore.com

Bartolomeo I (Olycom) 
Bartolomeo I (Olycom)
Hurriyet, quotidiano laico e secolarista turco per eccellenza, l'ha messa in prima pagina. E gli altri giornali vicini al Governo filo-islamico moderato pure. Anche l'Osservatore Romano ha dedicato un servizio all'importante incontro interreligioso avvenuto ieri a Istanbul fra il Gran Muftì della Turchia e il patriarca ecumenico ortodosso di Costantinopoli, Bartolomeo I. Non era mai avvenuto prima ed è un segnale molto importante del dialogo interreligioso che faticosamente si fa strada in Turchia.
«Giornata storica quella di giovedì, a Istanbul - si legge sul giornale vaticano ma anche sui giornali turchi - dove il gran muftì, Mehmet Gormez, la massima autorità religiosa della Turchia, si è recato in visita al Fanar per incontrare il Patriarca ecumenico Bartolomeo».
Il Gran Muftì turco fu il primo a scagliarsi contro le frasi di Benedetto XVI e la sua lectio magistralis di Ratisbona in cui il papa citava le forti critiche dell'imperatore bizantino Manuele II Paleologo nei confronti degli insegnamenti di Maometto. Una frase che scatenò le proteste del mondo musulmano. Per riappacificare gli animi il Papa organizzò uno storico viaggio in Turchia dove visitò per la prima volta la Moschea Blu.
Ma torniamo all'incontro tra Bartolomeo I e il Gran Muftì Mehmet Gormez. Si tratta della prima volta nella storia della Turchia moderna che il capo della direzione per gli affari religiosi (Diyanet), così è organizzato il Gran Muftì nell'apparato statale di origine kemalista, reca visita al massimo rappresentante della confessione religiosa più antica del Paese, quella cristiana ortodossa, risalente all'impero bizantino. «L'incontro, programmato da lungo tempo - spiega l'Osservatore Romano - è stato organizzato con il principale obiettivo di dare un rinnovato impulso al dialogo tra le religioni e favorire la riapertura del seminario ortodosso di Halki (l'unico esistente in Turchia), chiuso nel 1971 dai militari, dove per secoli si sono formate le alte schiere della Chiesa ortodossa».
«Proprio a questo proposito - si ricorda - si è pronunciato il gran muftì nella conferenza congiunta tenuta con il Patriarca ortodosso: «Un Paese grande come questo non dovrebbe avere bisogno che il clero venga educato all'estero». Un chiaro segnale che il Governo islamico moderato di Recep Tayyip Erdogan sta preparando la strada all'apertura del seminario ortodosso. In questo quadro si innesta anche la sempre maggiore tensione tra il pragmatico premier Erdogan e la fazione di Fethullah Gulen, più islamica conservatrice, che probabilmente oggi secondo Naz Masraff, di Eurasia Group, «costituisce il più potente network non pubblico in Turchia». La mossa turca di avvicinamento agli ortodossi è un colpo all'ala più intransigente di Fetullah Gulen che si oppone anche alla eliminazione dei cosideetti tribunali speciali, un tempo detestati da Gulen e oggi difesi perché ora usati contro giornalisti, acacdemici e politici della parte laica della Turchia.

lunedì 2 luglio 2012

Islanda, Grimsson eletto presidente per la quinta volta

da www.eilmensile.it

2 luglio 2012versione stampabile
L’Islanda riconferma alla presidenza il socialista Olafur Ragnar Grimsson.
Thorvaldur Orn Kristmundsson/AFP/GettyImages
Per la quinta volta consecutiva Grimsson è stato rieletto a Capo dello Stato dell’isola. Battuta la trentasettenne giornalista televisiva Thora Arnorsdottir, che ha pubblicamente ammesso la sconfitta. Il sessantanovenne Grimsson, professore ed ex ministro delle Finanze, è presidente dell’Islanda da 16 anni. Alle consultazioni di dieri ha ottenuto il 52 percento dei voti, contro il 33 percento della sua sfidante.
“E’ stata un’esperienza preziosa”, ha detto la sfidante Thora Arnorsdottir nell’ammettere la sconfitta, “ma ora me ne andrò in congedo di maternità per seguire la mia figlioletta e gli altri due figli”. La giornalista era vista da molti come un volto nuovo per cambiare la politica islandese dopo la devastante crisi economica del 2008 e per sostituire Grimsson, presidente dal 1996, a cui si rimprovera la spettacolarizzazione del suo ruolo pubblico. Il presidente ‘eterno’, come in molti lo hanno soprannominato, si oppone a un ingresso dell’isola nell’Unione Europea, nonostante nel 2009 il governo di centro-sinistra abbia presentato domanda di adesione in seguito al crollo delle tre maggiori banche del Paese.
Grimsson, il cui incarico è prettamente simbolico, ha sollevato numerose polemiche per aver usato il suo potere di veto tre volte nei confronti di proposte di legge che non approvava. In una di queste circostanze, rifiutò di firmare un piano per pagare i debiti del Paese (che ammontavano a 5,1 miliardi di dollari) alla Gran Bretagna e all’Olanda durante la crisi finanziaria del 2008-2009. Nonostante l’atteggiamento filo-europeista del governo dell’epoca, tale previsione presidenziale si rivelò largamente popolare tra la popolazione islandese.
Il penta-presidente aveva detto nel discorso di fine anno che non si sarebbe ricandidato. A fargli cambiare idea è stata una petizione di 30mila firme che gli chiedeva di rimanere in corsa.

domenica 1 luglio 2012

Europa, saltano i piani per il progetto del gasdotto Nabucco

da www.eilmensile.it

29 giugno 2012versione stampabile
Saltano i piani per il progetto Nabucco. Il gasdotto che avrebbe dovuto trasportare il gas dal Mar Caspio all’Europa, rendendola indipendente dalle forniture russe, ridimensiona drasticamente i suoi piani.
Il gasdotto South Stream JOHN MACDOUGALL/AFP/Getty Images
Dopo l’accordo tra la Turchia e l’Azerbaigian, il futuro del progetto si trova ora in bilico. Diversamente da quanto previsto inizialmente, il gas non sarà più trasportato direttamente dal Mar Caspio e la lunghezza della pipeline, realizzata da un consorzio guidato dal colosso energetico tedesco E.on, sarà accorciata da 4mila a 1300 chilometri.
La questione è cruciale per l’Unione europea, che sta cercando di aprire un nuovo “corridoio” delle importazioni di gas dall’Asia centrale. Il progetto Nabucco è stato a lungo il favorito dalla Commissione Europea, ma gli esperti hanno cominciato a chiedersi se vi sia abbastanza gas per riempire i tubi del gasdotto. Il volume del bacino di Shah Deniz, in Azeirbaigian, è di circa 10 milioni di metri cubi, solo un terzo della capacità di Nabucco. E le possibilità di ottenere gas addizionale dal Turkmenistan o in Iraq si stanno dissolvendo, spingendo il consorzio a prendere in considerazione un’alternativa.
Nabucco è in competizione con un progetto simile, chiamato South East Europe (un gasdotto progettato da BP), e con altri due: la Trans Adriatic Pipeline, Tap, è sponsorizzata da un gruppo di aziende che comprende Statoil, il gigante dell’energia norvegese che ha anche una partecipazione del 25,5 percento nel consorzio del bacino di Shah Deniz. L’altro concorrente è l’Interconnessione Turchia-Grecia-Italia, o Itgi, sviluppato da una utility italiana, la Edison SpA e dalla società per il gas greca Depa.
Ma le prospettive del Nabucco sono state ristrette soprattutto dal gasdotto South Stream, i cui partner includono giganti europei come la Basf e l’azienda francese per l’elettricità Edf. South Stream è un colosso da 63 milioni di metri cubi, che porterà il gas russo attraverso il Mar Nero nel continente europeo.