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venerdì 29 giugno 2012

Accordo su crescita e anti-spread vince l'asse Monti-Hollande

da www.repubblica.it

Il premier italiano porta a casa un meccanismo per fermare il differenziale fra i titoli di Stato tedeschi e quelli degli altri Paesi. Per arrivarci, insieme con il primo ministro spagnolo, ha dovuto minacciare il veto sul piano da 120 miliardi per far ripartire l'economia adottato dal Consiglio europeo. Via libera alla ricapitalizzazione delle banche

dai nostri inviati ALBERTO D'ARGENIO ed ELENA POLIDORI BRUXELLES - Ore 5.20. Svolta nella notte a Bruxelles per i Grandi d'Europa impegnati a "salvare" l'euro. Dopo un drammatico, tesissimo negoziato durato 15 ore con tanto di veto di Monti e Rajoy, i leader trovano l'accordo sullo scudo anti-spread imposto dall'Italia. "La zona euro ne esce rafforzata", racconta all'alba il presidente del Consiglio. "L'importante è lo sblocco mentale" dei partner. I leader Ue approvano infatti le linee guida sul meccanismo pensato per stabilizzare i mercati e proteggere i Paesi colpiti dalla speculazione. L'intesa prevede che il fondo salva-stati dell'Unione (Esm) intervenga in maniera automatica nel caso in cui gli spread di una nazione virtuosa superino una determinata soglia ancora da stabilire.

I TEMI AL CENTRO DEL VERTICE 1

E' un po' come avveniva ai tempi dello Sme quando la lira poteva oscillare entro una griglia ben determinata e mai oltre. Ma la novità è soprattutto politica: per la prima volta a memoria d'uomo l'Italia punta i piedi in un summit internazionale per valere le proprie ragioni. Non solo. Ha dalla sua parte la Spagna, ma anche la Francia di Hollande. Sul piano tecnico ottiene che lo scudo scatti dopo la firma di un apposito memorandum con Bruxelles, ma senza obblighi di riforme lacrime e sangue in stile Grecia monitorate

dalla famigerata troika Ue-Bce-Fmi. Una umiliazione che Monti non vuole in nessun caso subire, anche perché il Paese ha fatto i "compiti a casa" e si sente in linea con i dettati di rigore sempre reclamati dalla Germania. Di più: l'Italia pur essendosi battuta per ottenere questo risultato "non ha intenzione in questo momento di avvalersene", assicura il premier lasciando il palazzo del Consiglio.

La giornata è stata lunghissima. Monti ha negoziato dalle nove del mattino, prima al telefono, poi di persona. Contatti anche con la Merkel e i vertici delle istituzioni europee. Ma da Berlino fino alla svolta è stato sempre e solo un "nein". Il Consiglio europeo di Bruxelles è iniziato alle 15. Mentre i leader discutevano, in una sala separata negoziavano gli sherpa, per l'Italia il viceministro Vittorio Grilli. Tedeschi, finlandesi e olandesi tirano dritto. Vogliono che il Consiglio europeo si limiti ad approvare il piano per la crescita da 130 miliardi e quello per riformare l'Unione dotandola, tra diversi anni, degli strumenti necessari per contratare le crisi finanziarie. Decisamente troppo tempo per Monti e Rajoy. Entrambi sanno che senza un intervento immediato i mercati sono pronti a punirli. E se questo avvenisse anche la moneta unica sarebbe in pericolo.

Ce n'è abbastanza per puntare i piedi. E infatti lo fanno. Mentre a Varsavia si gioca la semifinale tra Italia e Germania, Monti pone il veto sull'intero pacchetto Europa, comprese le misure sulla crescita che pure aveva perorato e negoziato a lungo fino all'annuncio ufficiale nel summit di venerdì scorso a Villa Madama. Rajoy lo segue a ruota. Il francese Hollande li appoggia, ma senza tirare troppo la corda. La Merkel resta comunque di stucco, spiazzata. A quel punto sul tavolo dei leader arriva la bozza degli sherpa. C'è tutto in quelle pagine e soprattutto ci sono i principi anti-speculazione destinati, nelle intenzioni, a riportare gli spread su quotazioni ragionevoli. Anche la Spagna ottiene quel che andava cercando, ovvero la ricapitalizzazione delle banche senza pesare sul bilancio dello Stato. 

La Cancelliera è nell'angolo. Capisce che il veto la costringerebbe, oggi pomeriggio, ad andare a Berlino per impegni parlamentari e a tornare domani a Bruxelles per proseguire il negoziato. Uno smacco. Quando anche lei lascia il palazzo della Ue è terrea in volto. "Abbiamo raggiunto buoni risultati, una base su cui discutere", è tutto quel che dice. Come lei sono all'angolo anche gli altri "falchi": il finlandese Katainen, per esempio, e l'olandese Rutte. Loro vogliono usare la crisi per "raddrizzare" i paesi del Sud, mantenere i propri tassi molto bassi e attrarre capitali, salvo intervenire a un millimetro dal precipizio, un minuto prima del crollo. Un gioco al massacro per Roma, Parigi e Madrid. Inaccettabile, evidentemente, e oltretutto pericoloso perché potrebbe sfuggire di mano in qualsiasi istante.

Ora c'è l'accordo di principio, la stesura dei dettagli passa ai ministri delle Finanze che dovranno completare il dossier. La firma è prevista all'Eurogruppo del 9 luglio. Ma intanto l'annuncio per i mercati c'è.
(28 giugno 2012)

mercoledì 27 giugno 2012

Il Vietnam dell'Europa

da www.repubblica.it

IL COMMENTO

di BARBARA SPINELLI
ALLA vigilia del vertice europeo di domani, l'economista greco Yanis Varoufakis scruta l'incaponita ottusità delle politiche con cui i governi dell'Unione pretendono di salvare la moneta unica, e si stupisce di fronte a tanto guazzabuglio dei cuori e delle azioni. Un'attesa quasi messianica di palingenesi si combina all'abulia dei politici, alla pigrizia mentale degli economisti, alla sbalorditiva mancanza di leadership. Ancora una volta siamo alla vigilia di un vertice definito cruciale. Ci sarà un prima e un dopo, decideremo cose grandi o fatalmente naufragheremo. In Italia, chi punta allo sfascio annuncia che Monti avrà fallito, se fallisce il summit: come se il guazzabuglio europeo fosse suo, come se le responsabilità di Berlusconi si dissolvessero in quelle del successore. Alcuni si esercitano a contare i minuti: l'euro non vivrà più di tre mesi, dicono, pensando forse che l'orologio stia fermo. Sono anni che i mesi di vita sono quasi sempre tre. È quello che spinge Varoufakis a fare due paragoni storici che impaurano a pensarci. Il primo rimanda alla crisi del '29, e alla condotta che il Presidente americano Hoover ebbe a quel tempo. La ricetta era uguale a quella di oggi: ridurre drasticamente la spesa pubblica, tagliare salari e potere d'acquisto, il tutto mentre l'economia Usa implodeva. Seguirono povertà, furore, e in Europa fine della democrazia.

Non meno inquietante il paragone con la guerra del Vietnam: negli anni '60-'70, gli uomini del Pentagono
erano già certi della sconfitta. Continuarono a gettar bombe sul Vietnam, convulsamente, perché non riuscivano a mettersi d'accordo su come smettere un attivismo palesemente sciagurato. Riconoscere l'errore e cambiar rotta avrebbe salvato migliaia di vite americana, centinaia di migliaia di vite vietnamite, e risparmiato parecchi soldi. Disfatte simili a queste lo storico Marc Bloch le chiamò "strane", nel 1940: le avanguardie politico-militari sono senza visione né guida, mentre nelle retrovie società e classi dirigenti franano. Chi guida oggi l'Europa è animato dalla stessa non-volontà (l'antico peccato di nolitio): la crisi delle banche e dei debiti non è guerra armata, ma certi riflessi sono identici. Il povero cittadino perde la testa, non si raccapezza.

Sono mesi che si succedono vertici (a due, quattro, diciassette, ventisette) e ognuno è detto risolutivo. Sono mesi che sul palcoscenico vengono e vanno personaggi, declamando frasi inalterabili. Merkel e Schäuble entrano in sala di Consiglio, si siedono, e recitano: "Non si può fare, prima della solidarietà ognuno faccia ordine a casa". E sempre c'è qualcuno, della periferia-Sud, che invece di negoziare sul serio implora: "Ma fate uno sforzo, qui si sta naufragando!". Sembra la musica che nei dischi di vinile d'improvviso s'incantava. Si siedono e ripetono se stessi (ecolalia è il termine medico), come i generali quando continuavano a cannoneggiare i vietnamiti nella speranza che la guerra, come i mercati, si sarebbe placata da sola, esaurendosi.

Qualcosa, è vero, sta muovendosi in Europa. Grazie alle pressioni di socialdemocratici e verdi, il governo tedesco ammette d'un tratto che qualcosa bisogna fare per la crescita (una parola vana come quando i generali in guerra dicono: pace). Nella riunione a 4 che si è svolta a Roma tra Merkel, Hollande, Monti, Rajoy si è deciso di mobilitare 120 miliardi di euro (una bella somma ma sporadica, visto che contemporaneamente non si vuole un aumento del comune bilancio europeo). Si è anche deciso, finalmente, di ignorare le riserve inglesi e svedesi e di approvare una tassa sulle transazioni finanziarie, per dar respiro all'eurozona. Chi da anni lotta per la Tobin tax spera che nasca, per la prima volta, una vera fiscalità europea: il gettito previsto è di 30-50 miliardi all'anno, senza aggravi per i contribuenti.

Ma la tassa ha difetti non ancora risolti: come pensare che l'Unione possa avviare con propri soldi investimenti congiunti, se il gettito non andrà nella cassa comune? Il 29 marzo, sulla Zeit, il ministro delle finanze austriaco si felicitò in anticipo per la tassa, i cui proventi erano già iscritti nel bilancio del 2014: nel bilancio austriaco, non europeo.

Passi avanti sono stati fatti, assicurano i governi, ma l'essenziale manca: ancora non si possono emettere eurobond, e Berlino esita sul progetto  -  concepito in novembre dal Consiglio tedesco degli esperti economici  -  di una redenzione parziale dei debiti. "Ci vuole un salto federale", si comincia a sussurrare, ma anche queste parole rischiano di tramutarsi in nomi nudi, apparenti: come crescita, pace. Perfino cultura della stabilità diventa nome nudo, senz'alcun rapporto con l'idea che ci facciamo di una vita stabile. La sostanza che resta è il dogma tedesco della casa in ordine. E resta il nuovo potere di controllo sui bilanci nazionali, conferito alla Commissione di Bruxelles. Ma un potere strano, di tecnici che censurano e castigano. Non un potere che edifica politiche, dispone di proprie risorse, è controbilanciato democraticamente. Non dimentichiamolo: le spese federali in America coprono il 24 per cento circa del prodotto nazionale. Quelle dell'Unione l'1,2. Quanto alla tassa sulle emissioni di biossido di carbonio (carbon tax), nessuno ne parla più.

Il fatto è che le misure non bastano perché il male non è tecnico: è politico. Ci siamo abituati a criminalizzare i mercati, a dire che l'Europa non deve dipendere dalla loro vista corta. Ma li ascoltiamo, i mercati? Sono imprevedibili, ma se diffidano dei nostri rimedi significa che c'è dell'altro nella loro domanda: "Siete proprio intenzionati a salvare l'Euro? La volete fare o no, l'unione politica che nominate sempre, restando fermi?". Se i mercati somigliano a una muta aizzata è perché fiutano un'Europa e una Germania che il potere non se lo vogliono prendere, che scelgono l'irrilevanza mondiale. Si calmeranno solo di fronte a un piano con precise scadenze (importa dare la data, anche se non immediata): un piano che preveda un fisco europeo, un bilancio europeo credibile, un controllo del Parlamento europeo, una Banca centrale simile alla Federal reserve, un'unica politica estera. Hanno ragione a insistere. Anche perché stavolta, manca l'America postbellica che spinse alla federazione. Obama chiede misurette all'Europa, non un grande disegno unitario.

In una conferenza dei verdi tedeschi, domenica a Berlino, Monica Frassoni, Presidente del Verdi europei, ha detto parole giuste: "Quello di cui tutti (mercati compresi) abbiamo bisogno è che la parola più Europa significhi qualcosa", non sia flatus vocis. Deve esser chiaro in maniera lampante che Grecia, Italia, Portogallo, Spagna non potranno sanare i debiti con terapie che il debito addirittura l'accrescono. Urge un cambio di passo, dunque "una dichiarazione che dica: non si permetterà a nessuno Stato di fallire; la Bce interverrà comprando titoli delle nazioni indebitate se il Fondo salva-Stati non basta; l'Unione si darà un bilancio federale degno di questo nome, capace di avviare una crescita diversa, ecologicamente sostenibile".

Il salto federale di cui c'è bisogno, pochi vogliono compierlo. Hollande dice che l'unione politica voluta da Berlino è accettabile solo se subito c'è solidarietà. La Merkel non esclude la solidarietà, ma prima chiede l'unione politica (anche se ieri ogni idea di scambio è svanita: "Finché vivrò non accetterò gli eurobond"). Qualcuno dunque bluffa. È come la scena del film Gioventù bruciata: due ragazzi guidano simultaneamente le loro auto verso un dirupo. Il primo che sterza sarà chiamato coniglio o pollo (per questo si parla di chicken game). Se entrambi insistono nella corsa finiranno nella fossa. È tragico il gioco, perché riproduce il vecchio equilibrio di potenze nazionali che ha condotto il continente alla rovina. L'Unione europea era nata per abolire simili gare di morte.
(27 giugno 2012) © Riproduzione riservata

martedì 26 giugno 2012

Europa, verso il Tesoro Ue

da www.eilmensile.it

26 giugno 2012versione stampabile
Le autorità europee hanno svelato la loro visione per il futuro monetario dell’Unione, uno scenario in cui si prendono poteri molto maggiori.
L’hanno fatto in un documento diffuso dal presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy, che l’ha redatto con i presidenti della Commissione europea, l’Eurogruppo e la Banca centrale europea (Draghi-Barroso-Juncker).

Prevede la creazione di un Tesoro europeo, che avrebbe potere sui bilanci nazionali. Sostiene inoltre che una maggiore unione fiscale tra i Paesi di Eurolandia potrebbe determinare l’emissione di titoli del debito comune, cioè gli eurobond che non piacciono alla cancelliera tedesca, Angela Merkel.
Si prefigura anche l’unione bancaria, con un regolatore unico europeo e un sistema unificato di garanzia dei depositi.
Van Rompuy ha dichiarato che il documento “non è destinato a essere un progetto finale”, ma serve “a raggiungere una comprensione comune tra di noi sul modo di procedere” al vertice Ue di giovedi.
Le proposte contenute nella relazione comprendono:
  • Limiti sulla quantità di debito che i singoli Paesi possono assumere
  • La possibilità di porre il veto ai bilanci nazionali, se è probabile che questi si traducano in un superamento dei limiti di debito
  • La possibilità che sia “esplorata” l’emissione di debito comune
  • La creazione di un ufficio europeo di tesoreria che controlli il bilancio centrale e monitori quelli nazionali
  • Un regolatore unico bancario europeo e un sistema comune di garanzia dei depositi bancari
  • Politiche comuni in materia di regolamentazione del lavoro e dei livelli di tassazione
  • Processo decisionale congiunto con i parlamenti nazionali per dare “legittimità democratica” alle nuove misure.

lunedì 25 giugno 2012

Contro la crisi serve un balzo «federalista»

da www.ilsole24ore.com

Pochi mesi fa, quando ho assunto la carica di presidente del Parlamento europeo, ho lanciato l'allarme sui gravi rischi che corre il progetto europeo, sotto minaccia come mai prima d'ora.
Negli ultimi quattro anni abbiamo applicato teorie convenzionali a una situazione non convenzionale: abbiamo visto che stava arrivando lo tsunami e abbiamo deciso che il modo migliore per reagire era aprire gli ombrelli.
Uno degli elementi di questo approccio è l'idea che dobbiamo rimanere fedeli al metodo dei progressi limitati e discontinui che tanto successo ha conosciuto in passato. La massima di Schuman è valida in tempi normali, ma questa crisi esige misure drastiche.
L'Europa non è stata fatta in un giorno, ma potrebbe scomparire in breve. I leader della Ue dovrebbero sempre agire sulla base dello scenario più pessimistico e fare quel che serve per evitarlo, senza preoccuparsi del proprio destino politico personale.

La via scelta in questa crisi è stata un misto di negazione della realtà, miopia e navigazione a vista, senza piani organici. Ricordo ancora quanto tempo ha impiegato l'ex presidente del consiglio italiano per ammettere che esisteva una crisi; lo stesso atteggiamento è stato usato per i nodi del settore bancario europeo. Ogni volta che c'era un segnale di miglioramento, grazie a iniezioni di liquidità o a risultati elettorali positivi, ne abbiamo approfittato per procrastinare.
Questo corto respiro della politica nazionale ed europea è stato uno dei fattori alla base degli errori di giudizio. Il fatto di consentire alle forze di mercato di fissare agenda e reazioni di panico alle loro oscillazioni è un altro errore. Quello che vogliono i cittadini è una prospettiva: ci chiedono di creare le condizioni per tutelarsi, di fare le scelte giuste per il loro futuro e di farle adesso, di consentire ai cittadini di fare scelte e investimenti giusti per la propria vita.
Due le alternative: un balzo in avanti in senso federalistico o la disintegrazione, la prosperità tutti insieme o la povertà ognuno per sé, un'Europa adeguata per il XXI secolo o un'Europa del Congresso di Vienna.
Tutti si riempiono la bocca con la parola "Unione". Sentiamo dire che per far funzionare l'unione economica e monetaria c'è bisogno di un'unione politica, di un'unione di bilancio e di un'unione bancaria. Queste tre unioni supplementari sono frenate da tre domande concomitanti: quale dev'essere fatta per prima? Quali caratteristiche devono avere? A chi si devono applicare? Ecco il ricco menù alla tavola del vertice.
Il Parlamento europeo in passato ha espresso la sua posizione su tutti e tre gli argomenti. Se le nostre risoluzioni fossero state tradotte in pratica prima, ora non saremmo tanto in difficoltà. Un'unione politica più forte, intesa come ulteriore rafforzamento dei poteri della Commissione europea ma anche come rafforzamento della sua legittimità attraverso l'elezione diretta, con un Parlamento democraticamente eletto che esamina, controlla, emenda e rigetta le sue decisioni o le sue proposte, sono gli obiettivi dell'unione politica del futuro. L'unione politica è la più ambiziosa di queste tre unioni e deve riguardare tutti gli Stati.
Unione di bilancio non dev'essere sinonimo di unione dell'austerity: il fiscal compact non basta. Il Parlamento ha prodotto leggi importanti, come i due pacchetti di misure six-pack e two-pack, ma ha anche avanzato proposte per l'istituzione di una tassa sulle transazioni finanziarie, sull'emissione di titoli di Stato con garanzia europea, sull'emissione di titoli di Stato comuni all'Eurozona; siamo favorevoli a un quadro finanziario pluriennale, capace di stimolare la crescita, reagire agli shock, incanalare gli investimenti e colmare i divari fra Stati e regioni. È evidente che un'unione di bilancio con questi elementi non potrà essere realizzata dall'oggi al domani, ma il Consiglio europeo dovrebbe proporre una tabella per il medio termine, per definire gli obiettivi che intende conseguire, far uscire gli Stati allo scoperto costringendoli a dire quando ci arriveremo.
L'unione bancaria è la più pressante fra queste tre unioni e al vertice non si potrà lasciare alcun dettaglio in sospeso. La Ue ha già fatto molto per armonizzare la regolamentazione delle banche, intensificare la supervisione e prevenire i comportamenti irresponsabili che hanno portato alla crisi del 2008. Ma perché l'unione bancaria possa essere credibile è necessario accordarsi nei dettagli su questioni come la supervisione centrale, la gestione delle crisi e le garanzie sui depositi. Senza un accordo sui dettagli non ci sarà nessun accordo.
Il vertice potrebbe concludersi positivamente, ma le ragioni per essere ottimisti non abbondano. Lascia perplessi che i capi di Stato e di Governo parlino di unione politica senza accettare la presenza al tavolo dei colloqui dell'istituzione politica per eccellenza. Il presidente del Parlamento europeo, a differenza di quanto consentito in passato al presidente dell'Fmi o della Bce, dovrà lasciare la riunione dopo il suo discorso iniziale. Un altro esempio è il tentativo di rinazionalizzare il Meccanismo di valutazione e controllo di Schengen, modificando le basi giuridiche senza il minimo rispetto per le regole più elementari di cooperazione fra le istituzioni. Come si concilia l'impegno per un'unione politica con questa mancanza di rispetto per l'unica istituzione della Ue eletta democraticamente in modo diretto? Non si tratta di un'istituzione a caccia di riconoscimento, qui si tratta di una cartina di tornasole della serietà dell'impegno degli Stati membri in favore di un rafforzamento e di un approfondimento della politica europea.
Nei giorni che ci separano dal vertice dovrà avvenire un drastico cambiamento di mentalità: i segnali non sono incoraggianti.
* Martin Schulz è presidente del Parlamento europeo
(Traduzione di Fabio Galimberti)

L'INIZIATIVA
Il Manifesto per gli Stati Uniti d'Europa
Con un'analisi dell'ex cancelliere Schmidt il 5 giugno, seguito dall'ex presidente della Commissione Delors, Il Sole 24 Ore ha lanciato il Manifesto per gli Stati Uniti d'Europa. Il documento nasce dopo il Manifesto per l'Europa del 1° novembre 2011 dal Sole con 5 proposte per salvare l'euro.
Le analisi
Sul tema sono intervenuti autorevoli politici: Joschka Fischer, Romano Prodi, Jerzy Buzek, Antonio Tajani, Guy Verhofstadt, Lucas Papademos, George Osborne, Carlo Azeglio Ciampi, Pascal Lamy, Mario Sarcinelli, Gordon Brown, Emma Bonino, Gerhard Schröder e Antonio Vitorino. Le 5 mosse per salvare la Ue Il Sole 24 Ore del 1° novembre 2011 ha stilato un Manifesto per l'Europa che proponeva cinque misure: governo economico europeo, estensione del mandato della Bce, varo di europroject bond, eurounion bond e mercato unico bancario. Misure sempre più di attualità in vista del vertice Ue del 28-29 giugno.

sabato 16 giugno 2012

L'Unione ritrovi lo spirito dei padri fondatori

da www.ilsole24ore.com

Il cancelliere tedesco Konrad Adenauer e il ministro degli Esteri francese Robert Schuman in un incontro a ParigiIl cancelliere tedesco Konrad Adenauer e il ministro degli Esteri francese Robert Schuman in un incontro a Parigi
Nel momento in cui l'edificio europeo mostra crepe così profonde da metterne a repentaglio la stabilità, mi espongo volentieri alla critica di avanzare argomenti altre volte spesi. Per le brevi riflessioni che seguono avverto, infatti, la necessità di muovere riandando alle scaturigini del processo di unificazione europea. In quei pressi vi è anche la fonte cui ho attinto la fede europeista, abbracciata negli anni giovanili, praticata con convinzione crescente, e con crescente cognizione di causa, via via che aumentavano le responsabilità istituzionali delle quali sono stato investito.

Dieci anni or sono, in occasione del conferimento del premio Carlo Magno all'euro, volli sintetizzare le motivazioni ideali del mio impegno per la costituzione dell'Unione europea, di cui la moneta unica rappresentava una pietra miliare.

Parlai allora di «una generazione nata all'indomani della Prima Guerra Mondiale; una generazione che nel pieno della giovinezza è stata stravolta dalla Seconda guerra mondiale; una generazione che ha provato, sulla propria carne, l'insensatezza di contrapporre con le armi in pugno giovani contro giovani; di distruggere il patrimonio di una comune cultura millenaria; di annullare risorse reali e spirituali che, con l'esaltazione della vita e dei suoi valori, potevano essere fonte di benessere per tutti i popoli dell'Europa e per l'intero mondo».

Quelle motivazioni, rivestite di nuovi significati, si rafforzarono nel secondo dopoguerra, allorché l'Europa, divisa da contrapposizioni ideologiche e dallo spirito di contesa delle due superpotenze vincitrici, doveva trovare una risposta efficace alla minaccia della distruzione atomica.

La realizzazione dell'Unione europea è un processo strutturalmente non lineare - caratterizzato da una alternanza di accelerazioni e di fasi stallo - perché esso va a incidere su Stati e su popolazioni che vantano una lunga storia, ricca di cultura e di tradizioni consolidate, con ordinamenti e istituzioni profondamente diversi.

La costituzione della moneta unica e della sua Banca centrale ha impresso al processo unitario un'indubbia accelerazione, anche in risposta al fenomeno della globalizzazione dei mercati e all'affacciarsi sulla scena mondiale di nuove e importanti economie - quelle della Cina, dell'India, del Brasile - con popolazioni che sono multipli rilevanti di quella del Continente europeo. Si tratta di economie la cui capacità di produzione, avvalendosi della più avanzata tecnologia, può rendere marginale quella di Paesi di antica tradizione industriale.

Gli uomini di governo e i tecnici che si impegnarono nella realizzazione del progetto della moneta unica non ignoravano le riserve di coloro che ritenevano la tenuta dell'euro soggetta alle insidie delle differenze tra i Paesi aderenti; di chi temeva che i più deboli tra questi sarebbero stati schiacciati dai più forti; di chi paventava il contagio dell'instabilità dalle economie più fragili a quelle più robuste. Essi erano ben consapevoli che il sistema avrebbe retto a condizione che la sua architettura fosse integrata, nel breve termine, dal governo unitario dell'economia, con le implicazioni e le scelte istituzionali che questo richiede: un bilancio comune, una Banca centrale dotata di tutti i poteri e le prerogative proprie di tali organismi.
In altri termini, dopo la rinuncia a quella monetaria altri considerevoli pezzi di sovranità nazionale dovevano essere ceduti dagli Stati membri dell'Unione. I governanti dei principali Paesi non trascurarono di mettere in conto che - dopo quello della moneta unica - il perseguimento dell'obiettivo finale avrebbe richiesto di porre mano all'assetto istituzionale dell'Unione. L'Europa paga il conto di non avere una Costituzione che fissi i principi ispiratori dell'Unione e le regole di governo; di non avere organi di governo e legislativi effettivamente rappresentativi della volontà dei popoli e degli Stati membri.

Non è questo il momento di rivangare gli errori compiuti, di recriminare sulle occasioni mancate, di sottolineare le difficoltà incontrate, di cui pure è opportuno non sottovalutare ragioni e rilevanza. Questo è piuttosto il momento di guardare al di là di tutto ciò, senza sentirsi zavorrati dal passato e di andare avanti con realismo, ma anche con la volontà e la passione di chi sa di inseguire un traguardo ambito, necessitato dalla Storia. Quello che, all'indomani della Secondo conflitto mondiale, vide impegnati a tracciarne il percorso un gruppo di statisti europei - i Padri fondatori dell'Unione - i quali seppero coniugare con spirito libero e innovativo interessi dei rispettivi Paesi con quelli dell'Europa nel suo insieme, in modo da assicurarle pace e prosperità, laddove sino a poco prima essa era stata teatro di conflitti tragici.

La scelta della moneta comune
Per avanzare in quel percorso, nella seconda metà degli anni ottanta del secolo scorso, fu concepito il disegno di una moneta unica per l'Europa. La decisione di procedere sulla strada dell'unificazione monetaria fu squisitamente politica; non fu decisione di banchieri. Ho ricordato altrove l'incontro avuto, da Presidente del Consiglio, con il Cancelliere Kohl, nel corso del quale convenimmo entrambi che anche solo un rinvio del Trattato di Maastricht sarebbe stato non una semplice battuta d'arresto nel processo di unificazione dell'Europa; ne avrebbe segnato l'avvio del fallimento, con il rischio di risvegliare tentazioni nazionaliste e con esse gli spettri degli anni trenta.

Non ci sbagliavamo. Gli effetti della globalizzazione, la crisi economica hanno suscitato in molti paesi europei, anche in quelli di più robusta tradizione democratica, spinte alla formazione o al rafforzamento di movimenti le cui basi ideologiche richiamano tristemente esperienze che ritenevamo sepolte per sempre. Non siamo, dunque, immemori delle conseguenze drammatiche che siffatti movimenti ebbero per Paesi, comunità, individui, non solo sul piano del benessere materiale, ma per la pace, per la libertà, per la dignità.

Il cancelliere tedesco Konrad Adenauer e il ministro degli Esteri francese Robert Schuman in un incontro a Parigi È questa memoria, innanzitutto, che impone di non desistere dal fare ogni possibile sforzo per dare risposte convincenti ai problemi pur gravi del presente. Risposte in grado di rimediare a errori e insufficienze del passato e di porre premesse solide per progredire nella direzione che sappiamo essere la sola per la salvezza del Vecchio Continente e del suo immenso patrimonio di civiltà, dei Paesi che lo compongono, dei popoli che lo abitano: l'unione politica dell'Europa.

La "lezione degli Stati Uniti"
In questo momento appaiono esasperate - persino incolmabili - le differenze che separano la periferia dal centro dell'Europa; differenze che sembrano dar ragione dello scetticismo di alcuni - fra questi non pochi economisti e opinionisti accreditati - sulla fattibilità di una Europa unita. Un sentimento, lo scetticismo, quasi mai estraneo alle realizzazioni ardite, forse per un difetto di "vista" o forse di coraggio. Altiero Spinelli, in un convegno nel lontano 1957, ne segnalava esempi illustri nella diffidenza dell'economista Josiah Tucker e nel dubbioso interrogarsi dell'incaricato di Francia in America, Louis Guillaume Otto, entrambi assai poco convinti delle possibilità di riuscita della giovane America. Il primo nel 1786 affermava: «Quanto alla futura grandezza dell'America e dell'idea che essa possa mai diventare un possente impero sotto una testa, sia monarchica o repubblicana, questa è una delle utopie più folli e più visionarie che siano mai state immaginate da scrittori di romanzi. Le antipatie reciproche e gli interessi opposti degli Americani, le loro differenze di governi, di abitudini e di costumi provano che non avranno alcun centro di unione o di interesse comune. Mai potranno essere uniti in un impero compatto sotto qualsiasi forma di governo: gente disunita fino alla fine dei tempi, pieni di sospetti e diffidenze degli uni verso gli altri, saranno divisi e suddivisi in piccole comunità o principati, secondo le loro frontiere naturali, i grandi golfi e i vasti fiumi, i laghi e le catene di montagne». Quanto al diplomatico francese, egli scriveva al suo governo: «Gli Stati si lasceranno spogliare di parte della loro sovranità?...La loro politica ispira loro reciprocamente avversione e gelosia...questi repubblicani non hanno più Filippo alle porte!».

La questione europea va ricondotta nel suo alveo naturale che, come ha ricordato qualche giorno fa dalle colonne di questo giornale Helmut Schimdt con chiarezza e franchezza, è quello politico. Politiche sono infatti, scrive Schmidt, le motivazioni sottostanti al progetto dell'Unione. Mostrando realismo, senso della storia e capacità di affrontare il nuovo, le sue considerazioni rimandano a quelle dei Padri fondatori, Adenauer, Monnet, Schuman, Spaak, De Gasperi, i quali convennero sull'esigenza di costituire una comunità di Stati europei per scongiurare il ripetersi di distruzioni catastrofiche, ma anche per inserire (nell'articolo ricordato Schimdt non teme di ricorrere al termine imbrigliamento) la Germania in una unione e impedire il ripetersi di avventure egemoniche.
È il rischio di una egemonia - osserva ancora Schimdt - che sollevò più di una perplessità in Gran Bretagna, Francia e Italia sulla riunificazione tedesca; perplessità superate grazie all'impegno assunto da Mitterrand e da Kohl di associare alla riunificazione una ulteriore, più stretta forma di integrazione europea così da costituire un contrappeso al nuovo assetto che si sarebbe configurato.

La questione trattata da Schimdt è stata e rimane fondamentale per la realizzazione dell'Unione europea. Oggi ad essa si aggiunge quella del futuro economico dell'Europa, area tra le più ricche e sviluppate del mondo, la cui integrazione è necessaria per conservare i livelli di prosperità raggiunti; per reggere il confronto con altre grandi economie, alcune delle quali giovani e agguerrite.

È dunque, riduttivo trattare le questioni dell'euro e dell'Unione europea circoscrivendole alle modalità operative della Bce, al cosiddetto "Fondo salva Stati" o al coordinamento delle politiche di bilancio dei paesi membri. L'euro è in primo luogo un problema di politica internazionale. Occorre chiarezza circa la volontà dei principali Paesi dell'Unione di pervenire a un assetto in cui trovi soluzione la questione "centro tedesco-periferia", come ha sintetizzato su queste pagine l'ex Cancelliere tedesco.

Recuperare lo spirito delle origini
La sintonia che avverto con le posizioni dell'anziano Cancelliere nasce oltre che da antica stima, forse anche dalla comune condizione anagrafica. Una condizione che insieme con l'apprensione con cui guardo al presente e al suo possibile evolversi mi induce a fare appello a coloro che oggi possono decidere delle sorti dell'Europa perché, pur nella diversità dei tempi e delle situazioni, si rivestano dello spirito, tutt'altro che utopico o visionario, ma totus politicus, che animò convinzioni, scelte, azioni di una classe di governo europea che sessant'anni or sono ritenne di inscrivere interessi nazionali all'interno di un più ampio e coraggioso disegno. Essi avevano contezza della condizione dei rispettivi Ppaesi, stremati, non meno dei colossali sforzi e delle enormi risorse da mettere in campo per la ricostruzione. Ciò non ne rendeva angusta la visione; semmai ne acuiva la vista nella messa a fuoco della realtà, nella valutazione della posta in gioco che rendevano ineluttabile ragionare in termini di "noi".

Il noi era l'Europa; non Francia, Germania, Italia.
Ecco allora Schuman affermare che «dopo il crollo del terzo Reich è giunta l'occasione per aiutare la Germania vinta e prostrata, ad uscire dal proprio isolamento, di tenderle la mano amichevolmente facendole un posto tra i Paesi europei». E osservare che «non ci sarà pace in Europa se gli Stati verranno ricostruiti sulla base della sovranità nazionale, con tutto ciò che questo comporta di politica, di prestigio e di protezione economica. I Paesi europei sono troppo piccoli per assicurare ai loro popoli la prosperità che le condizioni moderne rendono possibile e necessaria. Il benessere e gli sviluppi sociali indispensabili non si raggiungeranno a meno che gli Stati dell'Europa non si costituiranno in una federazione o in una entità europea che ne faccia una entità economica comune».
È la medesima consapevolezza maturata da Adenauer fin dal primo dopoguerra circa la necessità che la Germania dovesse armonizzarsi con il resto dell'Europa, anche a scapito dei suoi propri interessi. Egli comprendeva il bisogno di sicurezze della Francia. Anche se a proposito del Trattato di Versailles aveva osservato che «nella storia europea medioevale e moderna non c'è nessun documento così oltraggioso verso i diritti fondamentali, umani e cristiani, come questo diktat di Versailles».

Proprio per superare l'inimicizia ereditata dal passato, auspicava una collaborazione organica dell'industria pesante tedesca con quella franco-belga. Ricercò anche una possibile unione economica che propiziasse la pace tra i due paesi. Nel maggio del 1950 quando Schuman lo informa del progetto che l'anno successivo avrebbe portato alla costituzione della CECA, Adenauer annota nelle sue memorie: «Mi comunicava che lo scopo della sua proposta non era economico ma eminentemente politico . . . Il Piano Schuman corrispondeva in pieno alle mie idee . . . Non avevamo il dovere, noi che nel passato ci eravamo resi responsabili di gravi colpe con la guerra, di consacrare tutte le nostre forze spirituali, morali ed economiche, alla creazione di un'Europa che potesse diventare elemento di pace ?». Nel 1954 arriva a dichiarare all'allora Primo ministro francese Mendès-France di anteporre l'unità dell'Europa alla riunificazione della Germania, a condizione che la nuova entità avesse una connotazione fortemente ancorata agli ideali e allo spirito delle democrazie occidentali.

Il dovere di fare presto
Se permangono le ragioni di fondo per l'Unione europea; se esiste la volontà politica di portare a compimento questo progetto che, ripeto, è ambizioso e innovativo, ma anche necessario affinché l'Europa possa continuare a essere un'area di pace, di stabilità, di prosperità, di progresso, ebbene gli uomini e le donne cui oggi sono affidate le sorti dell'Unione hanno il dovere di lavorare per introdurre tempestivamente gli elementi istituzionali e operativi che consentano di superare l'attuale situazione di crisi economica, di difficoltà sociale e politica.

Crescita, rigore e governance sono i tre temi su cui da mesi i governanti europei discutono. I Paesi con economie più solide pongono l'enfasi sul rigore; quelli economicamente più deboli chiedono un sostegno consistente alla crescita; tutti sono sospettosi sulla governance, temendo di vedere sacrificati interessi nazionali. I tre aspetti si intersecano, fino a intrecciarsi e l'uno rafforza l'altro. È necessario che i governanti li affrontino con vista lunga, nella consapevolezza che la prosperità dei singoli paesi trae beneficio e si accresce se avviene in un contesto in cui il benessere è diffuso e le tensioni sociali e politiche sono sostenibili.
Alla fine della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti contribuirono in modo sostanziale alla ripresa economica dei paesi dell'Europa, dei vincitori come degli sconfitti. Erano coscienti che la rinascita economica europea non solo avrebbe sostenuto e ampliato la loro attività e la loro sfera di influenza, ma si sarebbe anche creata al di qua e al di là dell'Atlantico una comunità di Stati coesa, legata da interessi comuni. I Paesi dell'Europa occidentale hanno goduto di uno dei periodi più lunghi di pace e di prosperità; sono stati assicurati loro libertà, progresso sociale, politico e culturale in misura sconosciuta nel passato. Gli Stati Uniti hanno sempre avuto quei Paesi dell'Europa al loro fianco nella lunga fase della guerra fredda.

Se la Storia è anche magistra vitae, allora quando in una comunità di Stati si instaura una corrente intensa e costante di scambi, non solo commerciali, ma anche di idee, di culture, i paesi più dinamici, più "virtuosi" finiscono col costituire per tutti gli altri un punto di riferimento. A essi si guarda per i risultati che sono in grado di conseguire; per i contributi che sanno offrire. Con i loro stili di governo, con le loro prassi e le loro modalità organizzative e operative rappresentano un modello con cui confrontarsi e alla lunga emulare.

Il superamento della crisi che ha aggredito in modo particolare l'Europa, mettendo in dubbio la sopravvivenza dell'Unione, potrà avvenire in tempi brevi e a costi minori se i governanti dei Paesi europei procederanno con determinazione e tempestività a definire nuovi assetti costituzionali, istituzionali e operativi dell'Unione, onde consentirle di agire con efficacia in uno scenario mondiale complesso, ma ricco di opportunità. Occorre che i responsabili dei governi affrontino questa fase di cambiamento con lo spirito e il coraggio con cui i fondatori della Comunità europea decisero di accantonare contrasti secolari, tentazioni egemoniche, atteggiamenti di irriducibile intransigenza, perché volevano un'Europa pacificata, libera, solidale. Ritrovare quello spirito è necessario per conservare all'Europa un ruolo di primo piano. Spetta ai governanti di dare alle nuove generazioni speranze di un futuro che possa lasciarsi alle spalle l'angoscia di questi anni tormentati.

Occorre allora che i responsabili dei governi trovino il passo giusto per muoversi e procedere con saggia speditezza; consapevoli della responsabilità che si assumono di fronte alla Storia e perché non abbia a suonare per loro la riprovazione evangelica : «Dicono e non fanno. Legano fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neanche con un dito (Mt. 23, 1-12)».


mercoledì 13 giugno 2012

Berlino-Parigi, la commedia degli errori

da www.repubblica.it


IL COMMENTO

di BARBARA SPINELLI 
DA QUALCHE giorno si parla, non senza speranza, della proposta avanzata il 7 giugno da Angela Merkel alla televisione tedesca. Un'unione economica e politica dell'Europa, grazie alla quale la moneta unica potrà sormontare i propri squilibri, l'indebitamento degli Stati diverrà comune debito europeo, l'Unione potrà emettere eurobond garantiti solidalmente, sorvegliare le banche unificandole. L'obiettivo sarebbe una Federazione, ottenibile attraverso nuove graduali cessioni di sovranità nazionali: ancora in mano agli Stati, esse sono impotenti di fronte ai mercati. La terra promessa è bella, ma è tutt'altro che chiaro se il Cancelliere voglia, e presto, quel che annuncia. Se non stia guadagnando tempo, dunque perdendolo. Comunque, l'idea è di sfidare il suo principale interlocutore: il nuovo Presidente francese. Ricordi, la Francia, che se l'Europa non si fa la colpa è sua, non dei tedeschi. È da decenni che Parigi avversa cessioni di sovranità, e ora è messa davanti alle sue responsabilità. Né pare recedere: due ministri, degli Esteri e dell'Europa, votarono contro la Costituzione nel 2005.

La rigidità francese è certo corresponsabile del presente marasma - Hollande potrebbe prendere sul serio la Merkel, costringendola a fare quel che dice di volere - ma se ascoltiamo le parole del Cancelliere e soprattutto quelle di Schäuble, ministro del Tesoro, il piano somiglia molto a un villaggio Potemkin: un prodigio, ma di cartapesta. Di poteri rafforzati delle istituzioni
europee la Merkel parlò il 14 novembre 2011 (al congresso democristiano), e poi in una conferenza a Berlino il 7 febbraio, ma mai l'idea divenne formale proposta. Il più esplicito è stato Jens Weidmann, governatore della Bundesbank. Subito dopo l'elezione di Hollande, ha scelto la tribuna di Le Monde, il 25 maggio, per stuzzicare i francesi: mettere in comune i debiti, ha detto, è impossibile senza Federazione. "Perfino nei paesi che reclamano gli eurobond, come in Francia, non constato su questo tema né dibattito pubblico, né sostegno popolare a trasferimenti di sovranità".

Il fatto è che nella posizione tedesca c'è qualcosa di profondamente specioso, e insensatamente lento. Intervistato dall'Handelsblatt, il 5 giugno, Schäuble afferma che l'unione politica è un progetto di lungo termine. Prima bisogna vincere la crisi: ogni Stato con le sue forze, e con piani di austerità che pure hanno mostrato la loro inanità. Fanno male, i piani? Sfiniscono i popoli, e aumentano perversamente i debiti nazionali? Il ministro lo nega: quasi sembra considerare la sofferenza un prelibato ingrediente della rinascita europea. La domanda frana nei paesi indebitati? Niente affatto: "I programmi non diminuiscono il potere d'acquisto, siamo solo di fronte a crisi di adattamento". L'Unione crollerà? Anche questo viene negato: "I grandi scenari apocalittici non si sono mai inverati".

La negazione dei fatti, unita a un impressionante oblio storico (come si fa, in Europa, a dire che gli scenari apocalittici non si sono mai inverati?): sono gli elementi che impregnano oggi la posizione tedesca. Se questa appare così immobile, è perché un dogma la paralizza. È il dogma della "casa in ordine", in voga tra gli economisti tedeschi dagli anni '20: se ogni Stato fa ordine come si deve, la cooperazione internazionale funzionerà e a quel punto si penserà all'unione politica, all'unione bancaria per far fronte alla crisi spagnola, alle misure per l'Italia pericolante. Come spesso accade ai dogmi, essi contengono incongruenze logiche e un'abissale indifferenza al divenire storico.

Il difetto logico, spesso sconfinante nell'ottusità, è palese nel ragionare dei vertici tedeschi. Si riconosce che l'euro senza Stato è zoppo, si rievoca quel che Kohl disse a proposito dell'unione politica, necessario complemento della moneta unica. Per la Merkel come per Schäuble, tuttavia, l'unione ha senso dopo che gli Stati avranno aggiustato le finanze: non diventa lievito della ripresa, ma si aggiunge ex post, quasi un premio. Che significa, allora, dire che l'euro senza Stato è il vizio d'origine dell'unione monetaria? Se i rimedi ai vizi sono rinviati, vuol dire che non sono ritenuti farmaci cruciali. Cruciale è il giudizio dei mercati, non arginabili con un cambio di paradigma nella costruzione europea. Cruciale è il culto del dogma, impacchettato con carta europeista in modo da imbarazzare i francesi. È quel che Walter Benjamin, in un frammento del 1921, chiama religione del capitalismo: quest'ultimo diventa "puro culto", che non redime ma colpevolizza soltanto. Non a caso, dice Benjamin, Schuld ha in tedesco due significati: debito e colpa.

La smemoratezza storica non è meno funesta. Berlino dimentica non solo gli anni '20, quando le furono imposte riparazioni non sostenibili e il paese precipitò nel nazismo. Dimentica anche quel che fu il piano Marshall, nel dopoguerra. Charles Maier, storico a Harvard, spiega che il piano funzionò perché non era condizionato: le riforme sarebbero venute col tempo, grazie alla ripresa europea. Oggi toccherebbe alla Germania avere quell'atteggiamento, che legò riduzione dei debiti e rimborsi dei prestiti alla crescita ritrovata. Scrive Maier: "Gli europei dovrebbero ricordare il monito di George Marshall, nel '47: "Il paziente sprofonda, mentre i dottori deliberano"" (New York Times, 9-6-12).

Anche Obama, quando invita i tedeschi a crescere di più e fa capire che è in pericolo la sua rielezione, è privo di visione lunga. Il vissuto del dopoguerra, la leadership americana che incitò all'unificazione europea, è scordata. Solo ieri la Casa Bianca ha menzionato, auspicandola, l'unione del nostro continente. Gli uomini degli anni '50 che Jean Monnet cita nelle Memorie, (John McCloy, consigliere di molti Presidenti; Dean Acheson, segretario di Stato; David Bruce, ambasciatore Usa in Francia) è come fossero ignoti. Nè sembra dir qualcosa, a Obama e agli europei, la storia stessa dell'America: il passaggio dalla Confederazione di Stati sovrani alla Federazione che Hamilton (allora segretario al Tesoro) accelerò nel 1790 cominciando col mettere in comune i debiti accumulati durante la guerra d'indipendenza.

Il discorso che Thomas Sargent ha tenuto in occasione del premio Nobel per l'economia, nel dicembre 2011, evoca quell'esperienza a uso europeo. Fu la messa in comune dei debiti a tramutare la costituzione confederale in Federazione. Fu per rassicurare i creditori che venne conferito alla Federazione il potere di riscuotere tasse, dandole un bilancio comune non più fatiscente. Solo dopo, forti di una garanzia federale, gli Stati si prefissero nei propri ambiti il pareggio di bilancio, e nacque la moneta unica, e si fece strada l'idea di una Banca centrale.
Invece di preoccuparsi dei poteri forti, Monti ha una grande opportunità: preparare per il prossimo vertice Ue una controproposta europea, basata sul rilancio, la comunità delle banche, la parziale comunitarizzazione dei debiti, da presentare insieme ai governi che lo desiderano, Grecia in primis. I veri poteri forti non sono in Italia. Vale la pena prospettare - non in conferenze ma ai partner - un'unione politica vera.

Non un'unione di cartapesta, ma un piano che dia all'Unione le risorse necessarie, il diritto di tassare più in Europa e meno nelle nazioni (a cominciare dalla tassa sulle transazioni finanziarie e le emissioni di biossido di carbonio), e metta il bilancio federale sotto il controllo del Parlamento europeo, come suggerisce lo storico Maier. Oggi l'Unione dispone di risorse irrisorie (meno del 2 per cento del prodotto europeo), come l'America prima di Hamilton. Se la Merkel non ci sta, gli Stati favorevoli si contino, nel Consiglio europeo. Non succede il finimondo se Berlino è messa in minoranza. Accadde ai tempi dell'euro con la Thatcher. Il primo che in Europa farà votare su proposte serie passerà alla storia.
(13 giugno 2012) © Riproduzione riservata

martedì 12 giugno 2012

Unione europea a un bivio storico (futuro federale per rilanciare l'Ue)

da www.ilsole24ore.com

Il Sole 24 Ore, 12 giugno 2012

di Guy Verhofstadt

La situazione in cui versa l'Europa evidenzia una grave e profonda crisi politica. Le difficoltà finanziarie non hanno fatto che mettere in luce le conosciute imperfezioni del sistema europeo: un sistema monetario comune privo di un unico quadro economico, fiscale, di bilancio e tantomeno politico.

La propagazione e l'acutizzarsi della crisi però sono il risultato dell'incapacità dei leader europei di trovare reali soluzioni sostenibili. Piuttosto che risolvere il problema alla radice, apportando le necessarie e ormai improrogabili riforme per il completamento del sistema europeo, hanno optato, più volte esitando, per timide e troppo spesso lente e inadeguate risposte alle circostanze contingenti.

Tre sono gli effetti secondari che l'incapacità e spesso la mancata volontà politica dei leader europei hanno fatto emergere. Il primo, è di aver portato l'epicentro della crisi in Europa, per di più aggravandola. Il secondo - si voglia per tradizionali posizioni ostinate nel mantenere la propria sovranità o per ragioni di rigore da imporre prima di consentire alcun passo in avanti - è l'aver rinvigorito quelle stesse ideologie nazionaliste ed estremiste, che la creazione del progetto europeo voleva debellare una volta per tutte.

Il terzo, e probabilmente il più devastante, è di aver alimentato nei cittadini europei il senso di abbandono da parte dell'Europa, quella sensazione di sentirsi gli unici a dover pagare i danni della crisi.
Ora dunque non si tratta più di come salvare un Paese o alcune banche o ancora tenere calmi i mercati ma ci troviamo di fronte a un bivio, come in altre occasioni che hanno segnato la storia del continente europeo. Un bivio che non accetta nessuna esitazione, tantomeno concede spazio a errori.

Da un lato si presenta a noi il sentiero finora percorso, all'insegna dell'interesse individuale degli Stati-nazione, dove continuerebbero a vigere soprattutto regole intergovernamentali. Quegli interessi e quelle regole che ci hanno portato all'attuale malessere e crisi comune e che di certo, come hanno dimostrato, non sono più in grado di rispondere alle esigenze di un sistema europeo efficiente e ancor meno di un sistema globalizzato.

Contrariamente a quanti sostengono con calcoli alla mano che per esempio il costo di un'uscita della Grecia dall'euro, e ancora peggio dall'Europa, è sostenibile, il vero costo sarebbe invece fatale per tutta l'Unione europea, tanto al suo interno quanto nei suoi rapporti con il resto del mondo.

All'inizio la creazione della Comunità europea aveva risposto, anche se forse solo casualmente, a una realtà che si è resa più palpabile solo successivamente, ossia l'interdipendenza degli Stati europei e di questi con gli altri continenti. Sfortunatamente l'accelerazione del fenomeno della globalizzazione non è stato seguito da un egualmente veloce, per quanto ineludibile, processo di integrazione europea.

Osteggiare tale processo vuol dire non aver capito che un singolo Stato nazionale, da solo, non è più in grado di dare sicurezza ai propri cittadini e di certo non ha alcun peso nei club dei grandi a livello mondiale. Osteggiare tale processo vuol dire anche commettere un errore strategico irreversibile.

Non bisogna dimenticare, infatti, che fu proprio l'Europa la pioniera delle prime grandi collaborazioni tra governi che hanno ispirato stati e potenze estere a sviluppare a loro volta progetti comuni. Se continuiamo su questo sentiero, porteremo l'Europa alla disintegrazione, aiutati anche dalle spinte esterne all'Unione. Dall'altro lato invece si presenta a noi l'unico e costruttivo sentiero che si possa imboccare, quello del tanto desiderato e necessario federalismo europeo. Quell'ulteriore processo di integrazione che oggi richiede di essere accompagnato da misure ancora più audaci, per compensare l'aggravarsi della crisi causata della velocità da bradipo che hanno mantenuto negli ultimi anni i leader europei.

In concreto, serve portare avanti politiche volte alla stabilità e alla crescita nel breve-medio termine, mentre si gettano le fondamenta dei pilastri mancanti dell'architettura dell'Unione europea per garantire una piena sostenibilità del nostro sistema nel lungo periodo. Senza un tale approccio olistico ci aspetta un decennio di desolazione.

Innanzitutto, gli Stati membri devono persistere con gli sforzi mirati a ridurre i disavanzi affinché le generazioni future non siano costrette a pagare il prezzo per la dissipatezza dei loro predecessori. L'osservanza del già rafforzato Patto di stabilità e crescita non può più ammettere eccezioni, come fu per Germania e Francia nel 2005. Le regole valgono per tutti e non possono essere infrante. Inoltre dobbiamo puntare a un sempre maggiore coordinamento delle politiche di bilancio ed economiche fino a materializzare una reale Unione economica e fiscale.

Senza indugiare, occorre inoltre ricapitalizzare le banche e garantire i depositi per spezzare l'esistente circolo vizioso tra le banche fragili e i debiti sovrani deboli che si ripercuote sull'economia reale. Il fondo salva-Stati (Efsf e Esm), l'inadeguato "firewall" creato dagli Stati membri contro la crisi del debito, può invece compiere tale impresa con successo mentre si lavora allo sviluppo di una Unione Bancaria. Essa deve comprendere un'autorità centrale Ue per la supervisione del sistema bancario, un sistema di liquidazione e ricapitalizzazione delle banche in difficoltà e un sistema europeo di garanzia dei depositi.

Per allentare la morsa della crisi del debito si deve creare un Fondo europeo "di redenzione" a difesa della zona euro. La sua natura temporanea (20-25 anni) non esige un cambiamento dei Trattati, mentre i suoi benefici sarebbero immediati visto che farebbe risparmiare miliardi di euro a tutt'oggi buttati in eccessivi rendimenti sui titoli del debito. Questo fondo rappresenta il vero "firewall" di cui l'Ue ha bisogno nell'immediato per porre fine al contagio e ripristinare la fiducia nei mercati. Perché permette di emettere obbligazioni europee per un valore di 2.300 miliardi di euro, manualizzando il debito che sfora il 60% previsto dai Trattati di tutti quegli Stati membri che si impegnano a intraprendere riforme strutturali e a rispettare i vincoli di bilancio. Nel frattempo si deve dare avvio alla sviluppo di un reale mercato di eurobond, sfogo naturale di una moneta unica.

Per ridare invece ossigeno all'economia serve un'iniziativa europea per la crescita e liberare il potenziale del mercato unico. Di soldi in giro - per il tipo di investimento necessario a provocare uno scatto verso la crescita e convincere le imprese a espandersi e assumere - non ce ne sono molti. Ed è qui che l'Unione europea può offrire i vantaggi delle economie di scala, investimenti e ricerca congiunti, comuni autorità di regolamentazione e accesso ai mercati. Al bilancio dell'Ue non è consentito registrare un disavanzo e beneficia di un rating del credito più favorevole con i creditori internazionali. L'Unione europea può fare uso di molteplici strumenti. Aumentare il capitale della Banca europea per gli investimenti, introdurre project bond su scala più ampia, e non per un misero ammontare di 230 milioni come appena lanciato, ridurre o eliminare temporaneamente il co-finanziamento da parte degli Stati Membri per ottenere i fondi strutturali e di coesione.

Si può convertire il Meccanismo europeo di stabilità finanziaria in un fondo per la crescita, mentre si assicura un pieno sfruttamento di tutti i fondi europei esistenti. Inoltre, non bisogna dimenticare che il mercato unico europeo è uno dei pilastri della prosperità europea. L'aumento degli scambi ha incrementato il benessere nell'Unione del 10% del reddito nazionale, pari a circa 8000 euro annuali per famiglia. Il completamento della mercato unico non può quindi essere rimandato.

Per sostenere questo progetto comune, la centralità delle istituzioni europee nel processo decisionale è fondamentale, ma la sua realizzazione sarà assicurata solo se gli Stati Membri saranno in grado di esprimere finalmente quella Unione politica tanto sperata. La situazione è troppo grave per non accettarlo.

Guy Verhofstadt è presidente del Gruppo dei Liberali e Democratici per l'Europa al Parlamento europeo. È stato primo ministro belga per nove anni e autore nel 2006 del libro «Gli Stati Uniti d'Europa»

Schnell, Frau Merkel

da www.ilsole24ore.com


Prima è toccato alla Grecia, poi all'Irlanda e al Portogallo. Puntuale è arrivata la volta della Spagna. Tocchiamo ferro per l'Italia. Si può sostenere, con un minimo di ragionevolezza, che l'Europa esiste se si consente ai mercati di attaccare e colpire impunemente un Paese dietro l'altro? La risposta è no.
Questo giornale pubblica dal 5 giugno editoriali dei padri fondatori sugli Stati Uniti d'Europa per ricordare a tutti che il prossimo vertice di fine giugno non può essere il venticinquesimo consecutivo in cui non si decide nulla. Una sola citazione firmata Helmut Schmidt, ex cancelliere tedesco, può aiutare a inquadrare la situazione che stiamo vivendo: la grande Germania sta perdendo il senso della storia, del suo riscatto europeo e della solidarietà con i partner.

Signora Merkel, così non può andare avanti. Non farà molta strada se continuerà ad essere indifferente alla rabbia dei greci, distante dall'orgoglio ferito degli spagnoli, dalle paure italiane e dalle angosce francesi. Tirare fuori 100 miliardi europei (di cittadini europei, una buona parte italiani) per difendere le banche spagnole e ritrovarsi con lo spread BTp-Bund a 473 punti (rendimento al 6,03%) e quello con i Bonos spagnoli oltre quota 520 (rendimento al 6,51%) è solo l'ultima spia di un allarme rosso che lei si ostina a volere ignorare. Non esistono vie alternative. Lo abbiamo già detto e scritto ripetutamente. Bisogna dare un messaggio forte ai mercati: l'Europa esiste, non salta, punto.

Il tempo delle parole è finito, con dieci anni di ritardo, il disegno di integrazione politica va portato a compimento attraverso scelte concrete, immediatamente operative. Almeno tre.

1 - Garanzia unica per i depositi bancari europei. A chi solleva problemi morali, non del tutto infondati, sulla sua introduzione, va spiegato che, in assenza di questo strumento, rischia di pagare di più anche chi si è comportato bene.

2 - Accesso diretto al Fondo salva-Stati (Efsf) da parte degli istituti di credito. Potrà sembrare un dettaglio ma non lo è: le turbolenze di ieri sui mercati sono figlie proprio della convinzione che gli aiuti arriveranno da un secondo fondo di stabilità, Esm, non dall'Efsf, e questo incide sulla qualità e il tasso di rischiosità dei titoli di Stato spagnoli.

3 - Unificazione dei debiti pubblici europei distinguendo (Paese per Paese) il carico degli interessi ma neutralizzando così l'azione della speculazione sui tassi dei titoli sovrani dei Paesi del Sud Europa (e non solo) che si è rivelata molto onerosa. Questo terzo punto è il più complicato. Si può raggiungere solo a patto che si scambi la protezione in comune con la modifica della Costituzione di ciascun Paese per cedere sovranità nazionale e acquistare sovranità europea sigillata da una nuova, vera carta costituzionale. Perché diventi realtà chi governa i singoli Paesi (Francia e Germania comprese) deve avere la forza di far capire ai suoi elettori gli indubbi benefici di breve e medio termine conquistabili con tale scelta. Può sembrare un processo ardito (di certo non è agevole) ma è addirittura obbligato se non si vuole fare la fine dei dieci piccoli indiani di Agatha Christie.

Questo serve subito, serve all'Europa, e serve alla Germania. Non è suo interesse mettere a terra le economie europee dove continua a collocare oltre il 60% del suo export e a detenere la gran parte degli asset esteri. Mario Draghi ha iniettato liquidità come mai aveva fatto prima la Bce, è pronto a rifarlo ancora, ma non si stanca di ripetere che non tocca a lui «dissipare la nebbia». Draghi ha ragione. Tocca alla cancelliera Merkel recuperare la forza politica dei padri fondatori e portare a compimento il disegno di Helmut Kohl. Tra le macerie di piccoli e grandi Paesi europei non può sopravvivere una Germania forte e in salute, il conto sarebbe salatissimo per tutti. Accolga le buone istanze per la crescita di America e Cina e ne respinga con fermezza le simpatie interessate. Ritrovi l'orgoglio di guidare il processo della nuova Europa, l'area di più antica civiltà economica, una grande storia alle spalle. Il debito pubblico dell'eurozona è pari a circa il 90% del prodotto interno lordo. Negli Stati Uniti la crisi dei debiti privati del 2008 ha determinato un indebitamento pubblico ampiamente superiore al suo Pil. Se l'Europa ritrova velocemente la sua unità politica, sarà un concorrente temibile per tutti e potrà garantire reddito e occupazione alla nuova generazione di cittadini europei. Altrimenti sarà travolta da una spirale di interventi difensivi che saltano da un Paese all'altro, fanno guadagnare tempo, ma ci condannano al declino. Se vuole che lei e la sua Germania restino protagonisti in Europa, non ha più tempo da perdere. Batta non uno, ma almeno due o tre colpi, e li batta subito, perché a tutti sia chiaro che gli Stati Uniti d'Europa sono una realtà e l'euro non è più attaccabile. Schnell, Frau Merkel. Faccia presto, signora Merkel.

domenica 10 giugno 2012

Elezioni legislative in Francia sinistra avanti al primo turno

da www.repubblica.it


IL VOTO

Secondo gli exit poll socialisti e verdi hanno ottenuto la maggioranza assoluta. Astensione record, ballottaggio domenica 17 giugno: Mélenchon, del Front de gauche, non sarà al secondo turno contro Marine Le Pen, vicina all'elezione all'Assemblea nazionale. Ségolène Royal in testa ma costretta al ballottaggio

PARIGI - Al primo turno delle elezioni legislative francesi, secondo gli exit poll, socialisti e Verdi avrebbero conquistato insieme la maggioranza assoluta. I primi avrebbero tra 283 e 329 dei 577 seggi all'Assemblea Nazionale e i secondi tra 12 e 18. L'Ump avrebbe ottenuto tra 210 e 263 seggi. I dati sono riferiti dall'istituto Csa e se fossero confermati, escluderebbero una coabitazione con un governo di segno opposto, ipotesi remota secondo i sondaggi e verificatasi solo tre volte in Francia.

Con il Partito socialista e l'Ump testa a testa attorno al 35,2-35,3%, non c'è stata l'"ondata rosa" auspicata dalla sinistra in Francia dopo le presidenziali. Secondo le proiezioni il Partito socialista può sperare di ottenere la maggioranza parlamentare senza ricorrere all'alleanza con i Verdi né a quella con i comunisti del Front de Gauche, il cui leader Jean-Luc Mélenchon, che ha ammesso la sconfitta, non sarà al secondo turno contro Marine Le Pen.

L'astensione è vicina a livelli record, intorno al 43%, mentre il ballottaggio è previsto per domenica prossima 17 giugno.

Il risultato del Front national di Marine Le Pen, in chiaro calo rispetto alle presidenziali (13,4%), riduce drasticamente il numero delle previste triangolari al ballottaggio, probabilmente non più di 15. La Le Pen, comunque, è vicina all'elezione all'Assemblea nazionale: è nettamente in testa con il 48,21% a Hénin-Beaumont, il suo fortino nel nord della Franca al Pas de
Calais. E, dopo la débacle dello sfidante, il leader dell'estrema sinistra Jean-Luc Mélenchon, affronterà al ballottaggio il candidato socialista Philippe Kemel. Il 17 giugno, quindi, Le Pen potrebbe riuscire ad essere il primo esponente del Front National ad entrare all'Assemblea Nazionale.

Ségolène Royal, candidata all'Eliseo nel 2007 per i socialisti, non è riuscita ad essere eletta al primo turno all'Assemblea Nazionale che punta a presiedere. L'ex compagna del presidente François Hollande ha raccolto a La Rochelle il 29%, ma è costretta ad andare al ballottaggio con l'esponente dell'Ump, Sally Chadjaa, al 25%.

Ballottaggio difficile anche per François Bayrou: il presidente del MoDem, che ha messo in difficoltà alle presidenziali la destra schierandosi con Hollande, è arrivato al secondo posto con il 24%, staccato dalla socialista Nathalie Chabanne (35%). Il candidato Ump ha raggiunto quota 20% e sarà al secondo turno. Per Bayrou la triangolare è quasi impossibile.

Il voto è molto importante per il governo guidato da Jean-Marc Ayrault, nel quale 24 ministri rischiano il posto candidandosi: se non saranno eletti, la regola vuole che lascino il posto di ministro. A rischio ce ne sono almeno cinque o sei. Secondo le prime indicazioni, sarebbe stato eletto al primo turno Laurent Fabius, che quindi non rischia il posto di ministro degli Esteri, mentre è a rischio la titolare della Cultura, Aurélie Filipetti.

Rieletto al primo turno a Nantes, il primo ministro francese Ayrault ha lanciato un appello agli elettori a dare al suo governo e al presidente Hollande una "maggioranza ampia, solida e coerente" al secondo turno di domenica prossima. "Il cambiamento - ha aggiunto il premier - è in corso e si protrarrà nel tempo".

Fra i primi commenti a caldo quello di Martine Aubry. Con il voto di oggi, "i francesi hanno dato il loro sostegno al cambiamento" promesso dal neo presidente socialista, François Hollande", ha detto la segretaria socialista, parlando in diretta su France 2 dopo i primi risultati delle elezioni legislative francesi. "La gauche - ha aggiunto - ha ottenuto un risultato molto più elevato rispetto al 2007". Aubry ha quindi lanciato un forte appello agli elettori a recarsi alle urne nel secondo turno di domenica prossima.

"I giochi non sono ancora fatti", ha detto Jean Francois Copè, segretario dell'Ump, il partito di centrodestra dell'ex presidente Nicolas Sarkozy, garantendo che l'Ump "non farà nessuna alleanza con il Front National" di Marine Le Pen e lanciando un forte appello alla mobilitazione, in vista del secondo turno di domenica.
 
(10 giugno 2012) © Riproduzione riservata

sabato 9 giugno 2012

Spagna, convocato Eurogruppo d'emergenza Madrid: "Non cerchiamo aiuti da nessuno"

da www.repubblica.it

la crisi

Juncker: "Facciamo presto". Il governo spagnolo non cambia posizione: prima di ogni intervento aspetterà l'audit di Roland Berger e Oliver Wyman sulle sue banche. L'esito entro il 21 giugno

MILANO - L'allarme arriva dal Fondo monetario internazionale 1: "Alle banche spagnole servono 80 miliardi di euro". L'Eurogruppo si mobilita e convoca una riunione d'emergenza - in teleconferenza - per il pomeriggio, ma a Madrid continua il balletto delle smentite. Dopo aver passato l'intera settimana a spiegare le difficoltà a rifinanziare sul mercato il debito (i titoli di Stato spagnoli vengono collocati in asta con rendimenti superiori al 6%), il governo di Mariano Rayoj smetisce adesso di aver chiesto, e di aver bisogno, dell'intervento dell'Ue per mettere in sicurezza il Paese.

Insomma i dubbi sul futuro di Madrid restano e proprio per questo la teleconferenza di oggi è stata programmata "in vista dell'approvazione di una dichiarazione che sottolinei l'intenzione della Spagna di sollecitare un aiuto e l'impegno dello stesso Eurogruppo" in questa direzione. In ogni caso, spiegano fonti europee, non sono sul tavolo "nè il calendario e nemmeno la scelta dello strumento" per ricapitalizzare le banche spagnole. I ministri dell'Eurogruppo, però, dovrebbero indicare "alcune condizioni per il settore bancario" che la Spagna sarebbe tenuta a rispettare per ottenere gli aiuti. La zona euro, comunque, si aspetta una richiesta di aiuto da parte di Madrid "in qualsiasi momento".

E in un'intervista alla radio tedesca il presidente dell'Eurogruppo, Jean-Claude Juncker confermando l'appuntamento del pomeriggio insiste perché si trovi "velocemente" una soluzione alla crisi spagnola, sebbene la situazione non sia paragonabile a quelle della Grecia.  E proprio per questo Il ministero spagnolo dell'Economia ha detto alla France Presse che "non c'è nulla di cambiato" nella posizione della Spagna e quindi che per il momento Madrid non ha intenzione di chiedere aiuti europei per le sue banche.

Madrid insiste: una decisione su una eventuale richiesta di aiuti per le banche verrà presa solo dopo la pubblicazione di un rapporto del Fondo monetario internazionale (Fmi) e una verifica da parte di due organismi specializzati. E così dopo la pubblicazione del rapporto dell'Fmi anticipata a ieri, si attende adesso l'audit della tedesca Roland Berger e della americana Oliver Wyman è atteso nei prossimi giorni e comunque entro il 21 giugno.

Il pressing sulla Spagna aumenta. E arriva con maggiore insistenza dalla Germania. Prima il presidente della Bundesbank Jens Weidmann chiede l'utilizzo del fondo salvastati: "Se la Spagna si sente sopraffatta dai suoi bisogni finanziari deve utilizzare gli strumenti che sono stati creati". Poi, il vicecancelliere Philipp Roesler insiste perché Madrid faccia presto: "Se la Spagna ha bisogno degli aiuti per stabilizzare le banche deve farne velocemente richiesta presso il fondo salvastati europeo EFSF: lo strumento per questa circostanza esiste".
(09 giugno 2012) © Riproduzione riservata

giovedì 7 giugno 2012

Un piano per l’Unione politica

da www.affarinternazionali.it

Crisi dell’Ue
Antonio Puri Purini
07/06/2012


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Quanto potrebbe resistere la moneta unica se le elezioni greche portassero al potere una maggioranza sbrindellata e se il Consiglio europeo di fine giugno si accontentasse di misure tampone per contrastarne la crisi? La politica europea ha una crescente capacità di deludere tutti. Questo non è il momento delle sofisticate analisi o dell’ottimismo di maniera. La realtà va affrontata nella sua crudezza: i governi sono latitanti in ogni settore, politico, economico, finanziario.

L’incapacità della politica di rendersi conto della gravità della situazione suscita sentimenti che rasentano l’angoscia. I giornali e le televisioni illustrano, giorno dopo giorno, l’aggravamento della situazione finanziaria in Grecia e Spagna, le difficoltà per l’Italia di ridurre il costo del debito pubblico. L’opinione pubblica capisce che le prossime settimane saranno decisive per il futuro dell’integrazione e che ci troviamo sull’orlo del baratro. I nodi sono venuti al pettine.

L’Europa paga per aver sempre rimandato il momento di definire una strategia imperniata sulla volontà di progredire nella convergenza e nell’integrazione. Sembra una fuga in avanti rispetto all’incalzare della crisi debitoria. Non è vero. Qualunque decisione venga presa sul governo dell’economia, essa può configurarsi solo nell’ambito di una ferrea volontà politica.

Mormorii e proposte
Questa volontà politica esita a uscire allo scoperto. In effetti, l’integrazione politica non è mai stata così accostabile come oggi, quando tutto sembra impedirlo e gli attacchi della finanza internazionale all’euro diventano sempre più virulenti. Il trattato sulla disciplina fiscale è un passo importante verso una politica finanziaria comune.

D’integrazione si sente parlare a bassa voce ovunque: la cancelliera Merkel ha posto sul tappeto, prima di altri, la questione dell’Unione politica; il presidente della Bundesbank Weidmann ha adombrato un cambio d’approccio tedesco verso gli eurobond se questi fossero gestiti da un vero governo economico; il presidente della Commissione Barroso ha appena proposto un’unica garanzia europea sui depositi bancari e l’intervento diretto dell’European stability mechanism (Esm) per salvare le banche spagnole; il presidente della Banca centrale europea (Bce) Draghi ha prospettato un’unione bancaria imperniata sulla centralizzazione della vigilanza e assicurazioni politiche sulla volontà di perseguire l’integrazione politica. Altre riflessioni (piano segreto o meno) sono certamente in corso.

Colpisce, tuttavia, che i responsabili politici parlino ancora, a cominciare da Angela Merkel che ritiene premature le necessarie modifiche ai trattati, di unione politica senza indicare i passaggi per arrivarvi e che anche altri importanti paesi, incluse Francia e Italia, siano cauti su questo tema.

Mi rifiuto però di pensare che i politici europei siano diventati matti. Cosa aspettarsi dunque da qui al Consiglio perché quest’esangue dirigenza politica abbia uno scatto d’orgoglio e si dimostri capace di dare un assetto ai passaggi indispensabili alla sopravvivenza della moneta unica? Si tratta d’indicare ai mercati che la riluttanza dei governi a rinunciare a quote crescenti di sovranità nell’adozione di decisioni economiche appartiene al passato e che l’unione politica rimane l’unica opzione percorribile.

I governi appaiono stretti in una morsa: da un lato, la necessità d’interventi radicali in Grecia e in Spagna; dall’altro, la riluttanza tedesca a fornire assistenza finanziaria a paesi ritenuti responsabili dell’emergenza che affrontano e il timore che, dopo le elezioni del 2013, la spesa facile torni a spadroneggiare in Italia.

Sono percorribili diverse strade per ridefinire una rotta comune: a) decisioni incisive per mettere in sicurezza il sistema bancario spagnolo; b) progresso verso l’unione fiscale, chiave di volta della disciplina e della solidarietà; c) rilancio dell’unione politica sulla base di una sequenza precisa; d) pragmatismo nell’interpretare il principio della condizionalità (ha senso litigare se l’Unione europea debba aiutare le banche spagnole direttamente oppure imponendo condizioni al governo Rajoy?). Le ultime indicazioni che vengono da Bruxelles e Berlino lasciano intravedere l’inizio di una riflessione seria sulla messa in sicurezza dell’euro. Ma ci sarà poi un seguito effettivo?

Con Berlino
Questo risultato va ottenuto con e non contro Berlino. La cancelliera va messa alla prova. I tedeschi sanno che il loro futuro, economico e politico, è nell’Unione europea. Il raggiungimento della stabilità finanziaria non è un’invenzione tedesca. La causa scatenante della crisi deriva dall’entità del debito. È giusto pretendere dalla Germania solidarietà ma non una carta di credito illimitata. È realistico tenere presente che la Germania è tutt’altro che isolata nella difesa del rigore. Il consenso in Irlanda all’accordo sulla disciplina di bilancio dimostra fiducia nella stabilità come premessa della crescita. È tuttavia fondamentale che non rimanga avvitata dai propri incubi (l’inflazione degli anni 20), vinca l’ossessione giuridica e contabile che la tormenta, sia propositiva, contrasti i sentimenti nazionalistici latenti che si addensano contro Berlino.

Vi sono le premesse perché l’intervallo che ci separa dal Consiglio venga utilizzato per rilanciare il tema della coesione e dell’unione politica. Come pervenirvi di fronte alla prevalenza degli interessi nazionali, alle pressioni della politica interna, all’incapacità di prendere decisioni rapide e incisive? Come fare affinché le elite politiche abbiano la capacità di reagire alla crisi morale e istituzionale dell’Europa, come uscire dal vicolo cieco degli errori accumulatisi negli anni?

Come convincere un’opinione pubblica, crescentemente diffidente e disincantata, che la soluzione dei problemi europei risiede in una maggiore integrazione, basata anche su una maggiore legittimità democratica? Come gestire la Grecia? Questi quesiti vanno affrontati ponendo al più alto livello politico la questione della solidarietà europea, persuadendo il Nord Europa che la rottura con il Sud Europa sarebbe un disastro storico, convincendo i paesi meridionali che l’epoca della finanza allegra è terminata per sempre.

Responsabilità dell’Italia
Per quanto concerne l’Italia, sarebbe bene che i partiti ricordassero, invece di fare le animucce belle, le rilevanti responsabilità del nostro paese nello scatenare la crisi del debito sovrano in Europa. Sarebbe anche indispensabile non sottrarsi alle proprie responsabilità: cosa aspetta il Parlamento italiano a ratificare il trattato sulla disciplina fiscale (il cosiddetto fiscal compact)? Perché non lo fa insieme alla Germania come, a un certo punto, era stato deciso?

Non rimane altro che stendere, nel giro di poche settimane, un piano che preveda una cristallina sequenza per arrivare all’unione politica, attraverso passaggi intermedi, di cui l’unione fiscale dovrebbe essere il principale, ma che dovrebbero includere anche altri aspetti (politica estera, difesa, energia, immigrazione). Governanti, spesso scialbi, che ignorano la storia, egoisti, sordi al richiamo degli ideali vanno stimolati con ogni possibile strumento a respingere soluzioni minimaliste e guardare, una volta tanto, oltre l’orizzonte.

Antonio Puri Purini è ambasciatore d’Italia.

martedì 5 giugno 2012

Tesoro Usa: al centro del G7 unione fiscale europea e salvataggio di Grecia e Spagna

da www.ilsole24ore.com


Barack Obama con Jose Manuel Barroso (LaPresse)Barack Obama con Jose Manuel Barroso (LaPresse)
Il G7 ha discusso i progressi verso un'unione fiscale e finanziaria europea. Lo comunica il Tesoro americano dopo la teleconferenza dei ministri delle finanze e dei governatori delle banche centrali del G7, che «monitorerà da vicino» gli sviluppi in vista del G20. «Il G7 ha rivisto gli sviluppi nell'economia globale e sui mercati».
Le fonti del Tesoro Usa sottolineano che «c'è stato accordo su un attento monitoraggio degli sviluppi in vista del summit del G20» che si terrà il prossimo 18 e 19 giugno in Messico. I leader europei, come riporta l'agenzia Dow Jones, stanno cercando di ricostruire la fiducia nel settore bancario europeo, mentre alcuni membri del G7 hanno lamentato azioni non sufficientemente rapide da parte europea nel contenimento dei problemi. Secondo le fonti del Tesoro i leader europei «sembrano muoversi con maggiore senso di urgenza», ma gli Stati Uniti hanno auspicato altre azioni, in particolare per un ulteriore rafforzamento del sistema bancario.

Non si è invece discusso della possibilità di una uscita della Grecia dall'euro. Lo ha detto il ministro delle Finanze giapponese Jun Azumi dopo la teleconferenza dei ministri delle Finanze e dei banchieri centrali del G7. Azumi, scrive Bloomberg, ha spiegato che c'è unione di vedute per trovare insieme una soluzione ai problemi di Grecia e Spagna.
Nel corso della teleconferenza la Germania probabilmente è stata messa sotto forte pressione per fare di più per stimolare la crescita e aiutare la zona euro. È quanto riferisce a Reuters una ex fonte del G7. «Una sessione di "botte" per la Germania», ha detto la stessa fonte che ha voluto mantenere l'anonimato precisando che al centro della teleconferenza è la situazione della Spagna e l'appello della Germania affinchè Madrid accetti un piano di salvataggio Ue per le banche.

lunedì 4 giugno 2012

Piano segreto per salvare l'Euro "Unione politica e fiscale, poi Eurobond"

da www.repubblica.it

IL RETROSCENA

Trattativa per limitare la sovranità degli Stati tra Draghi, van Rompuy, Barroso. La Cancelliera tedesca sarebbe disponibile a condividere i rischi del debito solo dopo una riforma istituzionale. Gli elettori tedeschi sempre più ricchi ed euroscettici. Cresce l'insofferenza verso i Paesi mediterranei Il presidente della Bce sta negoziando con la Germania e i principali Paesi Ueper non far crollare l'Europa

dal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI BERLINO - C'è un piano segreto per salvare l'euro e l'Europa, i leader dei principali Paesi membri dell'Eurozona lo stanno negoziando. Insieme alle principali istituzioni europee: il Consiglio europeo guidato dal belga Herman van Rompuy, la Commissione di José Manuel Barroso, la Banca centrale europea di Mario Draghi. Meno sovranità nazionale, per raggiungere il massimo possibile di integrazione politica istituzionale. Ecco i principi costitutivi della proposta di riforma cui Berlino e Roma, Parigi e Madrid - passando per Bruxelles - lavorano in vista del vertice europeo di fine giugno. Un piano articolato su quattro pilastri. Più controllo sui bilanci nazionali; vigilanza a livello europeo sulle banche; politica finanziaria, fiscale, estera e di difesa comune; riforme dei sistemi sociali per un welfare uniforme. Tutti punti che richiedono un forte trasferimento di sovranità dagli Stati nazionali all'Unione, per portare la Ue "a un nuovo livello, più alto". Il piano segreto è stato rivelato da Welt am Sonntag, edizione domenicale dell'influente quotidiano liberalconservatore e filogernativo.

Punto per punto, vediamo le idee che saranno discusse  al summit di fine giugno per arrivare a decisioni finali entro fine anno. Primo, occorre una "Fiskalunion", un'unione delle politiche di bilancio. Questa è tra l'altro premessa indispensabile per un sì futuro - dato da molti per scontato, ma chi sa quando - della Germania agli eurobond, cioè alla condivisione di rischi sul debito a livello europeo. Il nuovo scenario di unione fiscale garantirebbe agli eurobond i voti decisivi del Bundestag, con l'appoggio dell'opposizione di Spd e Verdi al centrodestra. Servirà, infatti, una maggioranza dei due terzi al Parlamento tedesco.

Secondo, urge organizzare un sistema europeo di controllo e monitoraggio delle banche. Cosa che comporta imposte sulle transazioni, e l'istituzione di un Fondo europeo di Garanzia per le banche in difficoltà, finanziabile proprio con questo prelievo sulle transazioni. "La lezione della crisi è un'ulteriore centralizzazione della sorveglianza sulle banche", ha appena detto Draghi. Resta da vedere se Berlino accetterà il principio per cui banche tedesche debbano pagare imposte per garantire il salvataggio di banche mediterranee.

Terzo, si lavora a un'idea di politica finanziaria, fiscale, estera e di sicurezza comune. Fino a un'armonizzazione dei criteri e delle aliquote di riscossione dei tributi fiscali. Questo risultato si otterrebbe solo rafforzando i poteri dell'Europarlamento rispetto alle sovranità nazionali degli Stati membri.

Quarto, i leader europei lavorano a una profonda riforma dei sistemi di sicurezza sociale. Per armonizzare welfare, contributi, previdenza. L'obiettivo deve passare attraverso una effettiva  integrazione del Mercato unico europeo; e attraverso misure per aumentare la competitività delle singole economie.

Molti ostacoli restano da superare, perché il piano segreto diventi un giorno realtà e tracci il volto d'una nuova Europa futura. Tra gli ostacoli maggiori è il sempre riconfermato nyet tedesco agli eurobond come garanzia comune e condivisione dei debiti. Dubbi tedeschi esistono anche sulla responsabilità comune per il destino delle banche dei diversi Paesi dell'eurozona, ma su questo punto la Germania farebbe sembra meno resistenze.

E ancora: senza nuovi aiuti a spese del contribuente tedesco, dolorose riforme nei Paesi più deboli d'Europa non sarebbero finanziabili. Non è finita: introdurre questi accordi all'inizio solo per l'eurozona vorrebbe accentuare il solco nella Ue a 27 tra membri che aderiscono alla valuta unica e quelli che ne sono esclusi. E infine ma non ultimo, un'Europa politica con un esecutivo unico capace di decidere su guerra e pace, sulle risposte politiche e militari oggi alla Siria e domani a chi sa quale brutale, potentissima dittatura, richiede più legittimazione legislativa.

E' tutta una marcia in salita, insomma, quella di qui al summit Ue di fine giugno e a quello di fine anno. Ma solo così, ritengono Merkel e Schaeuble in un sussulto di europeismo, l'Europa potrà uscire rafforzata dalla crisi. Solo così potrà essere arginato quell'addio all'integrazione che sogna una maggioranza crescente di elettori della Germania. Uomini e donne sempre più ricche e sempre più insofferenti verso i deboli partner del Vecchio Continente. 
(04 giugno 2012) © Riproduzione riservata