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giovedì 31 maggio 2012

Appello ai leaders europei per il compromesso e la flessibilità

da www.radicalparty.org

30/05/2012

Mentre la Grecia cerca faticosamente di formare un nuovo governo, molti in Europa sono rassegnati alla sua uscita dall'eurozona, sostenendo che ciò sarebbe meglio che molti anni di dura austerità. Allo stesso tempo, sembra esserci una crescente percezione di un'Europa abbastanza forte da poter contenere un possibile contagio dall'uscita della Grecia. In realtà, noi crediamo che un'uscita della Grecia dalla zona euro sarebbe una catastrofe economica e politica. Non è infatti certo che il Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria/Meccanismo Europeo di Stabilità sarebbe in grado di prevenire un contagio o di affrontare una corsa agli sportelli bancari in Italia o in Spagna. Un'uscita della Grecia potrebbe innescare uno smembramento della zona euro, il che a sua volta porterebbe ad una profonda recessione e a una nuova crisi finanziaria globale. Un'uscita della Grecia distruggerebbe anche il "soft power" dell'Europa, danneggiando irreversibilmente la sua posizione nel mondo.

Perciò, ci appelliamo alle autorità politiche europee affinché offrano alla Grecia una via per tornare in una traiettoria di crescita sostenibile all'interno dell'eurozona. È ormai evidente che la via dell'austerità estrema senza alcun compromesso può portare soltanto al fallimento economico. Le autorità europee devono arrivare ad un compromesso in base al quale la Grecia riporti le proprie finanze in ordine, in cambio di tempo supplementare per ridurre il proprio deficit e per ripagare prestiti bilaterali e multilaterali. I tassi d'interesse che la Grecia paga ai suoi partners europei dovrebbero rivisti, il che potrebbe essere condizionato ai progressi su alcune riforme ben definite. Ciò darebbe al popolo greco la speranza di poter tornare alla crescita economica, sottolineando al tempo stesso la loro responsabilità nel portare a termine le riforme necessarie. Dovranno esserci sacrifici da entrambe le parti, ma pensiamo che l'idea di un'Europa prospera ne valga la pena.

Firmatari

Asger Aamund (Denmark)
Martti Ahtisaari (Finland)
Giuliano Amato (Italy)
Gordon Bajnai (Hungary)
Peter Bofinger (Germany)
Emma Bonino (Italy)
Franziska Brantner (Germany)
Maria Livanos Cattaui (Switzerland)
Charles Clarke (UK)
Daniel Daianu (Romania)
Aleš Debeljak (Slovenia)
Jean Luc Dehaene (Belgium)
Andrew Duff (UK)
Sebastian Dullien (Germany)
Hans Eichel (Germany)
Rolf Ekeus (Sweden)
Teresa Patricio Gouveia (Portugal)
Charles Grant (UK)
István Gyarmati (Hungary)
Danuta Hübner (Poland)
Jaakko Iloniemi (Finland)
Mary Kaldor (UK)
David Koranyi (Hungary)
Bernard Kouchner (France)
Monica Luisa Macovei (Romania)
Wolfgang Munchau (Germany)
Alina Mungiu-Pippidi (Romania)
Kalypso Nicolaïdis (France-Greece)
Daithi O'Ceallaigh (Ireland)
Christine Ockrent (France)
Andrzej Olechowski (Poland)
Marcelino Oreja Aguirre (Spain)
Andrew Puddephatt (UK)
Ana Palacio (Spain)
Charles Powell (UK/Spain)
Robert Reibestein (Netherlands)
Lord George Robertson (UK)
Albert Rohan (Austria)
Adam Daniel Rotfeld (Poland)
Daniel Sachs (Sweden)
Giuseppe Scognamiglio (Italy)
Narcís Serra (Spain)
Aleksander Smolar (Poland)
Ion Sturza (Romania)
Pawel Swieboda (Poland)
Luisa Todini (Italy)
Loukas Tsoukalis (Greece)
Andre Wilkens (Germany)
Antonio Vitorino (Portugal)
Carlos Alonso Zaldivar (Spain)
Stelios Zavvos (Greece)

Crisi: Mauro (Pdl), Parlamento Ue chieda 'Costituente' federale

da www.ansa.it

Inutile sperare che governi abbiamo visione mancata finora

31 maggio, 16:33


(ANSA) - BRUXELLES, 31
MAG - Il Parlamento europeo deve ''proporre un'Assemblea Costituente a
suffragio universale'' per le necessarie modifiche ai Trattati e andare
verso un' Europa federale. E si deve ''rendere protagonista di un immediato
appello per la rifondazione dell'Europa per uscire da questa drammatica
situazione di crisi''. E' la proposta lanciata dal capogruppo Pdl in
Europa, Mario Mauro.

''Sono convinto - afferma Mauro in una nota - che in questo momento i
governi non siano in grado di trovare un'intesa capace di fare quel ''salto
di sovranita''' che occorre per istituire - nel piu' breve tempo possibile
- un potere federale per la moneta unica, per la politica economica, per la
difesa militare, ecc. ossia la realizzazione di quell'integrazione politica
che e' l'unica soluzione alla profonda crisi europea oggi''.

''La richiesta forte da parte del Parlamento europeo - continua Mauro -
deve essere quella della convocazione urgente di un'Assemblea Costituente
eletta a suffragio universale, con il mandato specifico di elaborare le
modifiche dei Trattati in modo da raggiungere in tempi brevi gli obiettivi
sopra citati''.

''Come gia' sosteneva Altiero Spinelli, e' fuori dal corso normale delle
cose politiche attendersi che chi ha il potere, pur trovandosi in
gravissime difficolta' a gestirlo con efficacia, decida di cederlo -
ricorda il parlamentare Pdl - Per questo credo che l'unica sede da cui si
possa sperare un'iniziativa fattiva in tal senso sia il Parlamento europeo,
che e' anche l'unico caso al mondo di istituzione eletta democraticamente e
rappresentativa a livello internazionale''.

''Dobbiamo avere, noi Parlamento europeo, quel coraggio e quella
lungimirante visione che i nostri governi hanno dimostrato di non avere
nella gestione della crisi''. (ANSA).

martedì 29 maggio 2012

Una strategia europea per le banche

da www.ilsole24ore.com

di Marco Onado

La febbre greca sta contagiando in modo sempre più pericoloso la Spagna, che ieri ha visto i tassi di interesse salire verso il 7%, un livello che comporta inevitabilmente la crescita a spirale del debito pubblico e, combinandosi con recessione, crisi immobiliare e un sistema bancario sempre più debole, trascina il Paese in un gorgo senza fine.

La crisi di Bankia e dell'intero sistema delle casse di risparmio è ormai conclamata. Ma è bene ricordare che solo qualche mese fa la strategia dei governi europei era basata sull'ipotesi che si trattasse "solo" di una temporanea fase di difficoltà, che sarebbe stata superata con una fusione fra le principali casse e l'immissione di nuovo capitale per 3,3 miliardi, bruciati in pochi mesi dall'emergere di perdite gravissime (si dice che la controllante Bfa annuncerà presto la più grave perdita della storia bancaria spagnola) e accompagnato dal declassamento dei titoli al livello junk, cioè spazzatura.

Adesso si parla di un ulteriore fabbisogno di capitale per almeno 19 miliardi. Ma è bene ricordare che in questi casi le stime rischiano sempre di rivelarsi per difetto, anche perché questa cifra sembra appena sufficiente a riempire il buco delle nuove perdite su crediti, non certo ad irrobustire la banca.

Si profilano già le solite soluzione-tampone. Ad esempio, si propone che Bankia usi i fondi pubblici ottenuti con l'aumento di capitale per acquistare titoli pubblici che a loro volta potrebbero essere utilizzati come garanzia per nuovi prestiti della Bce. Pura ingegneria finanziaria, destinata ad essere travolta dalla gravità della crisi. Non solo: una soluzione che sinistramente ricorda quella già tentata con scarso successo dall'Irlanda. Se neppure gli interventi straordinari della Bce sono serviti, è chiaro che solo misure coraggiose e innovative possono arrestare il contagio e salvare l'intera costruzione europea. Dall'estate scorsa (non a caso quando la crisi ha cominciato a colpire Spagna e Italia) si invoca un'arma potente (il "big bazooka"); si sono invocati sbarramenti efficaci ("firewalls"); pochi giorni fa Mario Draghi ha chiesto alla politica europea di fare un «coraggioso balzo in avanti». Il contrasto con i risultati ottenuti è imbarazzante.

Eppure quello che sta succedendo non è una novità, così come sono ben conosciute le soluzioni di emergenza da adottare. Il Fondo monetario aveva detto poco più di un mese fa che l'Europa era ancora al bivio: da una parte misure decisive per rafforzare l'unione monetaria ed economica e dall'altra uno scenario di "risposte deboli", che altro non erano che la conseguenza della bocciatura da parte del mercato delle misure finora realizzate, solo temporaneamente tamponate dall'eccezionale iniezione di liquidità da parte della Bce. Come si è puntualmente verificato. Il Fondo rilanciava le proposte finora accuratamente evitate dalla politica dei Paesi di Eurolandia e in particolare dalla Germania e richiedeva senza mezzi termini una gestione europea dei problemi delle banche. Testualmente: «L'unione monetaria deve essere sostenuta da un approccio paneuropeo alla supervisione bancaria, all'assicurazione dei depositi e alla gestione delle crisi, con un meccanismo centralizzato di finanziamento di questi due meccanismi». Quanto alla solidarietà fiscale, richiamava ancora una volta la necessità di costruire meccanismi di distribuzione del rischio fra i membri dell'unione, a cominciare dagli eurobond, con relativo schema di ammortamento della parte di debito comune.

Purtroppo l'Europa ha perduto altre settimane preziose, trastullandosi nell'idea che i mercati si sarebbero calmati. Sta accadendo esattamente l'opposto e ormai le pressioni sui Paesi più deboli dell'euro possono essere risolte solo da una soluzione veramente europea. Cioè, tanto per rinfrescare la memoria ai governanti europei, imboccando finalmente la strada che era stata solennemente additata dopo il vertice di Parigi che si tenne nei giorni drammatici del dopo-Lehman, cioè oltre tre anni fa.
Non è più possibile illudersi che la crisi che sta investendo la Spagna si plachi da sola e neppure che possa essere fronteggiata con misure limitate a quel Paese. In primo luogo perché i dati ricordati dimostrano che la crisi di Bankia può essere solo la fase iniziale di malesseri più diffusi, ma soprattutto perché occorre riconoscere che l'Europa si è finora cullata in una pericolosa illusione.

Ci si è ostinati a puntare su una politica dei due tempi: prima riportare l'ordine in ciascuna delle "case europee" (presentando il conto solo ai contribuenti nazionali) e dopo realizzare ulteriori passi in avanti nell'integrazione europea. Quell'idea, ammesso fosse praticabile fin dall'origine, è stata ormai travolta da un peggioramento delle condizioni economiche e finanziarie che fino all'anno scorso era difficile prevedere. Certo, le soluzioni come quelle che finora la Germania ha sdegnosamente rifiutato comportano costi per ciascun Paese, a cominciare da quelli più forti dell'unione monetaria. Ma tutte le analisi oggi disponibili dimostrano che tutti i Paesi, compresi appunto quelli più forti, sono destinati a sopportare costi elevati sia in caso di uscita "semplice" della Grecia (la Germania sarebbe comunque chiamata a pagare pro-quota il debito oggi detenuto dall'Unione europea e dalle altre istituzioni internazionali), sia in caso di crollo dell'euro. Lo studio Ing molto citato in questi giorni stima sempre per la Germania un costo di circa l'11% del Pil, quasi 10 volte il costo di un'uscita limitata alla Grecia.

Se non si riesce a far leva sulle motivazioni ideali per salvare l'Europa, dovrebbe bastare il calcolo puramente economico. Dovrebbe essere chiaro anche al più cocciuto dei tedeschi che mantenere in vita l'euro è come invecchiare. Comporta qualche rinuncia, ma è molto meglio dell'alternativa. Il dramma è che il tempo per capirlo è quasi scaduto.

lunedì 28 maggio 2012

El Mundo: Madrid potrebbe gettare la spugna e chiedere aiuto al fondo salva-Stati

da www.ilsole24ore.com


Nelle prossime settimane la Spagna potrebbe chiedere aiuto al fondo salva-Stati Efsf. Lo afferma "El Mundo", citando fonti del Governo secondo cui, a causa della crisi delle banche spagnole, Madrid ha grandi necessità finanziarie e al tempo stesso deve pagare interessi molto alti ai mercati finanziari. Tutto questo mentre la crisi greca cova sotto la cenere.
Il giornale aggiunge che il Governo spagnolo è pronto a iniettare 19 miliardi di euro nell'istituto di credito in difficoltà Bankia, mentre al tempo stesso salgono i costi per la ristrutturazione del settore bancario del Paese, in profonda crisi. "El Mundo" aggiunge che il Governo valuta ad almeno 30 miliardi le necessità finanziarie di altre tre banche spagnole: Catalunya Caixa, Novagalicia e Banco de Valencia, di recente rilevate dallo Stato.

domenica 27 maggio 2012

«La Germania non affondi l'Europa Sarebbe la terza volta in cent'anni»

da www.corriere.it

Corriere della Sera, 26 maggio 2012

L'intervista

Fischer, ex ministro degli Esteri tedesco: «La cancelliera miope. Se l'euro cade, noi saremo i grandi perdenti»

Dal nostro inviato PAOLO VALENTINO

BERLINO - «Per due volte, nel XX secolo, la Germania con mezzi militari ha distrutto se stessa e l'ordine europeo. Poi ha convinto l'Occidente di averne tratto le giuste lezioni: solo abbracciando pienamente l'integrazione d'Europa, abbiamo conquistato il consenso alla nostra riunificazione. Sarebbe una tragica ironia se la Germania unita, con mezzi pacifici e le migliori intenzioni, causasse la distruzione dell'ordine europeo una terza volta. Eppure il rischio è proprio questo». Joschka Fischer sceglie parole pesanti come pietre per lanciare un allarme fatto di passione e ragione, cuore e testa d'europeo. L'ex ministro degli Esteri tedesco è «preoccupato» da una situazione che definisce «seria, molto seria» per l'Europa. Ed è anche scettico, perché non vede in giro «forze e leader, disposti a fare i passi necessari», senza i quali «rischia di essere spazzato via il miracolo di due generazioni di europei: l'investimento massiccio in una costruzione istituzionale, che ha garantito il più ungo periodo di pace e prosperità nella storia del Continente». Lo incontro nella sede della «Joschka Fischer and Company», la società di consulenza strategica che ha fondato da pochi anni. Le finestre del suo ufficio danno sulla Gendarmenmarkt, la piazza dove i re prussiani facevano sfilare i loro reggimenti e il regime comunista della Ddr organizzava i suoi raduni. Ora è il cuore pulsante della nuova Berlino, magnifica capitale di una Germania cui l'Europa in crisi torna a guardare con diffidenza e malumore.

«Mi preoccupa - spiega Fischer - che l'attuale strategia chiaramente non funziona. Va contro la democrazia, come dimostrano i risultati delle elezioni in Grecia, in Francia e anche in Italia. E va contro la realtà: lo sappiamo sin dalla crisi del 1929, dalle politiche deflattive di Herbert Hoover in America e del cancelliere Heinrich Brüning nella Germania di Weimar, che l'austerità in una fase di crisi finanziaria porta solo a una depressione. Sfortunatamente, sembra che i primi a dimenticarlo siamo proprio noi tedeschi. Certo l'economia della Germania è in crescita, ma ciò può cambiare rapidamente, anzi sta già cambiando».

L'ex vice-cancelliere del governo rosso-verde invita a non farsi alcuna illusione: l'Europa è oggi sull'orlo di un abisso. «O l'euro cade, torna la re-nazionalizzazione e l'Unione Europea si disintegra, il che porterebbe a una drammatica crisi economica globale, qualcosa che la nostra generazione non mai vissuto. Oppure gli europei vanno avanti verso l'Unione fiscale e l'Unione politica nell'Eurogruppo. I governi e i popoli degli Stati membri non possono più sopportare il peso dell'austerità senza crescita. E non abbiamo più molto tempo, parlo di settimane, forse di pochi mesi».

Ma perché non sarebbe possibile limitare le conseguenze di un'uscita controllata della Grecia dall'Eurozona?

«L'Euro è un progetto politico. Non è che avessimo bisogno della moneta unica agli inizi degli Anni Novanta. Doveva essere il vettore dell'integrazione politica: questa era l'idea di fondo. Nessuno oggi può garantire che se la Grecia abbandona l'euro, non si verifichino un crollo della fiducia, una corsa alle banche in Spagna, in Italia, probabilmente anche in Francia, cioè una valanga finanziaria che seppellirebbe l'Europa. Secondo, cosa pensa che farebbero i greci una volta fuori? Cercherebbero altri partner, come la Russia per esempio, che è già pronta e nessuno ne parla. Diremmo addio all'ampliamento verso Sud-Est, l'integrazione europea dei Balcani sarebbe finita. È una follia: si possono avere opinioni diverse sulla vocazione europea della Turchia, ma non c'è dubbio che i Balcani, regione intrinsecamente instabile, siano parte dell'Europa. Senza contare che la Grecia fuori dall'euro precipiterebbe nel caos».

La discussione attuale si concentra sugli eurobond. Ma per concretizzarli occorrerebbero mesi, se non anni. Non è un falso dibattito, rispetto ai tempi brevi di cui lei parla?

«No, è un dibattito importante. In fondo dietro gli eurobond c'è uno dei prossimi passi da compiere. Gli elementi della soluzione sono quattro: Unione politica e Unione fiscale dell'Eurogruppo, crescita e riforme strutturali. Sono per esempio ammirato dal fatto che in questa fase, l'Italia abbia mobilitato i suoi istinti di sopravvivenza dando vita al governo Monti, che sta lavorando bene. Ma rimango perplesso che Hollande, il nuovo presidente francese del quale apprezzo l'impegno per la crescita, voglia riportare a 60 anni l'età pensionabile. Nessuno di questi elementi va trascurato o annacquato, devono viaggiare insieme se l'Europa vuole davvero superare la sua crisi esistenziale».

Perché la cancelliera Merkel non si muove dalla linea dell'austerità?

«Angela Merkel pensa solo alla sua rielezione. Ma è un calcolo miope e fa un grosso errore. Perché sul piano interno è già molto indebolita. Merkel è forte finché l'economia tedesca è forte. In Germania non c'è crisi economica, ma stiamo attenti perché ci coglierà in modo brutale. Se non ci assumiamo la responsabilità di guidare l'Europa insieme fuori dalla crisi, saranno guai grossi, perché noi saremmo i grandi perdenti, sia sul piano economico che su quello politico».

Quale governo tedesco può fare ciò che lei propone?

«Solo un governo di grande coalizione. Altrimenti, ogni partito all'opposizione sarebbe tentato di sfruttare questa situazione. Ma un governo di unità nazionale ce la farebbe. Non è un passo semplice. "Perché dovremmo farlo?", è la domanda prevalente in Germania"».

Già, perché dovreste farlo?

«Semplice, perché altrimenti vanno a rotoli sessant'anni di unità europea. Fine. Rien ne va plus. Purtroppo non abbiamo più un Helmut Kohl a dircelo».

E come dovrebbero svolgersi gli avvenimenti, qual è il primo passo immediato?

«L'europeizzazione del debito. Il problema, qui la Germania ha ragione, è di evitare che poi le riforme strutturali per migliorare la competitività si fermino o vengano ammorbidite. Non si tratta di europeizzare l'intero debito, ci sono proposte interessanti sul tavolo. Ma il punto di fondo è che la Germania deve garantire con il suo potere economico e le sue risorse la sopravvivenza dell'Eurozona. Bisognerà dire: siamo un'Unione fiscale, restiamo insieme. Sarà difficile, i mercati diranno la loro, le agenzie di rating toglieranno probabilmente la tripla A alla Germania, ma bisognerà resistere e per farlo abbiamo bisogno dell'Unione politica. E qui è la Francia che deve dire sì a un governo comune, con controllo parlamentare comune della zona euro. In gioco è il ruolo globale dell'Europa nel XXI secolo. Vogliamo averne uno? Solo insieme potremo dire qualcosa sul nostro futuro ed essere ascoltati».

Non è troppo tardi per tutto questo?

«No, abbiamo una chance, che probabilmente si aprirà concretamente poco prima del crollo. Bisogna avere nervi saldi, il lusso delle illusioni non ci è concesso. Finora abbiamo solo reagito. Le decisioni dell'Ue hanno sempre inseguito gli avvenimenti. Non abbiamo mai agito in modo strategico. Non basta più».

Cosa vuol dire governo e controllo parlamentare comuni?

«Dimentichiamo per un attimo i 27. Al momento decisivi sono i Paesi dell'Eurozona. I capi di governo agiscono già di fatto da esecutivo europeo, i Parlamenti nazionali hanno la sovranità sul bilancio. Dobbiamo fare passi concreti verso una federazione: nel 1781 c'era una situazione simile in America. Cosa fece Alexander Hamilton? Federalizzò il debito degli Stati, in bancarotta per le spese della Rivoluzione contro gli inglesi. Se non lo avesse fatto, la giovane Confederazione non sarebbe sopravvissuta. Ecco cosa dobbiamo fare anche noi, qui e subito. Purtroppo non siamo governati da leader politici, ma da contabili».

E d'accordo a eleggere un presidente dell'Ue a suffragio universale, come suggerisce Wolfgang Schäuble?

«Non porterebbe nulla. Avrebbe molto più senso se le maggioranze e le opposizioni parlamentari di ogni Stato dell'Eurozona fossero rappresentate in una Eurocamera, dove discutere direttamente, con tutta la legittimità necessaria, l'attenzione mediatica e il coinvolgimento delle popolazioni. Non sarebbe più una creazione esterna come l'Europarlamento, che potrebbe diventare Camera bassa. Mentre i leader sarebbero membri del governo europeo».

L'intervista è finita. Ma Fischer, sempre affascinato dalla Storia, vuole ancora raccontare un aneddoto: «Sono stato spesso a Venezia, ma solo alcuni mesi fa, per la prima volta ho dormito in laguna. Un'esperienza indimenticabile: alle 7 della sera, la città era vuota, nulla sembrava vivo. E allora ho pensato alla Serenissima, alla grande potenza che ha dominato il Mediterraneo e parte del Medio Oriente, esercitando per secoli una forte egemonia economica, politica e culturale, ridotta a un bellissimo museo deserto. Vogliamo che anche l'Europa diventi questo? Non credo, ma potremmo esservi molto vicini».

mercoledì 23 maggio 2012

Grecia, Syrizia vuole essere riconosciuto come partito

da www.eilmensile.it

23 maggio 2012versione stampabile
Alexis Tsipras, leader della coalizione della sinistra radicale greca, Syrizia, ha chiesto alla Corte Suprema del Paese di emancipare il proprio movimento, che per ora è un’unione di movimenti, a partito.
Il passaggio del movimento Syrizia a partito comporterebbe un aumento dei seggi a disposizione e soprattutto cinquanta deputati in più come premio di maggioranza nell’eventualità di una vittoria alle elezioni del prossimo 17 giugno. Questo potrebbe essere un bello scarto sulla diretta concorrente che al momento è Nuova democrazia e permetterebbe a Syrizia di guidare saldamente un governo di coalizione.

Tobin Tax, la proposta dell’Europarlamento

da www.eilmensile.it

23 maggio 2012versione stampabile
Il Parlamento Ue ha approvato oggi il progetto di legge per una tassa sulle transazioni finanziarie, proponendo di proseguire l’iter del progetto anche in presenza di posizioni contrarie da parte di alcuni Stati membri. I deputati europei accolgono le aliquote fiscali proposte dalla Commissione (0,1 percento per azioni e obbligazioni e 0,01 percento per i derivati) e sono concordi nell’esentare dalla tassa i fondi pensione.

Frederick Florin/Afp/Getty Images
Il Parlamento europeo risponde così alla volontà del 66 percento dei cittadini dell’Unione, favorevoli all’adozione della Tobin Tax, chiamata così dal nome dell’economista premio Nobel James Tobin che la propose la prima volta nel 1972. La relatrice Anni Podimata, membro dei Socialisti & Democratici e vicepresidente dell’assise, ha dichiarato che la tassa “rappresenta una parte integrante della strategia per uscire dalla crisi. Porterà una distribuzione più equa del peso della crisi e non causerà una ri-localizzazione al di fuori dell’Ue, poiché il costo di quest’ultima è superiore al pagamento della tassa”.
Nel fare proprie le proposte della Commissione, il Parlamento ha anche introdotto il ‘principio di emissione’, che obbliga le istituzioni finanziarie non residenti nel territorio dell’Unione Europea a pagare la tassa, qualora commerciassero titoli emessi all’interno della zona economica Ue.
Come esempio, viene addotto quello di azioni Siemens, emesse originariamente in Germania e scambiate fra un’istituzione di Hong Kong e una di New York: queste sarebbero comunque soggette alla tassa. Essendo una misura impopolare in numerosi Paesi membri, il Parlamento ha proposto di far seguire alla tassa l’iter della cooperazione rafforzata. Decisa la vicepresidente del Parlamento Europeo: “Essendo l’Unione europea il più grande mercato finanziario, spetta a noi fare il primo passo. Non possiamo essere tenuti in ostaggio da una manciata di Stati membri”, ha sostenuto la relatrice Podimata.

martedì 22 maggio 2012

Spagna, sciopero generale contro tagli all’istruzione pubblica

da www.eilmensile.it

22 maggio 2012versione stampabile
Il sistema dell’istruzione pubblica spagnola è paralizzato da uno sciopero generale che segue a quelli del 29 marzo, del 29 aprile e del 10 maggio. Circa un milione di lavoratori e sette milioni di studenti si stanno opponendo al taglio deciso dal governo del 20 per cento dei fondi destinati alla pubblica istruzione. Centinaia d’istituti scolastici, dagli asili alle università, di tutto il Paese sono rimasti chiusi. Il provvedimento contestato è parte del piano di riduzione delle spese statali di dieci miliardi di euro, che, oltre a colpire il sistema educativo, toccherà anche quello sanitario. Il governo conservatore guidato da Mariano Rajoy ha individuato questa strategia per ridurre l’elevato deficit pubblico, nel tentativo di portarlo al 3 per cento nel 2013, dall’8 per cento del 2011.
Lo sciopero generale coinvolge tutti i principali sindacati dell’istruzione (FE-CcOo, STES, FETE – UGT ANPE e CSIF) ma non toccherà le regioni dei Paesi Baschi, di La Roja e delle Baleari, dove si stanno valutando altre forme di mobilitazione. Il taglio comporterà l’innalzamento del numero di alunni per aula, l’aumento delle tasse universitarie e soprattutto il blocco del turn over: in questo modo andranno persi centomila posti di lavoro.

domenica 20 maggio 2012

Serbia, sorpresa al ballottaggio vince Nikolic: "Avanti su strada europea"

da www.repubblica.it

ELEZIONI

Al secondo turno il leader dell'opposizione ha battuto il presidente uscente, favorito da tutti i sondaggi. Boris Tadic ammette la sconfitta: "Non sono deluso, mi congratulo con il vincitore, avrà un compito difficile"

BELGRADO - Sorpresa al secondo turno di ballottaggio delle elezioni presidenziali in Serbia: il leader conservatore Tomislav Nikolic ha battuto il presidente uscente Boris Tadic, dato come nettamente favorito da tutti i sondaggi della vigilia. Tadic, che cercava un terzo mandato, ha ammesso la sconfitta.

"Esiste la giustizia divina. Stasera ho vinto grazie a tutti i cittadini della Serbia. La Serbia continuerà lungo la strada dell'integrazione europea", ha detto Nikolic parlando ai suoi sostenitori in festa a Belgrado subito dopo la diffusione dei primi risultati del ballottaggio.

Sottolineando la sua volontà di continuare sulla linea della integrazione europea della Serbia, Nikolic ha addossato ai suoi avversari politici del Partito democratico di Boris Tadic la volontà di presentarlo come un anti-europeo. "Dobbiamo liberarci della povertà, della corruzione e della criminalità, dell'oligarchia dei partiti. Voglio essere il presidente di tutti i serbi", ha ancora detto Nikolic.

Il presidente uscente, che aveva già sconfitto Nikolic nel 2004 e nel 2008, si è congratulato con lo sfidante "per la vittoria, corretta e ben meritata", augurandogli buona fortuna e aggiungendo che avrà un compito molto difficile. "Non sono deluso", ha aggiunto Tadic. "Abbiamo avuto tempi molto difficili, era logico che gran parte della responsabilità sarebbe caduta sulle mie spalle. Nessuno in Europa in questi quattro anni è rimasto al
potere dopo le nuove elezioni". 

Al primo turno elettorale, il 6 maggio, Tadic - che ha ricoperto due mandati - e il rivale Nikolic avevano ottenuto entrambi circa il 25%.

Dopo un passato di estremismo nazionalista, Nikolic si è convertito poi a posizioni più moderate, orientando la sua campagna quasi esclusivamente nel contestare i successi rivendicati da Tadic: riforme, status candidato alla Ue, investimenti esteri, cattura ultimi criminali di guerra, dialogo con il Kosovo, riconciliazione regionale. Ed ha invitato ad andare a votare in massa per "punire Tadic per tutte le promesse non mantenute".
 
(20 maggio 2012)

domenica 13 maggio 2012

Sconfitta storica per Angela Merkel Cdu umiliata in Nord Reno-Westfalia

da www.repubblica.it


GERMANIA

Il partito della cancelliera passa dal 34 al 26%, il peggior risultato del dopoguerra. Trionfo dei socialdemocratici, che salgono al 39% e restano al governo con i verdi. I Pirati volano al 7,5% dal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI

BERLINO - Disfatta pesantissima, debacle doppia rispetto alle previsioni, per la Cdu della Cancelliera Angela Merkel alle elezioni di oggi nel Nordreno-Westfalia, il più popoloso Stato dei 16 della Repubblica federale e cuore industriale, minerario, operaio e politico del paese. Le sinistre democratiche volano grazie al trionfo della Spd, e la cancelliera esce così gravemente indebolita anche sul fronte europeo: la sua richiesta ossessiva di rigore a ogni costo perde peso e forza, perché la Spd chiede (come Monti e Hollande) impegni per la crescita, in cambio della ratifica del fiscal compact. Quando tra 48 ore circa Merkel riceverà alla cancelleria il presidente eletto francese, il socialista François Hollande appunto, sarà più debole davanti alle sue richieste di non voler governare l'Europa da sola e di fare di più per crescita e occupazione.

Vediamo i risultati, secondo le proiezioni di solito molto precise delle tv Ard e Zdf sulla base degli exit polls. La Cdu di Merkel precipita dal 34 al 25,5-26 per cento, un crollo doppio rispetto alle previsioni di prima del voto, che la davano attorno al 30%. Il suo capolista Norbert Roettgen, ministro federale dell'Ambiente e merkeliano di ferro, esce spazzato via, e lo schiaffo coinvolge tutto l'esecutivo.

Vola invece trionfante la Spd con la popolarissima governatrice uscente e futura Hannelore Kraft: il più antico partito della sinistra europea sale al 39 per cento. Stabili i Verdi al 12 per cento, quindi le sinistre democratiche
sommate conquistano la maggioranza assoluta, non governeranno più a Duesseldorf con un gabinetto di minoranza. Vincono (eccezione) i liberali (Fdp, junior partner della cancelliera nel governo federale) salendo all'8,5 per cento, vincono ancora una volta i Pirati al 7,5 per cento, la Linke (sinistra radicale) crolla invece al 2,5 per cento ed esce dal Landtag, il Parlamento dello Stato. Anche la perdita di un rivale a sinistra è un successo in più per la Spd, che guidata da una donna nel cuore rosso della Bundesrepublik ha sonoramente sconfitto oggi la 'donna più potente del mondo'. I contraccolpi europei e mondiali della disfatta di Merkel non si faranno attendere.

Tra l'altro Merkel e il suo pupillo Roettgen hanno perso contro Hannelore Kraft anche perché il governo federale e la Cdu rimproveravano alla governatrice socialdemocratica di spendere troppo. Troppi tagli e troppa austerità produrrebbero miseria come in Sud Europa qui nel cuore industriale della Germania, ha risposto Frau Kraft, e gli elettori le hanno dato ragione così come i francesi hanno preferito Hollande  Sarkozy. E con Hollande appunto, martedì sera alla Cancelleria, Merkel avrà un confronto in una situazione che la obbligherà a cercare compromessi con il nuovo partner a ovest del Reno.
 
(13 maggio 2012) © Riproduzione riservata

venerdì 11 maggio 2012

Bosnia – Erzegovina e un futuro condiviso

da www.eilmensile.it

11 maggio 2012versione stampabile
Christian Elia
Non è un caso che la decisione sia stata presa in una corte del distretto di Mostar, capoluogo dell’Erzegovina, città simbolo delle divisioni seguite al crollo della ex Jugoslavia, teatro prima di scontri tra serbi e le comunità croata e musulmana, poi di un conflitto tra queste due. Il ponte di Mostar, distrutto da una granata sparata dai croati, divenne un’icona mondiale di odio.
La corte di Mostar ha deciso, il 30 aprile scorso, che due istituti della zona debbano porre rimedio – con effetto immediato -alla pratica della divisione etnica degli studenti nelle classi degli istituti.La battaglia, vinta, è quella dell’associazione Vasa Prava, che ha presentato l’istanza per abolire le classi ‘etnicamente pure’ censite in almeno 34 edifici scolastici in Bosnia – Erzegovina.
Il giudice di Mostar è stato chiaro: si tratta di discriminazione. Una sentenza che inchioda a tutte le sue ambiguità e alle sue contraddizioni il sistema ”due scuole sotto un tetto”, sistema quietamente introdotto nell’organizzazione scolastica in Bosnia – Erzegovina, dopo il 1999, in particolare nelle regioni ad alta densità di coabitazione di croati e musulmani. L’idea originale, per uscire dalle tensioni della guerra, era creare uno spazio, seppur diviso, che sarebbe seguito in seguito a implementare le classi miste.
Il sistema è arrivato fino a noi, di classi miste ne esistono troppo poche. Ecco che l’impegno di Vasa Prava, che ha deciso di forzare i tempi elefantiaci della comunità internazionale, ancora presente in Bosnia-Erzegovina con la figura dell’Alto Rappresentante, sorta di nume tutelare degli equilibri nati dagli accordi di Dayton del 1995, che posero fine alla guerra nella ex Jugoslavia.
Una storia locale, ma che rende l’idea di una situazione generale. Proprio Dayton, con la sua etno-democrazia, ha finito per creare un sistema discriminatorio. Un meccanismo che di sicuro è stato utile per far cessare le ostilità, all’epoca,ma che poi ha finito per bloccare il Paese in un eterno dopoguerra.
La prima picconata all’architettura di Dayton è arrivata nel dicembre 2010, con la sentenza Sejdić e Finci contro Bosnia-Erzegovina, originato dal ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani da parte di due cittadini bosniaci, rispettivamente di etnia Rom ed ebraica, circa la non compatibilità della Costituzione della Bosnia-Erzegovina con la Carta Europea dei Diritti Umani. La Costituzione – nata dagli accordi di Dayton – stabilisce, infatti, che soltanto i cittadini appartenenti ai popoli costituenti bosniaco, croato e serbo, possano essere eletti negli organi costituzionali.
E’ tempo, venti anni dopo, di ripensare Dayton e il suo equilibro soffocante. La conferenza dei donatori delle Nazioni Unite per la Bosnia-Erzegovina, riunitasi a Sarajevo il 24 aprile scorso, ha stanziato altri 500 milioni di euro per il Paese. Importante, molto, ma di soldi ne sono arrivati molti in questi anni. Il problema è capire cosa si vuole costruire, oltre le case. Che si abitano prima di tutto con le idee di futuro.

mercoledì 9 maggio 2012

La regina Elisabetta annuncia la riforma della Camera dei Lord: diventerà a maggioranza elettiva

da www.ilsole24ore.com

In questo articolo
(Ap)(Ap)
LONDRA – «La priorità dell'azione di governo dei miei ministri è ridurre il deficit e ristabilire il quadro economico». Elisabetta II legge con voce ferma alla Camera dei Lord, dinanzi al parlamento schierato, i 31 provvedimenti legislativi che l'esecutivo di David Cameron e del suo vice, il liberaldemcoratico Nick Clegg, vogliono varare nel prossimo anno. L'economia è in cima alla lista dell'atteso Queen's speech che con un ecumenico approccio dà priorità alla riduzione del disavanzo per poi annunciare misure per la crescita destinate a passare per nuove liberalizzazioni.
Nascerà una super authority per concorrenza e mercati, mentre le banche del Regno Unito – unico Paese al mondo - dovranno adeguarsi al programma della Indipendent Commission, che impone la divisione fra attività d'investimento e retail. Non solo: misure ad hoc saranno varate per rafforzare i poteri degli azionisti nel bloccare le remunerazioni eccessive dei manager di qualsiasi settore di business. Sul fronte europeo sarà messa a punto una norma per limitare o eliminare ogni eventuale obbligo britannico al finanziamento dei piani di salvataggio dei Paesi dell'eurozona. Una mossa per placare le ansie degli euroscettici, pattuglia in vorticoso aumento nelle fila dei Tory.
La legge più radicale che sarà però introdotta mel 2012-2013 non è economica, ma costituzionale. Sparirà la Camera dei Lord per diritto ereditario e nomina politica e sarà sostituita da un'assemblea per l'80% elettiva. È uno strappo con una tradizione antichissima, che affonda le radici nella storia stessa della democrazia britannica. Da anni se ne parlava, ma il passo è sempre apparso difficile e controverso. E lo è ancora, impopolare come risulta essere in modo trasversale ai partiti di governo e opposizione. C'è pertanto da attendersi una durissima resistenza. David Cameron è convinto di spuntarla, ma non è affatto scontato.

lunedì 7 maggio 2012

Presidenziali in Serbia, Tadic in testa

da www.corriere.it

VERSO IL BALLOTTAGGIO

Margine di pochi punti sui conservatori di Nikolic


Boris Tadic, a sinistra, e lo sfidante Tomislav NikolicBoris Tadic, a sinistra, e lo sfidante Tomislav Nikolic
MILANO - Anche la Serbia al voto. Sia la commissione elettorale (Rik) che il Centro di monitoraggio elettorale CeSID danno il presidente uscente Tadic in leggero vantaggio nel voto presidenziale sul suo principale avversario conservatore Nikolic. CeSID ha indicato percentuali del 26,8% e 25,6% rispettivamente. Più risicato il margine secondo la commissione elettorale, che dà Tadic al 24,81% e Nikolic al 24,71% dei consensi, praticamente appaiati. Serbia: ballottaggio Tadic-Nikolic GLI ALTRI PARTITI- Alle spalle di Tadic e Nikolic, secondo i primi dati parziali diffusi dal Centro di monitoraggio elettorale CeSID, figura il ministro dell'interno Ivica Dacic con il 15,2% dei consensi, seguito dall'ex premier conservatore Vojislav Kostunica con il 7,7%, dal ministro della sanità Zoran Stankovic al 7,1%, dal leader liberaldemocratico Cedomir Jovanovic con il 5,3%. Jadranka Seselj, moglie del leader ultranazionalista Vojislav Seselj sotto processo per crimini di guerra al Tribunale dell'Aja (Tpi), viene data al 3,9%, il muftì del Sangiaccato Muamer Zukorlic all'1,1%. Percentuali minori hanno ottenuto gli altri candidati.
Redazione Online 6 maggio 2012 (modifica il 7 maggio 2012)© RIPRODUZIONE RISERVATA

domenica 6 maggio 2012

Francia, François Hollande è il nuovo presidente

da www.repubblica.it

ELEZIONI

L'annuncio della France Presse: il socialista ha battuto Sarkozy al secondo turno. Secondo gli exit polls pubblicati in Belgio il vincitore si sarebbe aggiudicato il 53% contro il 47% del presidente uscente dal nostro inviato 

PARIGI - Il nuovo presidente francese è François Hollande. Già da metà pomeriggio il giornale belga "Le Soir" aveva anticipato i primi exit poll 1, dando per vincente il candidato socialista con il 53%. Una notizia confermata al quotidiano da una fonte vicina a rue Solferino, sede del Partito socialista francese. Nicolas Sarkozy, secondo questa stessa fonte, si ferma al 47%. La sconfitta per Nicolas Sarkozy è apparsa già chiara quando "Le Soir" ha pubblicato un'indiscrezione. A poche ore dai risultato ufficiale Sarkozy, avrebbe annullato le celebrazioni post elezioni organizzate dall'Ump a Place de la Concorde in caso di vittoria.

"E' una grandissima gioia", ha detto Benoit Hamon, portavoce del partito socialista, alla notizia della vittoria di Francois Hollande alle presidenziali.

Dopo aver appreso alle 19 la notizia della sconfitta, Sarkozy ha raggiunto l'Eliseo e si è chiuso nel suo studio con i fedelissimi, il primo ministro Francois Fillon, il presidente dell'Ump, Jean-Francois Copè, e il ministro degli Esteri, Alain Juppè. Insieme con loro sta mettendo a punto il discorso che farà alla Mutualitè, dove lo attendono i suoi fedelissimi.
"Non vi dividete, restate uniti", ha detto ai suoi il presidente uscente. Sarkozy ha aggiunto inoltre che non guiderà
l'Ump, il suo partito, alle elezioni legislative del 17 giugno.

Secondo gli istituti di sondaggi Csa, Tns sofres e Ipsos, Hollande ha ottenuto il 52% dei voti contro il 48% del suo rivale. Le stime dell'istituto 'Harris interactive' variano invece fra il 52,7 e il 53,3% a favore del candidato socialista.

VIDEO Valérie Trierweiler, una giornalista all'Eliseo 2
FOTO Hollande vota 3

Centinaia di sostenitori del partito socialista stanno affollando Rue Solferino, la strada parigina in cui si trova la sede del partito, in attesa di festeggiare la vittoria del candidato alle presidenziali. E' prevista una marcia da lì fino alla Place de la Bastille, dove fece il suo discorso anche Francois Mitterrand nel 1981 dopo la sua elezione. Poche televisioni sono radunate in Place de la Concorde, dove Sarkozy fece il discorso dopo il trionfo alle elezioni del 2007. Anche a Tulle, feudo elettorale di Hollande nel centro della Francia, tutto è pronto per i festeggiamenti. La piazza della cattedrale, dove Hollande rilascerà le prime dichiarazioni, è già piena di gente che intona cori per il futuro presidente: "ce l'abbiamo fatta", "hanno perso", "Sarkozy via", "Hollande presidente".  "Provo un senso di grande emozione, nel vedere milioni e milioni di francesi che hanno scelto il cambiamento, dando il loro voto a Francois Hollande", ha detto Segolene Royal, candidata sconfitta delle presidenziali 2007 ed ex compagna del leader socialista, intervistata da France 2.

LO SPECIALE 4
VIDEO Sarkozy e Carlà al voto 5

Oltre 46 milioni di elettori sono stati chiamati alle urne per la nona elezione presidenziale della Quinta Repubblica.Alta l'affluenza a questo secondo turno: alle 19,30 dell'81,5%.  I due candidati, Sarkozy e Hollande hanno 57 anni, si conoscono da molto tempo, entrambi sono stati alla guida dei rispettivi partiti. Hollande sarà il 24esimo presidente della Francia. E' stato premiato per la sua tenacia. Il nuovo presidente avrebbe voluto già candidarsi nelle presidenziali del 2007, ma venne scavalcato dalla sua allora compagna, Ségolène Royal. Fortemente determinato, si è lanciato nella corsa all'Eliseo già un anno fa, quando ancora il favorito nei sondaggi era l'economista e direttore del Fondo monetario, Dominique Strauss-Kahn. Dopo che Strauss-Kahn è stato messo fuori gioco dall'accusa di stupro a New York, Hollande ha vinto in ottobre le primarie del partito contro la Segretaria Martine Aubry. Con un programma improntato alla sinistra riformista, è riuscito a rimanere sempre in testa ai sondaggi. E' il secondo presidente della gauche all'Eliseo, dopo Mitterrand. M
 
(06 maggio 2012) © Riproduzione riservata

sabato 5 maggio 2012

Londra, Johnson ancora sindaco. Ora punta a diventare lo ‘sfidante’ di Cameron

da www.ilfattoquotidiano.it

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Il cattivo risultato dei conservatori nel resto del Regno Unito (nella capitale hanno vinto per soli 60mila voti) apre la corsa alla successione di David Cameron. Boris 'il biondo' in pole position per rappresentare i Tory nelle elezioni parlamentari del 2015

jhonso cameron interna nuova
Nel giorno della sconfitta dei conservatori a livello nazionale e della loro vittoria a Londra, il riconfermato sindaco della capitale inglese, il conservatore Boris Johnson – nominato primo cittadino a dieci minuti dalla mezzanotte con il 51,5 per cento delle preferenze – ha avuto più di un risultato. Infatti, non solo è riuscito a mantenere stretta in mano la città con oltre un milione di preferenze – solo il 35 per cento dei londinesi ha votato – nell’anno delle Olimpiadi e del Giubileo della regina. Ma è anche riuscito nella grande impresa di candidarsi a successore di quel primo ministro David Cameron che ieri recitava il mea culpa per la brutta sorpresa uscita dalle urne del regno. Ben 700 poltrone di local councillor, consiglieri delle assemblee comunali, sono passate dal blu dei conservatori al rosso dei laburisti. E poco è servito al morale di Cameron veder vincere il suo cavallo di battaglia, Boris ‘il biondo’. Che ora, appunto, scalda il motore per le elezioni nazionali del 2015.
Londra, appunto. Il testa a testa fra Johnson e il suo principale sfidante, il laburista Ken Livingstone, già sindaco in passato per due mandati negli anni 2000, è andato avanti per tutta la giornata di ieri. Nel giorno delle elezioni, giovedì, alcuni quotidiani si erano lanciati nel dare già per vincitore Johnson. Nel Regno Unito il silenzio elettorale è solo una questione di fairplay, ma non è garantito dalla legge. E così già giovedì, a urne ancora aperte, il quotidiano pomeridiano London Evening Standard riportava alcuni suoi sondaggi che davano Boris – a Londra gli sfidanti sono stati chiamati per nome di battesimo per tutta la campagna – in vantaggio di dodici punti percentuali.
Alla fine, la differenza fra Johnson e Livingstone è stata di appena 60mila voti. Su sette milioni e mezzo di abitanti, 1.054.811 hanno scelto il conservatore, mentre Ken ‘il rosso’ – per la sua fede politica – ha preso 992.273 voti, il 48,5 per cento. Queste sono le cifre del secondo round, come viene chiamato nel gergo elettorale britannico: in pratica sono numeri che contano la prima e la seconda preferenza che gli elettori potevano dare. Contando solo le prime preferenze, invece, terzo posto per l’archeologa che correva per il partito dei Verdi, Jenny Jones, con quasi centomila preferenze. Quarto posto, invece, sorprendentemente troppo poco rispetto alle previsioni, per il liberaldemocratico Brian Paddick, l’ex superpoliziotto e gay dichiarato che è stato trascinato in basso dalla generale sconfitta a livello nazionale del partito che è nella coalizione di governo con David Cameron. Quinto posto, invece, per l’indipendente Siobhan Benita, ex dipendente pubblico, una donna dagli abiti colorati, dalle spille vistose e forte di un supporto dato soprattutto dai giovani.
Ma a livello nazionale, anche il partito conservatore ha sofferto. E la vittoria di Johnson a Londra riapre la partita per le elezioni parlamentari del 2015 e per la guida dei Tory e di un eventuale governo. “Porterò fino a termine il mio mandato di sindaco”, si è affrettato a dire la scorsa notte il primo cittadino riconfermato. Ma più di un analista, da giorni, lo dà come unica figura in grado di riprendere in mano le redini di un cavallo conservatore che pare imbizzarrito. Tagli alla spesa pubblica e risultati economici non brillanti – il Regno Unito è ufficialmente in recessione per il secondo trimestre di fila – secondo molti, sono le motivazioni della sfiducia verso il partito dei Tories. Ma fanno pensare anche alcune scelte forti del premier che sono state male accettate dalla popolazione britannica. Per esempio è stato lo stesso Cameron a voler portare a referendum, giovedì, le principali città del Regno Unito, per spingerle a votare in favore di una riforma elettorale per l’elezione diretta del sindaco (ora è così in pochissime città del Paese, fra le quali Londra, altrimenti il sindaco è spesso una figura simbolica eletta dalle assemblee comunali).
E ben nove città su dieci nelle quali si teneva il referendum hanno detto di no alla proposta di Cameron, rigettando la riforma. Fra queste Birmingham, Manchester, Leeds e Newcastle. Solo Bristol ha deciso, invece, di voltare pagina e di arrivare all’elezione diretta. “Voglio un Boris Johnson in ogni città del Regno Unito”, aveva detto Cameron qualche giorno fa. Non è andata come voleva lui.
Poi, appunto, anche le elezioni dei consiglieri comunali, detti “councillor”, in tantissime città. E centinaia di poltrone hanno cambiato colore, passando dai conservatori ai laburisti. Le reazioni del leader del Labour Ed Miliband si attendono per oggi. Intanto, la sinistra incassa anche altre due vittorie. Il primo sindaco direttamente eletto nella storia di Liverpool, nominato la scorsa notte, sarà il laburista Joe Anderson. Mentre il primo sindaco eletto nella storia di Salford sarà il laburista Ian Stewart. Entrambe le città erano andate a referendum per la modifica del sistema elettorale nel mese di gennaio.
Rimane l’amarezza per un altro laburista, lo sconfitto Livingstone a Londra, giunto, come lui stesso ha detto, alla fine della sua carriera politica. Sarà vero? Livingstone è sempre stato in grado di stupire con nuove proposte e nuovi annunci. Nel suo programma elettorale in vista delle elezioni di giovedì c’era il taglio delle tariffe di autobus, treni locali e metropolitana del 7 per cento, dopo gli aumenti voluti da Johnson lo scorso gennaio. Altre proposte di Livingstone erano il rilancio dell’apprendistato per le giovani generazioni, un ripristino dell’aiuto economico pubblico agli studenti lavoratori e una lotta al crimine molto incentrata sulla prevenzione nei quartieri.
Ma, alla fine, ha vinto il programma di Boris ‘il biondo’. Più biciclette in bikesharing in tutta la città – un suo cavallo di battaglia, e lui stesso si fa fotografare quasi ogni giorno a cavallo delle due ruote – soprattutto nella povera parte orientale. Ancora, un rilancio dell’edilizia sociale e una prevenzione fin a partire dalle scuole della ‘cultura dei riot’. Ma, giurano in molti, a colpire il cuore dell’elettorato deve essere stata soprattutto un’altra, roboante proposta, giunta solo a pochi giorni dal voto: 200mila nuovi posti di lavoro in quattro anni di mandato. Che, in una Londra con un tasso disoccupazione più alto del livello nazionale e dove centinaia di migliaia di persone vivono con gli assegni di stato, è stata sicuramente una proposta in grado di fare gola a molti.

giovedì 3 maggio 2012

L'Europa siamo noi è il momento di ricostruirla

da www.repubblica.it


L'appello

di ULRICH BECK e DANIEL COHN-BENDIT Un Anno europeo di volontariato per tutti - per tassisti e teologi, per lavoratori e disoccupati, per manager e musicisti, per insegnanti e allievi, per scultori e sottocuochi, per giudici della corte suprema e cittadini anziani, per uomini e donne - come risposta alla crisi dell'euro!

I giovani d'Europa non sono mai stati così istruiti, eppure si sentono impotenti di fronte all'incombente bancarotta degli Stati-nazione e al declino terminale del mercato del lavoro.

Tra gli europei con meno di venticinque anni, uno su quattro è disoccupato. Nei tanti luoghi in cui hanno allestito campeggi e lanciato proteste pubbliche, i giovani defraudati dei loro diritti rivendicano giustizia sociale. Ovunque - la Spagna, il Portogallo, i paesi del Nordafrica, le città americane o Mosca - questa domanda sale con grande forza e grande fervore. Sta montando la rabbia per un sistema politico che salva banche mostruosamente indebitate, ma dilapida il futuro dei giovani. Ma quanta speranza può esserci per un'Europa che invecchia costantemente?

Il presidente americano John F. Kennedy sbalordì il mondo con la sua idea di fondare un Corpo della pace. "Non chiedetevi che cosa può fare per voi il vostro Paese, chiedetevi che cosa potete fare voi per il vostro Paese".

Noi che firmiamo questo manifesto vogliamo farci portavoce della società civile europea. Per questa ragione chiediamo alla Commissione europea e ai governi nazionali, al Parlamento europeo e ai Parlamenti nazionali, di creare un'Europa
di cittadini con un impiego attivo e di fornire i requisiti finanziari e legali per l'Anno europeo di volontariato per tutti, come contro-modello all'Europa dall'alto, l'Europa delle élite e dei tecnocrati che ha prevalso finora e che si sente investita della responsabilità di forgiare il destino dei cittadini europei, contro la loro volontà se necessario. Perché è questa massima non dichiarata della politica comunitaria che sta minacciando di distruggere l'intero progetto europeo.

Lo scopo è quello di democratizzare le democrazie nazionali per ricostruire l'Europa nello spirito dello slogan kennediano: non chiedetevi che può fare per voi l'Europa, ma che cosa potete fare voi per l'Europa, facendo l'Europa!

Nessun pensatore progressista, da Jean-Jacques Rousseau a Jürgen Habermas, ha mai voluto una democrazia che consiste unicamente nel poter andare a votare a scadenze regolari. La crisi del debito che sta mandando in pezzi l'Europa non è semplicemente un problema economico, ma anche un problema politico. Abbiamo bisogno di una società civile europea e della visione delle giovani generazioni se vogliamo risolvere le scottanti questioni d'attualità. Non possiamo lasciare che l'Europa venga trasformata nel bersaglio di un "movimento arrabbiato" di cittadini che protestano contro un'Europa senza gli europei. L'Europa non può funzionare senza l'apporto di europei impegnati per la sua causa, e gli europei non possono fare l'Europa se non possono respirare l'aria della libertà.

L'azione pratica, che trascende i confini ristretti dello Stato-nazione, dell'etnia e della religione, che l'Anno europeo di volontariato per tutti vuole promuovere non dev'essere intesa come una foglia di fico istituzionalizzata per coprire i fallimenti europei. È una visione che vuole aprire spazio per la creatività. Non si tratta di un mezzo per distribuire elemosine ai giovani disoccupati, è un atto di auto-affermazione della società civile europea, un atto che può essere usato per costruire una nuova Costituzione propositiva, dal basso, per ripristinare la creatività politica e la legittimazione dell'Europa. La libertà politica non può sopravvivere in un'atmosfera di paura. Può prosperare e radicarsi solo se le persone hanno un tetto sulla testa e sanno come fare per vivere, domani e quando saranno vecchie. Ecco perché l'Anno europeo di volontariato per tutti ha bisogno di solide fondamenta finanziarie. Noi chiediamo alle imprese europee di dare il loro giusto contributo.

Se vuole costruire una cultura dal basso, l'Europa non può permettersi di ricadere in linee d'azione predefinite. I cittadini di questa Europa andranno in altri Paesi e si impegneranno su problemi transnazionali su cui gli Stati nazionali non sono più in grado di offrire soluzioni appropriate (il degrado ambientale, i cambiamenti climatici, i movimenti di massa di profughi e migranti e il radicalismo di destra). Sfrutteranno le reti europee di arte, letteratura e teatro come palcoscenici per promuovere la causa europea. Bisogna stipulare un nuovo contratto fra lo Stato, l'Unione Europea, le strutture politiche della società civile, il mercato, la previdenza sociale e la sostenibilità ambientale.

Che cosa c'è di buono nell'Europa? Qual è il valore dell'Europa per noi? Quale modello potrebbe e dovrebbe essere la base dell'Europa nel XXI secolo? Sono questioni aperte, che devono essere affrontate urgentemente. Per noi di We Are Europe la risposta è questa: l'Europa è un laboratorio di idee politiche e sociali senza equivalenti in nessun'altra parte del mondo. Ma che cos'è che costituisce l'identità europea? Potreste rispondere che l'europeità nasce dal dialogo e dal dissenso fra molte culture politiche diverse, quella del citoyen, quella del citizen, quella dello Staatsbürger, quella del burgermatschappij, quella del ciudadano, quella dell'obywatel. Ma l'Europa è anche l'ironia, è la capacità di ridere di se stessi. E il modo migliore per riempire l'Europa di vita e di risate è che i cittadini comuni europei agiscano insieme, spontaneamente.

Al manifesto  -  che verrà pubblicato su numerose testate europee tra le quali Die Zeit, Le Monde, El Pais, The Guardian  -  hanno aderito anche: Jurij Andruchovyc, autore; Jerzy Baczynski, giornalista; Zygmunt Bauman, filosofo; Senta Berger, attrice; Patrice Chéreau, regista teatrale e cinematografico; Rudolf Chmel, esperto di letteratura ed ex ministro della Cultura della Repubblica Slovacca; Jacques Delors, ex presidente della Commissione europea; Gábor Demszky, ex sindaco di Budapest; Chris Dercon, direttore della Tate Modern di Londra; Doris Dörrie, cineasta e scrittrice; Tanja Dückers, autrice; Peter Eigen, fondatore di Transparency International; Ólafur Elíasson, artista; Péter Esterházy, autore; Joschka Fischer, ex ministro degli Esteri della Repubblica federale tedesca; Jürgen Flimm, direttore della Deutsche Oper Berlin; Anthony Giddens, politologo e sociologo; Alfred Grosser, pubblicista e politologo; Ulla Gudmundson, ambasciatrice svedese; Jürgen Habermas, filosofo; Dunya Hayali, giornalista; Michal Hvorecký, scrittore; Eva Illouz, sociologa; Mary Kaldor, politologa; Navid Kermani, studioso dell'islam e scrittore; Imre Kertész, premio Nobel per la letteratura; Rem Koolhaas, architetto; Kasper König; curatore e direttore del Museo Ludwig di Colonia; György Konrád, scrittore ed ex direttore dell'Accademia delle Arti di Berlino; Michael Krüger, scrittore ed editore; Adam Krzeminski, scrittore e giornalista; Wolf Lepenies, ex direttore del Wissenschaftszentrum Berlin; Constanza Macras, coreografa; Claudio Magris, scrittore; Sarat Maharaj, storico dell'arte e curatore; Olga Mannheimer, autrice; Petros Markaris, scrittore; Robert Menasse, scrittore; Adam Michnik, giornalista e caporedattore della Gazeta Wyborcza; Herta Müller, premio Nobel per la letteratura; Hans Ulrich Obrist, curatore e direttore della Serpentine Gallery di Londra; Thomas Ostermeier, direttore del teatro Schaubühne di Berlino; Petr Pithart, giornalista ed ex primo ministro della Repubblica Ceca; Martin Pollack, pubblicista e autore; Alec Popov, scrittore; Ilma Rakusa, scrittrice e traduttrice; Peter Ruzicka, compositore e direttore di festival; Joachim Sartorius, autore ed ex direttore del Berliner Festspiele; Saskia Sassen, sociologa; Hans-Joachim Schellnhuber, direttore dell'Istituto Potsdam per la ricerca sull'impatto climatico; Helmut Schmidt, ex cancelliere della Repubblica federale tedesca; Henning Schulte-Noelle, presidente del comitato direttivo dell'Allianz SE; Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo; Gesine Schwan, politologa; Richard Sennett, sociologo e scrittore; Martin M. Šimecka, scrittore e giornalista; Johan Simons, registra teatrale del Münchner Kammerspiele; Javier Solana, ex segretario generale della Nato e alto rappresentante dell'Unione Europea per la politica estera e di sicurezza comune; Michael Thoss, direttore dell'Allianz Kulturstiftung; Klaus Töpfer, membro fondatore dell'Iass (Istituto di studi avanzati sulla sostenibilità) ed ex direttore esecutivo dell'Unep (Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente); Klaus Wagenbach, editore; Richard von Weizsäcker, ex presidente della Repubblica federale tedesca; Christina Weiss, ex ministro della Cultura della Repubblica federale tedesca; Wim Wenders, cineasta e fotografo; Bob Wilson, artista e regista teatrale; Michel Wieviorka, sociologo...

(Traduzione di Fabio Galimberti)
(03 maggio 2012) © Riproduzione riservata

mercoledì 2 maggio 2012

Sarkò-Hollande: oggi il dibattito televisivo i francesi a caccia dei difetti dei candidati

da www.repubblica.it

FRANCIA

Stasera il faccia a faccia tra i due politici che si sfideranno domenica nelle urne del ballottaggio. I team studiano tutti i particolari e preparano la strategia per cercare il colpo del ko. Ma il socialista rimane favorito dal nostro inviato ANAIS GINORI

PARIGI - Uno deve vincere, l'altro può accontentarsi di un pareggio. Nicolas Sarkozy e François Hollande si ritrovano stasera davanti alle telecamere per il loro primo e unico faccia a faccia. Alle 21 si gioca la partita decisiva per l'elezione presidenziale francese.

Gli ultimi preparativi sono in corso nello studio 107 della Plaine Saint-Denis, centro di produzione all'americana di oltre novecentometri quadrati nella periferia di Parigi. Le due squadre antagoniste hanno fatto diversi sopralluoghi. Ogni dettaglio è oggetto di trattative. I collaboratori di Sarkozy hanno chiesto di evitare le inquadrature di profilo. Lo staff di Hollande ha invece verificato la posizione delle luci per evitare il riflesso negli occhiali.

Persino la dimensione del tavolo è stata oggetto di trattative, così come la temperatura nello studio televisivo. Sarkozy odia il caldo, Hollande non vuole avere freddo. Alla fine, ci saranno due condizionatori personalizzati. Uno a sinistra, dove sarà seduto il candidato dell'Ump, e un altro a destra per il candidato socialista. In mezzo, i giornalisti vedette, Laurence Ferrari e David Pujadas, faranno i moderatori. "Spero sarà un faccia a faccia e non un corpo a corpo" ha ironizzato Hollande. "Lo farò esplodere" ha confessato in privato Sarkozy.

Due ore e mezza di dibattito, trasmesso a reti unificate da France2 e Tf1. Nel 2007 oltre 20 milioni di francesi guardarono la sfida tra Sarkò e Ségolène Royal. Le équipe
cercano di prevedere tutto. Colpi bassi, provocazioni, trappole. La scaletta è curata al secondo. Secondo il sorteggio, il candidato socialista parlerà per primo.

Sarkozy e Hollande sono figli della televisione. Coetanei, 57 anni, conoscono le insidie del piccolo schermo. Si sono confrontati davanti alle telecamere già tre volte 1. La moviola di quegli incontri è ora allo studio dalle due squadre antagoniste. In un filmato del 1999 i due uomini battibeccano (video 2). "Sempre gentile all'inizio, mai alla fine" dice il gollista. "Lei invece non è gentile né alla fine né all'inizio" risponde l'altro.

In un altro dibattito 3, Hollande critica il lavoro di Sarkozy come sindaco di Neuilly, che replica: "Non le permetto di parlar male della città dove ha fatto i suoi studi". Il socialista di origine normanna ha infatti frequentato il liceo Pasteur nella banlieue chic di Parigi.

Un piccolo assaggio di quello che aspetta i francesi questa sera. Il faccia a faccia televisivo a pochi giorni dal voto presidenziale è una tradizione che si perpetua in Francia dal 1974. Il primo confronto fu tra Valery Giscard d'Estaing e François Mitterrand. Vinse allora il leader gollista che lanciò una frase fatale per l'allora leader socialista: "Lei non ha il monopolio del cuore".

Nell'elezione successiva, quella del 1981, fu invece Mitterrand a mettere all'angolo il presidente uscente Giscard d'Estaing che lo accusava di essere un uomo del passato. "Lei è l'uomo del passivo". Questa volta, i due uomini politici hanno qualità umane antitetiche. Tanto è impetuoso Sarkozy, tanto sembra calmo Hollande. Potrebbe essere uno scontro televisivo simile a quello del 2007 tra Ségolène Royal e Sarkozy, ma a parti invertite. La candidata socialista apparve allora molto veemente, troppo. "Per essere Presidente, madame, bisogna stare calmi" commentò Sarkozy, forte del suo vantaggio nei sondaggi.

Oggi il ruolo dello sfidante toccherà a lui rispetto al favorito Hollande. Il dibattito tv non dovrebbe spostare molti voti, finora non ha mai invertito le tendenze. Ma la suspence è alta. Come disse una volta Bill Clinton a proposito del faccia a faccia: "E' come la sfilata in costume da bagno delle Miss: un momento in cui tutti sono a caccia dei difetti dei candidati".
 
(02 maggio 2012) © Riproduzione riservata

Boris o Ken? A Londra si vota per il nuovo sindaco. Conservatori in calo nei sondaggi pre-amministrative

da www.ilsole24ore.com

Ken Livingstone e Boris JohnsonKen Livingstone e Boris Johnson
LONDRA - Boris o Ken ? Gli allibratori dicono Boris con le quote in caduta a conferma che il sindaco uscente di Londra il conservatore Boris Johnson è considerato il favorito sul concorrente Ken Livingstone, in uno degli appuntamenti elettorali più attesi del Regno Unito. Domani votano milioni di britannici per rinnovare centinaia di amministrazioni locali dall'Inghilterra, alla Scozia fino al Galles.
I sondaggi su base nazionale dicono che i Tories marciano verso una bruciante sconfitta, sulla scia del forte disappunto popolare per la gestione della crisi economica da parte del governo di David Cameron, anche se per via del sistema elettorale potranno contenere le perdite nei singoli comuni. Si rinnovano città importanti da Brimingham, a Glasgow, da Cardiff a Liverpoool, ma gli occhi sono su Londra dove il trend nazionale sarà ribaltato - dicono gli opinion polls - dall'affermarsi di personalità eccentriche. Ken Livingstone è laburista di rimbalzo essendo stato a lungo emarginato dal partito che lo ha dovuto recuperare per la grande popolarità di cui gode soprattutto nelle realtà più periferiche di Londra.
Ha guidato la capitale per due mandati, le ha cambiato la pelle spianandole fra l'altro la via per le Olimpiadi. Ma su di lui il marchio ideologico radicale pesa e irrita molti elettori moderati laburisti pronti anche a votare l'avversario. Si afferma così la personalità strabordante, come già accade quattro anni fa di Boris, sindaco uscente, abile nell'incassare il dividendo delle politiche varate da Livingstone. E ancor più abile nello staccarsi dall'immagine del governo. Così i trend nazionali a Londra sono ribaltati: alla sconfitta verso cui marcia il Tory party si opporrà la vittoria, probabile, del Tory Johnson; alla vittoria del Labour la probabile sconfitta nella capitale del laburista Livingstone. In uno scenario destinato a scuotere una volta di più la fragile congiuntura politica britannica.

martedì 1 maggio 2012

Merkel apre a una Bei più forte

da www.ilsole24ore.com


Saranno due mesi di intensi negoziati quelli compresi tra la giornata di oggi e il prossimo Consiglio europeo di fine giugno. L'obiettivo è mettere a punto un piano di misure economiche che sia di sostegno alla domanda interna in un contesto sociale e politico molto delicato.
L'idea di una ricapitalizzazione della Banca europea per gli investimenti è al centro delle discussioni, grazie anche a una posizione della Germania più accomodante, fosse solo per motivi di politica interna.
Durante il fine settimana, in una intervista a un quotidiano tedesco, il cancelliere Angela Merkel è sembrata aprire la porta a un rafforzamento della Bei, un'idea proposta a suo tempo dalla Commissione e che la Germania aveva finora respinto: «Posso immaginare il potenziamento ulteriore della Banca europea per gli investimenti», ha detto la signora Merkel alla Leipziger Volkszeitung. Di più, come fa di solito, il cancelliere non ha voluto aggiungere.

La partita è aperta, le trattative continuano, ma a Bruxelles c'è la speranza che un accordo di principio su una ricapitalizzazione della Bei possa essere annunciato a una cena informale a 27 che dovrebbe essere organizzata tra fine maggio e inizio giugno, prima del vertice di fine giugno. Il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy aveva parlato giovedì del potenziamento della Bei, per un totale di 10 miliardi di euro, pari a nuovi prestiti per 60 e nuovi investimenti per 180.
Non è molto, ed è indicativo delle difficili trattative, tanto che ieri il portavoce dell'Esecutivo comunitario Pia Ahrenkilde Hansen ha definito «pura speculazione» le voci di stampa su un piano per la crescita delle autorità comunitarie già in fase finale. La diplomazia italiana vuole indurre la Germania ad avere un atteggiamento più accomodante sul rilancio dell'economia. In questa ottica va visto anche il desiderio di approvare in contemporanea il fiscal compact.

L'Italia sta facendo campagna sia per un rafforzamento del mercato unico, sia per un riorientamento del bilancio comunitario in modo da utilizzarlo per aiutare la crescita economica. «Sull'ipotesi di dare il via libera ai project bond, alle obbligazioni europee dedicate a specifici progetti infrastrutturali oggi in discussione con il Consiglio e il Parlamento non c'è ancora il benestare tedesco - spiega un esponente comunitario -, ma ci sembra che la posizione di Berlino si stia ammorbidendo».
La Germania non vuole che un eventuale piano per la crescita si traduca in minori sforzi di risanamento dei conti pubblici. Al tempo stesso si rende conto della difficilissima situazione economica e sociale di molti paesi della zona euro. Non basta: il possibile (probabile?) arrivo all'Eliseo del candidato socialista François Hollande è fonte di nervosismo a Berlino, per l'impatto che potrebbe avere sia sul rapporto franco-tedesco che sul ruolo del partito socialdemocratico nella Repubblica Federale.

In maggio, due regioni tedesche - lo Schleswig-Holstein e il Nord-Reno Vestfalia - si recano alle urne; successivamente il Bundestag dovrà approvare il fiscal compact e il trattato istitutivo del fondo di stabilità Esm. Sono passaggi delicati per la signora Merkel, tanto più che la ratifica dei due accordi europei richiede una maggioranza dei due terzi e quindi il sostegno anche dell'Spd che sta premendo in Germania per una maggiore attenzione alla crescita economica.
In questo contesto, al cancelliere tedesco fa comodo potersi affiancare al premier italiano. È un modo per evitare l'isolamento nel caso di vittoria di Hollande a Parigi e tentare di ammaliare l'opposizione socialdemocratica che potrebbe vincere nello Schleswig-Holstein e nel Nord-Reno Vestfalia. In un'ottica tedesca la partita ha obiettivi evidenti. Non è ancora chiaro quanto potrà ricavarne l'Italia. L'idea di Monti di non computare gli investimenti nel deficit pubblico continua a non piacere a Berlino.