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lunedì 10 dicembre 2012

Il Nobel per la pace ai rappresentanti dell'Europa Monti con Merkel e Hollande, assente Cameron

da www.repubblica.it


Il diploma e la medaglia simbolo del riconoscimento consegnati a Oslo nelle mani di Van Rompuy, Barroso e Schulz. Il premio in denaro, integrato fino a 2 milioni di euro, sarà devoluto in beneficenza ai bambini vittime delle guerre. Presenti i principali leader europei, tranne il premier britannico che ha inviato il suo vice

OSLO - Il premio Nobel per la Pace 2012 assegnato all'Unione Europea è stato consegnato dal presidente del Comitato del Nobel Thornbjoern Jagland, durante la tradizionale cerimonia nel muncipio di Oslo, al presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy, il presidente della commissione Europea, Jose Manuel Barroso e il presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz.

"Voglio rendere omaggio a tutti gli europei che hanno sognato un continente di pace e a quelli che lo hanno reso una realtà", ha detto il presidente Van Rompuy al discorso di accettazione del premio Nobel, sottolineando come la pace dopo la seconda guerra mondiale non sarebbe stata forse "così duratura" se non vi fosse stata l'Unione europea.

Nel suo discorso Van Rompuy ha anche voluto riparare con garbo a una gaffe dello staff del Consiglio europeo che in una videostoria preparata ad hoc per la cerimonia in un primo tempo aveva dimenticato di citare l'Italia, tra i Paesi fondatori: "I leader di sei stati si riunirono a Roma 'città eterna' (in italiano, ndr) per cominciare un nuovo futuro", è stata infatti la prima di una serie di 'immagini' sulle origini e la storia dell'Unione citate da Van Rompuy nel suo discorso durante la cerimonia di consegna del Nobel.

L'Unione Europea ha reso noto che devolverà la somma ricevuta con il premio Nobel a progetti umanitari a favore di bambini vittime della guerra e dei conflitti integrandola con un importo equivalente per raggiungere i 2 milioni di euro. Ad assistere alla cerimonia re Harald e la famiglia reale di Norvegia, e molti capi di stato e di governo dei 27. Tra questi il premier Mario Monti, la cancelliera tedesca Angela Merkel, il presidente francese Francois Hollande, il premier spagnolo Mariano Rajoy.

Presente anche il presidente della Bce Mario Draghi. Ma vi sono anche assenze illustri, che hanno già fatto discutere, come il premier britannico David Cameron, che ha inviato il suo vice più europeista, Nick Clegg, e gli euroscettici Freidrik Reinfeldt e Vaklav Klaus, rispettivamente premier di Svezia e della Repubblica Ceca.

Accanto ai leader della Ue sul palco di Oslo anche i giovani europei che hanno vinto un concorso indetto dalla Ue per i migliori tweet sul tema "Pace, futuro, Europa", tra i quali la 16enne milanese Elena Garbujo.
 
(10 dicembre 2012)

Elezioni in Romania, trionfa il centrosinistra. Ponta: pronto a guidare il Governo

da www.ilsole24ore.com

Elezioni in Romania, trionfa il centrosinistra. Ponta: pronto a guidare il Governo. Nella foto Victor Ponta (Reuters)Elezioni in Romania, trionfa il centrosinistra. Ponta: pronto a guidare il Governo. Nella foto Victor Ponta (Reuters)
La coalizione di centrosinistra, Unione social-liberale (Usl), che raggruppa i socialdemocratici del primo ministro uscente Victor Ponta e i liberali di Crin Antonescu, ha vinto le elezioni legislative di ieri in Romania, ottenendo circa il 57% delle preferenze. Secondo i sondaggi pubblicati nella notte dalla televisione nazionale, l'opposizione di centro-destra che fa riferimento al presidente Traian Basescu, ha ottenuto invece il 19% dei voti. «Si tratta di una vittoria contro il regime di Basescu», ha esultato Antonescu. Sulla base di questi risultati, l'Unione social-liberale dovrebbe poter contare di una maggioranza dei due terzi del Parlamento.

«Come ho promesso ai rumeni durante la campagna elettorale, mi assumo la responsabilità di continuare a guidare il Governo dell'Usl», ha affermato Ponta davanti ai suoi sostenitori a Targu Jiu. «L'orientamento del Governo che andrò a dirigere sarà filo-europeo e filo-atlantico. Siamo membri dell'Unione europea e della Nato e il nostro futuro è all'interno della famiglia europea», ha aggiunto Ponta.

Ma il braccio di ferro con il presidente Basescu non è destinato a finire qui. Durante la campagna elettorale, il capo dello Stato ha fatto capire chiaramente che l'incarico di premier a Ponta non è automatico anche in caso di vittoria dell'Usl e ha dato al primo ministro del "mitomane". Da parte sua, appena conosciuti i risultati, Ponta ha lanciato un appello alla classe politica e al presidente affinché comprendano che «la Romania ha bisogno di pace, di un periodo di ricostruzione». "Serve superare la lotta politica, l'odio e la vendetta», ha affermato.

martedì 4 dicembre 2012

Insediamenti, si muove l'Europa

da www.ilsole24ore.com


Come era accaduto in passato, continua la punizione israeliana all'Autorità palestinese colpevole di aver chiesto e ottenuto all'Onu la sua piccola dose di indipendenza. Diversamente dal passato, tuttavia, la risposta di Israele non avviene nel consueto silenzio generale di una diplomazia distratta dai suoi sensi di colpa.
Forse non era mai accaduto che, con una mossa identica e coordinata, il Governo francese convocasse l'ambasciatore israeliano a Parigi e l'inglese quello a Londra, per manifestare la loro disapprovazione. L'esempio è stato seguito dalla Svezia, dalla Danimarca e dalla Spagna. Altri europei come Germania e Russia ci stanno pensando. L'Italia «non intende fare ulteriori passi».
Il tema, che ha suscitato una reazione così dura e nuova, è l'area "E1". È così che la burocrazia degli accordi di Oslo - scarsamente applicati ma pieni di codici, postille e mappe - chiama la zona politicamente sensibile dove Israele ha deciso di costruire 3mila nuove case e accelerare l'autorizzazione per altre mille. Si tratta di una specie di corridoio fra Gerusalemme sulle colline a Ovest e l'insediamento ebraico di Ma'aleh Adumim a Est, che garantisce la continuità territoriale fra Cisgiordania del Nord e del Sud. Se venisse interrotto, lo Stato palestinese non potrebbe nascere.
Ieri il Governo di Bibi Netanyahu aveva anche deciso di congelare 120 milioni di dollari di tasse, soprattutto dazi doganali, che Israele riscuote per conto dei palestinesi. Poiché la Palestina non ha alcun controllo sulle sue frontiere (che non esistono), è l'occupante che decide se, come, quando e cosa può transitare da e per la Cisgiordania, tenendo la sua economia per il collo. Ma la punizione più grave resta la decisione di costruire nell'area E1, alle spalle di Gerusalemme. È la risposta più dura al riconoscimento mondiale, quasi plebiscitario, della Palestina come "Stato osservatore non membro" dell'Onu. Chiedendo questa promozione alle Nazioni Unite, secondo Israele, l'Autorità palestinese avrebbe violato le prescrizioni degli accordi di Oslo. Anche Israele ha spesso violato quell'accordo senza mai essere sanzionato.
«Continueremo a costruire a Gerusalemme e in tutti gli altri luoghi che sono sulla mappa degli interessi strategici di Israele», è stata la spiegazione piuttosto dura di un portavoce del Governo. Il giorno precedente era stato Bibi Netanyahu a ricordare che il voto all'Onu era stato una delle più gravi minacce all'esistenza dello Stato d'Israele. È questa retorica che almeno l'Europa incomincia a fare fatica ad accettare: gli Stati Uniti si sono per ora limitati a criticare la decisione di costruire nell'area "E1" e non hanno aggiunto altro.
La Germania sempre cauta e attenta a fare i conti con il suo passato, non ha convocato l'ambasciatore israeliano a Berlino: giovedì, tra l'altro, ci sarà un vertice bilaterale fra i due Paesi. Il portavoce del Governo tedesco ha comunque chiarito quale sarà l'atmosfera che attende Netanyahu a Berlino: «Israele sta compromettendo la nostra fiducia sulla sua volontà di negoziare. Lo spazio geografico per un futuro Stato palestinese sta scomparendo» dalle mappe. Sono la preoccupazione e i dubbi sollevati da tutti gli atri Paesi. La Gran Bretagna è sempre più perplessa sull'«adesione dichiarata» da Israele di «raggiungere la pace con i palestinesi». Dubbi che ha seriamente anche l'amministrazione americana, rinunciando però a farsi sentire pubblicamente.
La diplomazia occidentale ha sempre dubitato e diffidato di Netanyahu e del suo ministro degli Esteri Avigdor Lieberman. Ma delle opinioni reali fino ad ora c'erano stati solo dei fuori onda, carpiti da telecamere e microfoni involontariamente accesi. Dato un messaggio forte e chiaro, gli europei non vogliono eccedere se non sarà Israele a eccedere nella zona E1. Più cauta è la diplomazia italiana. Giulio Terzi ha fatto sapere di essere sulle posizioni di Catherine Ashton, l'inutile rappresentante dell'inesistente politica estera della Ue, che ha «esortato» Israele a «riconsiderare» i progetti delle nuove abitazioni. Ma nessuno, nemmeno i meno cauti, per il momento vogliono andare oltre. Durante l'incontro con Mario Monti a Lione, François Hollande garantisce che la Francia «non ricorrerà mai alla politica delle sanzioni» contro Israele.

martedì 27 novembre 2012

Si valuta l'idea di un condono futuro del debito. Juncker: «È stato un accordo molto difficile»

da www.ilsole24ore.com


Jean-Claude Juncker (Afp)Jean-Claude Juncker (Afp)
Lentamente, l'idea di una ristrutturazione del debito greco si sta facendo strada in Europa. Questa notte, dopo una lunga trattativa con il Fondo monetario internazionale, i Paesi della zona euro hanno finalmente annunciato un nuovo pacchetto di aiuti per la Grecia. Il salvagente prevede una riduzione del debito pubblico del paese mediterraneo, e soprattutto apre la porta nel medio termine, se necessario, a un condono di una parte del passivo pur di evitare il tracollo all'economia greca.
Il pacchetto per Atene prevede un taglio dei tassi d'interesse sui prestiti concessi alla Grecia, un allungamento delle scadenze delle linee di credito, una moratoria sul servizio del debito, e una delicata operazione di riacquisto di titoli greci sul mercato. «Questo è stato un accordo molto difficile» da raggiungere, ha ammesso questa notte il presidente dell'Eurogruppo, Jean-Claude Juncker. «Tutte le iniziative decise oggi riporteranno chiaramente il debito greco su un cammino sostenibile».
Uscendo dalla riunione mentre le discussioni erano ancora in corso, il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ha affermato: «Accolgo con grande piacere le decisioni dei ministri delle Finanze. Certamente, ridurranno l'incertezza e aumenteranno la fiducia in Europa e in Grecia».
Secondo il nuovo pacchetto di misure, l'obiettivo della Grecia è di portare il debito al 124% del Prodotto interno lordo nel 2020 (dal 160% di giugno) e «significativamente sotto al 100% del Pil nel 2022».
Le due date e i due obiettivi di debito sono il risultato di un difficilissimo compromesso tra il Fondo e l'Eurogruppo. In origine, pur di rendere il debito sostenibile, l'Fmi avrebbe voluto che il target fosse del 120% del Pil nel 2020. In questo senso, più volte ha chiesto ai governi di condonare almeno parte del debito. Dinanzi al rifiuto di molti governi, ha accettato di rivedere i suoi obiettivi in cambio però della possibilità di una futura ristrutturazione del passivo, oggi prevalentemente in mani pubbliche.
«I Paesi membri della zona euro valuteranno – se necessario – nuove misure e assistenze, tra cui un costo minore del finanziamento dei fondi strutturali e/o nuove riduzioni dei tassi d'interesse sui prestiti, in modo da raggiungere una ulteriore riduzione credibile e sostenibile del rapporto debito-Pil greco», si legge in un comunicato. Queste ulteriori misure verranno prese in conto «dal momento in cui la Grecia registrerà un surplus primario annuo di bilancio» vale a dire nella seconda parte del decennio.
La frase, riprodotta qui solo in parte, è stata definita con ironia da un negoziatore «la più lunga e contorta nella storia dei comunicati dell'Eurogruppo». Tra le righe, i ministri delle Finanze aprono la porta a una ulteriore riduzione del debito greco, possibilmente intaccando il capitale e rinunciando al pieno rimborso dei crediti. D'altro canto, è difficile portare il passivo in soli due anni dal 124% del Pil a sotto il 100 del Pil, senza misure straordinarie.
«La frase apre la porta a tutte le soluzioni – spiega un responsabile europeo –. Nulla può essere escluso, ma nulla è neppure stato deciso». La presa di posizione è ambigua perché a 10 mesi dalle prossime elezioni il governo tedesco non ha potuto accettare nulla di più. L'idea di condonare il debito è controversa; crea problemi politici, morali, legali. È interessante notare che i governi percorrerebbero eventualmente questa strada nella seconda parte del decennio, ossia dopo il voto tedesco dell'autunno 2013.
«Quando la Grecia avrà raggiunto, o quasi raggiunto, un surplus primario e rispettato tutte le condizioni, considereremo, se necessario, ulteriori misure per la riduzione del debito totale», ha detto il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble. Interpellato su possibili ristrutturazioni più radicali del debito, il francese Pierre Moscovici ha ammesso che la frase del comunicato è segnata da «ambiguità costruttiva». Altri ministri si sono concentrati sul presente, facendo notare che oggi un condono del debito è escluso.
Da tempo, circola l'idea di una ristrutturazione del debito greco. Un primo passo è stato compiuto stanotte, seppur tutto da verificare nella pratica. A Bruxelles, molto diplomatici guardano positivamente a questa possibilità. Da un lato, perché potrebbe essere un modo per risolvere alla radice la crisi debitoria. Dall'altro, perché potrebbe essere un modo per rassicurare i mercati sul futuro dell'euro. Nella notte, l'Eurogruppo ha anche deciso di versare alla Grecia l'attesa tranche di aiuti (34,4 miliardi).
Il versamento dovrebbe avvenire il 13 dicembre, a conclusione degli iter nazionali di approvazione. In quella stessa data dovrebbe essere portato a termine un difficile e delicato riacquisto di titoli greci sul mercato secondario. L'Eurogruppo ha deciso che l'operazione avverrà a prezzi non superiori a quelli di venerdì 23 novembre. In televisione ad Atene, il premier greco Antonis Samaras ha salutato con soddisfazione l'intesa: «Domani inizia una nuova giornata per tutti i greci».

lunedì 22 ottobre 2012

Merkel minaccia Cameron: cancelleremo il summit di novembre se ci sarà un veto inglese sul bilancio Ue

da www.ilsole24ore.com

LONDRA - Angela Merkel ha perso la pazienza con David Cameron. Il premier britannico ha ribadito all'ultimo eurosummit la sua minaccia di porre il veto al budget europeo se non ci sarà un totale congelamento della spesa. Ora è il cancelliere tedesco a passare alle minacce, avvertendo di essere pronta a cancellare il summit di novembre se Londra non cambierà posizione.
Il mese prossimo i leader europei dovrebbero approvare il budget Ue per i prossimi sette anni, dal 2014 al 2020. Per Cameron è l'occasione giusta per dimostrare che Londra non intende deviare dalla linea dura. «Porrò il veto a qualsiasi accordo che non sia favorevole agli interessi della Gran Bretagna», - ha dichiarato il premier. «Non possiamo permettere che la spesa europea continui ad aumentare quando ci sono così tante decisioni difficili da prendere in tanti campi diversi».
Per la Merkel invece il budget deve essere approvato senza screzi o esitazioni perchè ci sono poi cose importanti di cui occuparsi, come il summit di dicembre sull'unione bancaria. Dietro le quinte il cancelliere tedesco starebbe cercando di convincere Cameron ad accettare un compromesso proposto dalla Germania che limiterebbe la spesa Ue all'1% del Pil europeo, impegnandosi a non accettare aumenti in fase di discussione al summit. La Commissione europea aveva invece proposto una spesa dell'1,1%, pari a oltre mille miliardi di euro. La proposta tedesca ha già ricevuto il sostegno esplicito di Olanda, Svezia, Danimarca, Austria e Repubblica ceca e il sostegno implicito di Francia e Italia.
Cameron si trova di fronte a una scelta difficile: da un lato sa che la sua posizione oltranzista sull'Europa è molto popolare tra gli euroscettici inglesi, e il premier in calo di popolarità ha bisogno del sostegno del suo partito e di un rilancio nei sondaggi. Dall'altro lato Cameron sa che l'irritazione degli altri leader europei verso la scarsa collaborazione della Gran Bretagna in ambito Ue sta crescendo e che un suo veto al budget avrebbe gravi ripercussioni politiche e diplomatiche.

martedì 16 ottobre 2012

Turchia, superati i 100mila rifugiati siriani. Ankara chiede aiuto alla Ue

da www.ilsole24ore.com


Profughi Siriani, in Turchia, dopo aver attraversato il fiume Oronte vicino al villaggio di Hacipasa. (Reuters)Profughi Siriani, in Turchia, dopo aver attraversato il fiume Oronte vicino al villaggio di Hacipasa. (Reuters)
Il ministro degli Affari europei turco, il dinamico Egemen Bagis, ha chiesto che la Ue aiuti Ankara a gestire gli oltre 100mila profughi e disertori siriani che accoglie ufficialmente sul suo territorio. Bagis ha lanciato un appello ai Ventisette affinché «non pensino solo alla crisi dei debiti sovrani» ma «facciano di più per i profughi» sbarcati nel «nostro territorio».
L'Europa, ha detto Bagis in un'intervista, «dovrebbe cominciare a pensare alla gente che dalla Siria fugge in Turchia». L'ufficio emergenze e disastri (Afad) della presidenza del Governo turco ha indicato che il numero dei profughi e disertori è ora ufficialmente sopra quota 100mila. Ad oggi sono state registrate 100.363 persone provenienti dalla Siria. Nei Paesi confinanti con la Siria il numero dei profughi registrati è di 349mila. «L'Europa deve aiutare la gente che ha bisogno di un rifugio sicuro» ha detto il ministro turco, citato da Hurriyet.
Come, in che modo? Il ministro turco non si è espresso nei dettagli, ma si può facilmente intuire che per aiutare i profughi ci sono solo due modi: aprire le porte dei confini europei o aprire i cordoni della borsa. Due temi entrambi molto delicati in questa fase di ridimensionamento del bilancio europeo.
Sullo sfondo c'è anche il congelamento delle trattative per l'allagamento tra Ue e Turchia nel corso del semestre di presidenza cipriota a causa proprio della questione delll'isola separata in due zone dall'invasione turca del 1974. Inoltre Ankara chiede inutilmente da tempo a Bruxelles la fine dell'obbligo di richiesta del visto per i suoi cittadini che vogliono recarsi nella Ue. Come se non bastasse il confine terrestre tra Grecia e Turchia è fonte di altre tensioni tra i due Paesi mediterranei a causa del passaggio di clandestini che quotidianamente cercano rifugio in territorio greco, paese dell'Unione.
La preoccupazione della Ashton. «Sono molto preoccupata per quello che sta avvenendo al confine tra Turchia e Siria». È quanto ha ribadito l'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune europea, Catherine Ashton, sottolineando i rischi di contagio ai Paesi vicini della crisi siriana. «La situazione è pericolosa», ha avvertito, insistendo sulla necessità di mantenere «il sostegno agli sforzi dell'inviato dell'Onu, Lakhdar Brahimi».
Controlli aerei nei cieli turchi. Ieri l'aereo armeno con un carico umanitario a bordo per Aleppo costretto ad atterrare dalle autorità turche nell'aeroporto di Erzerum per essere sottoposto a controlli è stato autorizzato a riprendere il viaggio verso la Siria, secondo Hurriyet online, che cita il vicepremier di Ankara Bulent Arinc. Secondo la stampa turca la visita di controllo all'aereo era stata concordata con le autorità di Erevan e fa seguito al controllo di un aereo russo che ha provocato tensione diplomatica tra il presidente russo Valdimir Putin e il premier turco Recep Tayyip Erdogan.
Rapporto Ue sui diritti umani. Come se non bastasse a guastare i rapporti tra Ue e Turchia ci si è messo anche la politica interna turca. Un dirigente del partito Akp del premier islamico nazionalista Erdogan ha «buttato nella spazzatura» davanti alla stampa il rapporto molto critico sulla situazione dei diritti fondamentali nel Paese sul Bosforo reso pubblico la settimana scorsa dalla Commissione Ue, riferisce Hurriyet.
«È un pessimo rapporto. Merita di essere buttato nella spazzatura. Potete vederlo, lo butto nella spazzatura» ha detto ai cronisti presenti il presidente della commissione per gli Affari costituzionali del parlamento di Ankara Burhan Kuzu. Hurriyet ricorda che l'Ue ha ottenuto nei giorni scorsi il premio Nobel per la pace 2012 e che una delle ragioni dell'assegnazione del premio alle istituzioni europee è di avere contribuito allo sviluppo della democrazia e dei diritti umani tra cui il rispetto della minoranza curda in Turchia.

Ritornare al sogno europeo

da http://temi.repubblica.it/micromega-online


di Barbara Spinelli, da Repubblica

Fu una di quelle opere - l'unità fra europei edificata nel dopoguerra - che gli uomini compiono quando sull'orlo dei baratri decidono di conoscere se stessi: quando vedono i disastri di cui sono stati capaci, esplorano le ragioni d'una fallibilità troppo incallita per esser feconda.

E tuttavia non si fanno sopraffare dall'indolenza smagata che secondo Paul Valéry fu la malattia dello spirito europeo all'indomani del '14-18: la "noia di ricominciare il passato", l'inattitudine a riprendersi e ri-apprendere. Il Nobel della pace è stato dato ieri a quel ricominciamento della storia, e alla svolta che fu la riconciliazione tra Francia e Germania, che in soli 70 anni avevano combattuto tre guerre. Dalla messa in comune di risorse vitali per i due paesi - il carbone e l'acciaio, fonti di ricchezza e morte - nacque l'Unione che abbiamo oggi. Mai era apparso così chiaro, nell'attribuzione dei Nobel, il nesso fra pace, democrazia, diritto. Come se l'invenzione d'Europa fosse la conferma vivente che firmare le tregue non è fare la pace. Che per tenere insieme su scala continentale i tre obiettivi - pace, democrazia, diritto - occorre andare oltre i trattati fra Stati, oltre la non belligeranza fra sovrani che non riconoscono potere alcuno, né legge, sopra di sé.

Quando propose e creò la Comunità del carbone e dell'acciaio, Jean Monnet spiegò il ragionamento che lo aveva ispirato: "Quando si guarda al passato e si prende coscienza dell'enorme disastro che gli europei hanno provocato a se stessi negli ultimi due secoli, si rimane letteralmente annichiliti. Il motivo è molto semplice: ciascuno ha cercato di realizzare il suo destino, o quello che credeva essere il suo destino, applicando le proprie regole". Fu grazie a questa consapevolezza che l'unità degli europei divenne un modello, e per gran parte del mondo ancora lo è: dalle stragi etniche o razziali, dagli scontri fra culture o religioni, si esce solo se gli Stati nazione smettono l'illusione di bastare a se stessi - la regola della sovranità assoluta - e creano comuni istituzioni politiche che realizzino il destino di più paesi associati, non di uno soltanto. In Asia, in Medio Oriente, il metodo comunitario resta la via aurea per superare i nazionalismi: molto più della solitaria potenza americana.

Fu una sorta di conversione, quella sperimentata dagli Europei. Al posto dello sguardo nazionale, lo sguardo cosmopolita; al posto dei trattati fra Stati, un'unione sin da principio parzialmente federale, cui le vecchie sovranità assolute venivano delegate. L'Europa è un sogno antico, ma è nel '900 che diventa progetto pratico, necessità, dando vita a un'istituzione statuale. Un'istituzione che affianca Stati che si riconoscono non solo fallibili ma pericolosi per se stessi, se consegnati alle dismisure nazionaliste. Solo dopo la propria guerra dei trent'anni (quella che dal 1914 va al 1945) il continente scopre che non basta deporre le armi ma che urge capire perché insorgono i conflitti di sangue. "Insorgono a causa della facilità con cui gli Stati rimettono in causa il funzionamento delle loro istituzioni", disse ancora Monnet. Bene saperlo fin d'ora: le guerre divorano le democrazie, ma è il degradare delle democrazie e delle loro istituzioni che getta popoli senza più nocchieri nelle guerre.

Si trattava dunque di cessare i conflitti bellici e al tempo stesso di ridar forza alle istituzioni, di renderle meno discontinue. L'unità nasce dicendo no ai nazionalismi ma anche a quel che li fa impazzire: la povertà, la democrazia corrosa, il rarefarsi dello Stato di diritto prima ancora che dei diritti umani.

Conferito in questi giorni, il premio è singolare. Quasi sembra che faccia dell'ironia, anche se difficilmente immaginiamo una giuria ironica. È come se non suggellasse un progresso, ma indicasse come rischiamo di perderlo. Mostra quel che l'Europa ha voluto essere, e non è ancora o non è più. Gli scontri sull'euro, la Grecia trasformata in capro espiatorio, il peso abnorme di un solo Stato (Germania): non è l'unione cui si è aspirato per decenni, ma una costruzione che si decostruisce e arretra invece di completarsi. È come se la giuria ci dicesse, fra le righe: "Voi europei avete inventato qualcosa di grande, ma non siete all'altezza di quel che oggi premiamo. Siete una terra promessa, ma voi abitate ancora il deserto come gli ebrei fuggiti dall'Egitto". Se l'Europa si compiacerà del premio vorrà dire che dell'evento avrà visto solo la superficie celebrativa, non il caos che ribolle sotto la superficie.

Un premio così non si riceve soltanto. Lo si medita, lo si interroga, come nella Grecia antica s'interpellava l'oracolo di Delfi. Anche perché il responso non muta, nei millenni: conosci te stesso, ripeterà. Conosci il tradimento delle promesse iniziali e il ridicolo delle tue apoteosi. Prova a capire come mai l'Unione non sveglia più speranze ma diffidenza, paura, a volte ribrezzo.

Rimasta a metà cammino, l'Europa non è ancora l'istituzione sovranazionale che preserva la democrazia e lo Stato sociale. Viene identificata con uno dei suoi mezzi - l'euro - come se la moneta e le misure fin qui congegnate fossero la sua finalità, il suo orizzonte di civiltà. La fissazione sui piani di salvataggio finanziario e il rifiuto di ogni via alternativa hanno fatto perdere di vista la democrazia, e la solidarietà, e l'idea di un'Europa che, unita, diventa potenza nel mondo.

L'ideale sarebbe se l'Europa non andasse a prendere il premio, e comunicasse al Comitato Nobel che i propri cittadini (non gli Stati, ben poco meritevoli) verranno a ritirarlo quando l'opera sarà davvero voluta, e di conseguenza compiuta. Quando avremo finalmente una Costituzione che - come nella Federazione americana - cominci con le parole "Noi, cittadini....". Quando ci si rimetterà all'opera, e ci si spoglierà della noia di ricominciare la storia. I sotterfugi tecnici non durano: durano solo le istituzioni. La svolta è politica, mentale, e proprio come nel 1945, è la massima di sant'Agostino che toccherà adottare: Factus eram ipse mihi magna quaestio - Io stesso ero divenuto per me un grosso problema, e un grosso enigma.

(15 ottobre 2012)

venerdì 12 ottobre 2012

Nobel per la pace alla Unione europea "Per oltre 60 anni in difesa della democrazia"

IL CASO

Il riconoscimento alla Ue "per i suoi sforzi per l'avanzamento della pace, della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani". Barroso: "Anche nei momenti difficili siamo riusciti a dare ispirazione alla comunità internazionale". Monti: "Studiata e ammirata in tutto il mondo". Ma non tutti concordano. Farage, leader del partito indipendentista britannico: "Una disgrazia totale"

OSLO - Il premio Nobel per la pace 2012 è stato attribuito all'Unione Europea, che "per oltre 60 anni ha contribuito all'avanzamento della pace, della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa". Un riconoscimento arrivato, a sorpresa, in una delle fasi più critiche dell'Unione, messa a dura prova dalla crisi economica.

Dando l'annuncio ufficiale ad Oslo il presidente del comitato norvegese Thorbjoern Jagland ha sottolineato come la Ue e i suoi predecessori abbiano contribuito "per oltre 60 anni alla pace e alla riconciliazione, alla democrazia e ai diritti umani". Motivando il premio 1, il comitato ha ricostruito le vicende storiche dal dopoguerra a oggi, con particolare attenzione alla crisi:"l'Unione Europea è attualmente in una fase di gravi difficoltà economiche e forti tensioni sociali". Ma, prosegue la nota, il comitato intende concentrarsi "su ciò che vede come risultato più importante dell'Ue: la lotta per la pace e la riconciliazione e per la democrazia e i diritti umani. Il ruolo di stabilizzazione svolto dall'Ue ha contribuito a trasformare la maggior parte d'Europa da un continente di guerra a un continente di pace".

Le reazioni. Fra le primissime reazioni quella del presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, che si è detto "onorato e toccato". Subito dopo, su twitter, il presidente della Commissione Ue, José Manuel Durao Barroso ha scritto: "è un grande onore per l'intera Unione europea e per tutti i 500 milioni di cittadini Ue essere premiati con il Nobel per la pace 2012". Più tardi, in conferenza stampa, Barroso ha commentato il premio dicendo che l'Unione europea "è qualcosa di molto prezioso per il bene degli europei e del mondo". Il riconoscimento, ha aggiunto, "dimostra che anche in questi periodo complicati siamo riusciti a dare ispirazione alla comunità internazionale. Il comitato per i Nobel sta lanciando un messaggio importante: l'Ue ha lavorato bene. E noi ne siamo onorati".

Per il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, si tratta di un enorme onore, e del "più forte riconoscimento possibile delle profonde motivazioni politiche dietro la nostra Unione". Angela Merkel sottolinea invece "l'incoraggiamento agli sforzi per la pace", nelle motivazioni del premio. E ammonisce: "Dico spesso che l'euro è più di una moneta" e "proprio in questo momento non lo dobbiamo dimenticare".

"E' il grande senso dell'Europa che esce, perché l'Europa è nata per la pace", dice Romano Prodi. "I padri fondatori hanno voluto farla per costruire la pace in Europa che non c'era mai stata per nemmeno una generazione e adesso l'abbiamo avuta per 60 anni. Il compito più grande è stato compiuto". L'ex premier è protagonista di un curioso episodio: ha replicato con un sms, in diretta, ai conduttori e agli ospiti del programma radiofonico "Caterpillar A.M", Radio2 Rai, nel quale i conduttori, in particolare Marco Ardemagni, sollecitavano un commento personale dell'ex leader dell'Ulivo. "Dalla fine dell'Impero romano mai una generazione senza ragazzi morti in guerra. L'Ue ci ha dato 60 anni di pace. Vi pare poco?" - ha scritto Prodi sul messaggio, arrivato all'altra conduttrice Natascha Lusenti.

Per Giorgio Napolitano si tratta di una grande, semplice e spesso trascurata verità storica: "l'integrazione europea è nata innanzitutto come progetto di pace", dice il presidente della Repubblica. Del premio gioisce anche
Mario Monti: "la formula stessa dell'integrazione rivolta a impedire la guerra e a promuovere la pace, sperimentata per molti decenni, è oggetto di studio e ammirazione in altre parti del mondo", commenta il presidente del Consiglio.

"E' il coronamento di oltre 60 anni di processo di integrazione economica e politica che ha assicurato il più lungo periodo di pace e prosperità della storia del nostro continente", ha detto il vicepresidente della Commissione Ue Antonio Tajani.

Non tutti però concordano. "Il Nobel all'Unione europea, quando Bruxelles e tutta l'Europa stanno collassando nella miseria. Il prossimo cosa sarà? Un oscar a Van Rompuy?" ironizza l'euroscettico olandese, Geert Wilders. Stesso registro per Nigel Farage, a capo del britannico Independence Party: "è una disgrazia totale", ha detto, "e porta discredito al premio Nobel". 

Norvegia: congratulazioni, ma il nostro ingresso non è in agenda. Ad attribuire il premio all'Unione europea è stato un Paese che finora ha deciso di rimanerne fuori. E se i membri Comitato norvegese hanno votato il riconoscimento all'unanimità, i loro concittadini sono rimasti sempre stati divisi sulla questione e in due referendum, nel 1972 e nel 1994 hanno votato contro l'adesione all'Ue. Dal premier norvegese Jens Stoltenberg sono arrivate congratulazioni alla Ue, ma l'ingresso nell'Unione, ha ribadito, "non è nell'agenda di Oslo". Felicitazioni, quindi, ma strettamente separate dalle relazioni tra Ue e Norvegia.

Notizia anticipata dalla tv NRK. La prima ad anticipare la notizia del riconoscimento all'Europa è stata la televisione pubblica norvegese NRK, un'ora prima dell'annuncio ufficiale.
(12 ottobre 2012)

mercoledì 10 ottobre 2012

La Weimar greca

da www.repubblica.it

IL COMMENTO

di BARBARA SPINELLI Forse si muove qualcosa, nella mente della potenza tedesca che da anni comanda in Europa sapendola solo dividere, non guidarla e federarla?

Ancora non è chiaro, ma se Angela Merkel ieri è corsa a Atene 1 - dove la sua politica e il suo Paese sono esecrati, dove è stato necessario militarizzare la capitale per domarne la collera - vuol dire che vi sono elementi nuovi, che destano spavento a Berlino. Uno spavento che si è dilatato, dopo l'intervista di Antonis Samaras al quotidiano Handelsblatt di venerdì. Sono parole diverse dal solito: il Premier greco non si sofferma sui debiti, né sul Fiscal Compact, né sul Fondo salva-Stati approvato lunedì a Lussemburgo. La prima visita del Cancelliere, invocata da Samaras, avviene perché si comincia a parlare dell'essenziale: di storia, di memorie rimosse e vendicative, di democrazia minacciata. Estromessa, la politica prende la sua rivincita e fa rientro. Caos è il vocabolo usato nell'intervista, e il caos impaura la Germania da sempre. Anche perché quel che le tocca vedere è una replica: più precisamente, la replica di una storia che Berlino finge di dimenticare, ma che è gemella della sua.

Il caos, i tedeschi sanno cos'è: specie quello di Weimar, quando la democrazia, stremata dai debiti di guerra e dalla disoccupazione, cadde preda di Hitler. È lo scenario descritto da Samaras: Weimar è oggi a Atene, e anche qui incombe una formazione nazista, che si ciba di caos e povertà. Alba dorata ha ottenuto alle elezioni il 6,9 per cento, ma oggi nei sondaggi è il terzo partito. I suoi principali nemici sono l'Unione, e tutto quel che l'Europa ha voluto essere dal dopoguerra: luogo di tolleranza democratica, di assistenza ai deboli attraverso il Welfare.

Lo straripare della disoccupazione, spiega Samaras, dà le ali a un partito che non ha eguali in Europa, tanto esplicita è la sua parentela con il nazismo e perfino con i suoi simboli (una variazione della svastica). L'odio dell'immigrante, del gay, del disabile, è la sua ragion d'essere. Se l'Europa non aiuta la Grecia dandole più tempo, a novembre le casse statali saranno vuote e può succedere di tutto. In parlamento i deputati nazisti si fanno sempre più insolenti, sicuri. L'ex Premier George Papandreou è bollato come "greco al 25 per cento": la madre è americana. Ogni nuovo emigrato va tenuto lontano, con mine anti-uomo lungo le frontiere.
Non è male che infine si cominci a dire come stanno davvero le cose, e quel che rischiamo: non tanto lo sfaldarsi dell'euro, quanto il tracollo delle mura che l'Europa si diede quando nacque. Mura contro le guerre, contro le diffidenze nazionaliste, contro la logica delle punizioni. Fare l'Europa significava dire No a questo passato mortifero, ed ecco che esso si ripresenta nelle stesse vesti. Per la coscienza tedesca, uno scacco immenso: la storia le si accampa davanti come memento e come Golem, da lei stessa resuscitato.
Oltrepassare i calcoli sull'euro e sondare verità sin qui nascoste aiuta a scoprire quel che Atene sta divenendo: un capro espiatorio. Un laboratorio dove si sperimentano ricette costruttiviste e al tempo stesso si collauda la storia che si ripete: non come tragedia, non come farsa, ma come memoria stordita, morta.

Come possono i tedeschi scordare il muro portante del dopoguerra, e cioè la coscienza che la punizione nei rapporti tra Stati è veleno, e che i debiti bellici della Germania andavano perciò condonati? Nell'accordo di Londra sul debito estero, nel '53, fu deciso di prorogare di 30 anni il rimborso, e di esigerlo solo qualora non avesse impoverito la Repubblica federale. I greci non l'hanno dimenticato: un comitato di esperti sta calcolando quel che Berlino deve a Atene per i disastri dell'occupazione hitleriana (circa 7,5 miliardi di euro). "Le riparazioni non sono più un problema", replica il governo tedesco. Lo saranno di nuovo, se il castigo ridiventa criterio europeo come nel 1918 verso la Germania.

La Grecia certo non è senza colpe. All'indisciplina di bilancio s'accoppiano la corruzione politica, l'enorme evasione fiscale. Il caos è in buona parte endogeno, come sostenne Alexis Tsipras del partito Syriza quando mise al primo punto del programma la lotta ai corrotti. Ma è un caos non più grave dell'italiano, e anche se Syriza ha manifestato ieri contro la Merkel, assieme ai sindacati, è scandaloso che il Cancelliere si rifiuti di incontrare il primo partito d'opposizione, solo perché le ricette anti-crisi sono ritenute fallimentari.

In fondo non c'è bisogno di Samaras, per penetrare la realtà greca ed europea, e ammettere che nessuno può sopportare una recessione quinquennale. Basta leggere blog e libri indipendenti. Bastano i testi di storia, che raccontano di un paese dove la resistenza antinazista non fu artefice della democrazia postbellica come in Italia, ma venne perseguitata ed esiliata dagli anglosassoni: il potere militare fu da loro favorito per decenni (colonnelli compresi).

I romanzi di Petros Markaris sul commissario Kostas Charitos  - una specie di Montalbano greco -  sono conosciuti in Italia. L'ultimo, pubblicato da Bompiani nel 2012, s'intitola L'Esattore, e narra di un assassino seriale che elimina uno dopo l'altro grandi evasori e politici corrotti, visto che lo Stato non sa né vuole agire. L'assassino assurge a eroe nazionale, gli indignados di Piazza Sìntagma vogliono candidarlo: "L'Esattore nazionale è un Dio!", gridano. Oggi esce in Francia un film di Ana Dumitrescu, Khaos, che raffigura il pandemonio ellenico. Dicono nel film: "Il pericolo è che la collera del popolo si trasformi in terribile bagno di sangue, sostituendosi all'azione politica".

Il sottotitolo di Khaos è "i volti umani della crisi": volti che la trojka non vede, né la Merkel, né i governi del Sud Europa che trattano Atene come paria, per paura d'esser confusi con essa. Ma il paria parla di noi, e dell'Europa tutta. Habermas probabilmente pensava alla Grecia, nel discorso tenuto il 5 settembre davanti al partito socialdemocratico: i piani di austerità delineano, ovunque, un percorso post-democratico. Quel che assottigliano non è tanto la sovranità assoluta degli Stati nazione  -  oggi anacronistica -  quando la sovranità del popolo, che è costitutiva della democrazia e non è affatto obsoleta. I diritti sovrani sottratti tramite Patto fiscale e Fondo salva-stati semplicemente evaporano, "perché non trasferiti verso un autentico, democratico legislatore europeo". Il potere resta nelle mani di trojke e Consigli dei ministri non eletti dai cittadini europei, o di tecnici che possedendo la scienza infusa pretendono di superare gli Stati nazione da soli, e surrettiziamente.

"Credo che questo sia il prezzo che paghiamo alla soluzione tecnocratica della crisi", conclude il filosofo: "In tale configurazione, imbocchiamo un percorso postdemocratico che approderà a un federalismo esecutivo. La democrazia si perde per strada, e tutti mancheremo l'occasione di regolare i mercati finanziari (...). Un esecutivo europeo del tutto indipendente da elettorati che possano essere democraticamente mobilitati smarrirà ogni motivazione e ogni forza per azioni di contrasto".

L'ora della verità è quella in cui i numeri non occupano l'intero spazio mentale, e in scena fanno irruzione la storia, le memorie scomode delle guerre europee e dei dopoguerra. Per questo sono importanti l'allarme di Samaras, il disagio che ha suscitato in Germania, l'impervia corsa della Merkel a Atene. Qualcosa si muove: non necessariamente in meglio, ma almeno si è più vicini al vero. Si chiama Alba dorata il pericolo greco, ed è alba tragica. All'orizzonte si staglia la figura dell'Esattore Nazionale, salutato come Apollo vendicatore: che viene e uccide i traditori della democrazia. È così, dai tempi dell'Iliade, che dalle nostre parti iniziano le guerre.
(10 ottobre 2012)

venerdì 5 ottobre 2012

Grecia: "Liquidità fino a novembre Siamo come la Germania di Weimar"

da www.repubblica.it

la crisi

Il primo ministro ellenico Samaras lancia l'allarme: senza la nuova tranche di aiuti di Ue, Fmi e Bce la casse dello stato sono destinate a rimanere vuote nel giro di un mese. "Siamo davanti alla sfida più difficile della nostra storia". La prossima settimana è in programma la prima visita greca di Angela Merkel dall'inizio della crisi

MILANO - La Grecia non avrà più liquidità a novembre se non riceverà la prossima tranche di aiuti da 31,5 miliardi dalla troika (Ue, Fmi e Bce). Lo ha dichiarato il primo ministro ellenico, Antonis Samaras, in un'intervista al quotidiano tedesco 'Handelsblatt'. Senza aiuti la Grecia sopravviverà "fino alla fine di novembre - ha detto Samaras - dopo di che le casse saranno vuote". Il paese, ha ribadito il primo ministro, "ha bisogno di più tempo per portare avanti il risanamento dei conti", mentre "non è detto che abbiamo bisogno di più liquidità". La democrazia greca, ha sottolineato con forza Samaras, "si trova davanti alla sfida più difficile della sua storia". La coesione sociale è in pericolo a causa "del continuo aumento della disoccupazione, così come è successo in Germania verso la fine della repubblica di Weimar". Se l'esecutivo guidato da Samaras "dovesse fallire, ci sarà il caos" e per questo c'è consenso verso il corso scelto dal nuovo governo perché i greci "capiscono che si tratta dell'ultima opzione". Il paese, malgrado le difficoltà, "è pronto ai sacrifici" pur dopo aver "perso oltre un terzo della sua ricchezza nel giro di cinque anni".

Sul fronte delle trattative tra Europa rigorista del nord e paesi in crisi del Sud c'è da segnalare che il cancelliere tedesco, Angela Merkel, si recherà martedì prossimo in visita ufficiale ad Atene per un vertice bilaterale, nel corso del quale vedrà il premier ellenico, Antonis Samaras. Lo ha annunciato il portavoce del governo tedesco a Berlino, spiegando che si tratta di una visita "normale" dominata dalla "difficilissima situazione" attraversata dalla Grecia. La Germania, ha sottolineato il portavoce, "vuole aiutare la Grecia a stabilizzarsi nell'eurozona". I principali temi in discussione saranno "la situazione in Grecia e nell'eurozona, le questioni internazionali e le relazioni bilaterale tra i due paesi". Si tratta della prima visita di Angela Merkel in Grecia dall'inizio della crisi dell'eurozona.

 
(05 ottobre 2012)

mercoledì 3 ottobre 2012

Europarlamento, la scelta dei grandi partiti "Candidato unico per le prossime elezioni"

da www.repubblica.it

Le principali famiglie politiche pronte a fare un passo avanti importante per il futuro dell'Unione: al voto del 2014 proporranno un solo candidato. I primi a battere un colpo sono stati i socialisti, ma anche popolari e liberali stanno decidendo su chi puntare

di ALBERTO D'ARGENIO BRUXELLES - Di fronte alle dormite dei governi che annunciano di voler riformare l'Unione europea ma poi a parte i grandi temi legati dall'euro non vogliono innovare nulla, potrebbero essere i grandi partiti all'Europarlamento a far fare un importante passo avanti all'Unione. Uno dei temi maggiormente dibattuti in questi anni di crisi e austerità è quello della legittimazione democratica dell'Ue. Oggi assai scarsa, con un Parlamento che conta quel che conta, una Commissione (ovvero l'esecutivo) il cui presidente viene scelto dai governi e dove il Consiglio europeo, ovvero i summit dei leader, che prende le decisioni che contano su impulso dei due o, ora con l'Italia di Monti, dei tre governi più influenti. Una situazione che da anni sta portando mezzo miliardi di cittadini europei a perdere fiducia nelle istituzioni di Bruxelles e a lanciarsi in una pericolosa (e controproducente) deriva euroscettica. Eppure di questo tema il rapporto sul futuro dell'Unione preparato dal presidente del Consiglio europeo, Hermann Van Rompuy, nulla dice. Evidentemente per il cauto fiammingo è un argomento troppo delicato da sottoporre ai governi.

Il primo a battere un colpo per superare lo stallo è stato il Partito socialista europeo che venerdì nel documento conclusivo del suo vertice a Bruxelles ha inserito la decisione di associare il nome di un proprio candidato alla presidenza della Commissione in occasione delle elezioni europee del 2014 . In sostanza, tutti i suoi partiti nazionali, in Italia il Pd, si impegneranno a votare l'uomo scelto
in modo che se il Pse vincerà le elezioni manderà a guidare l'esecutivo comunitario un nome indicato prima dell'apertura delle urne e sul quale tutti hanno fatto campagna elettorale. Che dovrebbe essere l'attuale presidente del Parlamento europeo, il socialdemocratico tedesco Martin Schulz. Un modo per restituire peso e slancio politico a Bruxelles dopo i due impalpabili mandati del conservatore portoghese Barroso. La cui debolezza, per molti osservatori, è uno dei fattori che spiegano la debolezza con la quale l'Europa ha risposto alla crisi. La cui gestione, in effetti, è stata affidata esclusivamente ai governi, limitati nelle loro scelte da rivalità, interessi di parte e continue campagne elettorali.

I tempi di un Delors, ma in parte anche di un Prodi, capace  di lottare alla pari con le capitali per portare avanti le proprie proposte sono lontanissimi. La scommessa del Pse, e secondo molti la vincerà, è che di portarsi dietro anche le altre famiglie politiche dell'Europarlamento, in modo che ognuno dichiari prima del voto chi sarà il proprio candidato alla Commissione in caso di vittoria. E già circolano i primi nomi. Il Partito popolare europeo (il Ppe al quale per l'Italia aderiscono Pdl e Udc) dovrebbe convergere su Viviane Reding, lussemburghese già tre volte commissario Ue, o sul premier polacco Donald Tusk. I liberali puntano invece sull'ex premier belga Guy Verhofstadt. Sarebbe un modo tutto politico per aggirare le inefficienze dei governi e rilanciare l'integrazione europea.
(03 ottobre 2012)

lunedì 1 ottobre 2012

Milliband al congresso dei laburisti: «Stop allo strapotere delle banche. Sembrano dei casinò»

da www.ilsole24ore.com

Il Leader Laburista Ed Miliband. (Epa)Il Leader Laburista Ed Miliband. (Epa)
Attacco frontale alle banche: il leader laburista Ed Miliband, alla ricerca di popolarità, ha minacciato nuove leggi per forzare la separazione tra investment bank e banche retail. Nel primo giorno del congresso del partito laburista a Manchester, Miliband ha accusato il Governo di coalizione di essere troppo ‘morbido' con il settore finanziario responsabile della crisi e ha invocato un "capitalismo piú responsabile".
Il nostro messaggio alle banche è "molto chiaro", ha detto Miliband: «O cambiano da sole e una volta per tutte, in modo che le banche retail non facciano più parte della divisione ‘casinó', oppure il prossimo Governo laburista approverà una legge per forzare la separazione. C'è bisogno di un profondo cambiamento reale e culturale».
Le proposte del rapporto Vickers, commissionato dal Governo per riformare il settore bancario, vanno approvate in toto, secondo Miliband, non annacquate come rischia di accadere. Il "muro" tra le due divisioni delle banche deve essere solido e invalicabile.
Il leader laburista ha anche promesso più concorrenza nel settore: un suo Governo costringerebbe le cinque grandi banche a vendere almeno mille filiali ad istituti piú piccoli e faciliterebbe la transizione dei risparmiatori da una banca all'altra mantenendo lo stesso numero di conto corrente.
Sul fronte fiscale Miliband ha detto che se diventerà premier riporterà l'aliquota massima al 50%, affermando che la decisione del Governo di ridurla al 45% significa di fatto che «David Cameron consegnerà un assegno da 40mila sterline a ogni singolo milionario in Gran Bretagna».
Oggi nel suo discorso al congresso il cancelliere-ombra Ed Balls annuncerà l'intenzione di spendere almeno 3 miliardi di sterline per costruire 100mila case popolari. I proventi della vendita delle licenze per la telefonia mobile 4G verranno utilizzati per rilanciare l'edilizia popolare.
«Ci impegniamo a utilizzare i soldi dalle vendita 4G e costruire per i prossimi due anni: centomila case da acquistare o affittare, per creare centinaia di migliaia di posti di lavoro e far ripartire l'edilizia, - dirá Balls nel suo discorso, alcuni brani del quale sono stati anticipati stamattina. – Basta chiacchiere, ora ci vogliono azioni concrete per rilanciare la crescita. Se l'economia non cresce, è impossibile far scendere il deficit».

mercoledì 26 settembre 2012

Catalogna, referendum anche senza ok governo Mas annuncia elezioni anticipate il 25 novembre

da www.repubblica.it

Il presidente dell'esecutivo regionale ha annunciato al parlamento di Barcellona che la consultazione popolare si svolgerà in ogni caso, anche se secondo la costituzione spagnola, i referendum possono essere convocati solo dalle autorità centrali. Arrestate 35 persone dopo le proteste di ieria Madrid

MADRID - Il governo catalano convocherà un referendum sull'indipendenza della regione spagnola. Lo ha detto oggi il presidente dell'esecutivo regionale, Artur Mas, intervendo al parlamento di Barcellona. "La consultazione - ha affermato - si svolgerà in ogni caso. Se si potrà fare con un referendum autorizzato dal governo, meglio. Altrimenti ci sarà comunque".

Ieri Mas ha annunciato elezioni anticipate per il 25 novembre, che di fatto saranno già una sorta di referendum sull'avvio di un processo di autodeterminazione della Catalogna. La crisi economica ha alimentato i sentimenti nazionalisti e lo scorso 11 settembre più di un milione di persone è sceso in strada a Barcellona per chiedere l'indipendenza.

Principale motivo di scontro con Madrid è il rifiuto del governo conservatore di Mariano Rajoy di concedere autonomia fiscale alla Catalogna. Secondo la costituzione spagnola, i referendum possono essere convocati solo dalle autorità centrali e non dalle regioni.

Proteste a Madrid, 35 arresti. Si sono sciolti alla Puerta del Sol all'una di questa mattina anche gli ultimi capannelli di attivisti che erano arrivati a Madrid da tutta la Spagna per partecipare alla manifestazione contro i tagli che in serata era degenerata in una vera e propria battaglia con la polizia in cui 35 manifestanti sono stati arrestati, secondo quanto riporta il Pais, e 64 persone, tre cui 27 poliziotti, sono rimaste ferite. Una delle vittime è in gravi condizioni. Dopo lo scioglimento della manifestazione di fronte al Parlamento, dove era in corso una seduta per discutere i nuovi tagli di bilancio, i disordini si sono spostati alla stazione di Atocha, con scontri fino alle piattaforme dei treni. Altri manifestanti, fra i 200 e i 300 si sono ritrovati alla Puerta del sol in nottata per un'assemblea improvvisata.

 
(26 settembre 2012)

mercoledì 12 settembre 2012

Olanda, liberali avanti di misura Crolla l'ultradestra euroscettica

da www.repubblica.it

Si rinnovano i 150 seggi della Camera. Dai primi exit poll il partito liberal-conservatore europeista del premier Mark Rutte (Vvd) è in testa di un seggio sui laburisti filo-Ue del Pvda. Lo sfidante di centrosinistra Samsom si è detto pronto a una possibile coalizione post-voto. I partiti in lizza sono 21

L'AJA - In Olanda vince l'Europa. Si profila infatti una vittoria netta, quasi storica e inattesa in queste dimensioni, per i due maggiori partiti in gara, entrambi europeisti: secondo i primi exit poll della rete televisiva olandese Nos, i conservatori del Vvd del premier uscente Mark Rutte e i laburisti del PvdA di Diederik Samsom sono cresciuti di 10 seggi ciascuno con una leggera prevalenza del primo. Il partito liberal-conservatore di Rutte (Vvd) è in testa di un seggio sui laburisti del Pvda (41 a 40, ne aveva 31), mentre i laburisti del PvdA salgono a 40 (ne avevano 30). Insieme i due partiti contano quindi 81 seggi (sui 150 della Camera olandese) e  - seppure divisi da elementi programmatici - possono sulla carta dar vita a una maggioranza di govero filo-Ue.

L'ultradestra euroscettica di Geert Wilders (Pvv) è data in crollo (- 13 seggi). I socialisti di Emile Roemer (pure euroscettici, ma da posizioni di sinistra) sono indicati invece allo stesso livello delle precedenti elezioni (15 seggi).

Quasi 13 milioni di olandesi (12.696.193 secondo i dati ufficiali) hanno votato in elezioni anticipate seguite in tutta Europa, ma nelle quali gli ultimi sondaggi assegnavano una vittoria alle forze moderate e pro-euro, tagliando fuori le ali euroscettiche del frammentato schieramento politico del Paese.

Il voto appare come una vera e propria boccata di ossigeno contro il sentimento anti-Ue che serpeggia nella quinta economia della zona euro, dove molti elettori sono stanchi delle politiche di salvataggio necessarie per le nazioni più indebitate tra i Ventisette. Nonostante una campagna dominata dalla retorica anti-Bruxelles, il voto di oggi potrebbe consegnare il governo a una coalizione centrista che confermerebbe le politiche di austerity e i tagli di bilancio richiesti dall'Ue. I due principali rivali, in un dibattito televisivo che ha messo fine martedì sera alla campagna elettorale, hanno detto chiaramente che sono pronti un possibile patto post-voto, ricordando che l'Olanda è "un Paese di coalizioni".

Allo stato dei sondaggi infatti un'alleanza fra i due sembra inevitabile, e con la probabile aggiunta di almeno un terzo alleato, in funzione di junior partner, che gli analisti individuano nell'altrettanto filoeuropeo partito democratico centrista D66 di Alexander Pechtold. Non sembra al momento all'orizzonte un'alleanza invece con i cristiano-democratici del Cda di Sybrand van Haersma, penalizzato nei sondaggi e i cui elettori non perdonano la precedente alleanza con l'ultradestra di Geert Wilders, che in aprile fece poi cadere il governo che appoggiava dall'esterno per non avallare pesanti tagli al bilancio chiesti dall'Ue.

Il Pvv di Wilders è fuori dai giochi al momento, in calo, come sembra ridimensionata la sinistra antieuropeista del leader socialista (Sp) Emile Roemer, che fino a qualche settimana fa era la star della campagna elettorale, perdendo poi consensi a vantaggio dei laburisti di Samsom. Il PvdA di Samsom è filoeuropeo, favorevole all'euro, ma chiede di dilazionare i tempi del risanamento del bilancio e chiede di dare più tempo alla Grecia e agli altri Paesi in difficoltà nell'eurozona. Il Vvd di Rutte ha invece una tabella di marcia molto stretta per il suo programma di austerità per riportare il bilancio sotto il 3% del pil entro l'anno prossimo, e ha dichiarato di essere contrario a ogni altro aiuto alla Grecia.

Programmi che fanno intravedere lunghe trattative e accomodamenti nei prossimi mesi - com'è costume del resto in Olanda - per formare una maggioranza, dai contorni ancora incerti. I partiti in lizza sono 21, eletti con un sistema proporzionale puro con un unico collegio nazionale, ma si ritiene che solo una decina ce la faranno a entrare alla Camera dei Deputati. Le urne sono state aperte alle 7 di questa mattina, anche se alcuni seggi hanno aperto alle 6 per favorire il voto dei molti pendolari - ci sono anche 40 seggi presso le stazioni ferroviarie. I seggi distribuiti nelle 12 province olandesi erano circa 10 mila, 40 mila gli scrutatori. I seggi hanno chiuso alle 21. L'affluenza alle urne è stata del 27% circa nel primo pomeriggio, con un leggero calo dal 29% delle elezioni del giugno 2010. Due anni fa l'affluenza era stata del 75%.
(12 settembre 2012)

domenica 9 settembre 2012

giovedì 30 agosto 2012

I timori di Angela sui successori dei tecnici "Ora ci preoccupa l'ondata dei populismi"

da www.repubblica.it

Il retroscena

Il faro adesso è acceso sull'Olanda che voterà il 12 settembre, in testa i partiti anti-Ue. Ma il Professore è diventato l'alleato-cardine per la nuova Europa
dal nostro inviato FRANCESCO BEI

BERLINO - "Siamo molto preoccupati per quello che potrà accadere con le elezioni in Italia". Angela Merkel l'ha ripetuto ieri a Mario Monti nella colazione di lavoro al primo piano della bianca "Bundeskanzleramt", davanti alla porta di Brandeburgo. Ma per una volta non è il fantasma del ritorno di Berlusconi quello che agita la Cancelliera, a cui piacerebbe comunque una permanenza del Professore a palazzo Chigi.

Al momento sembra abbiano fatto breccia le rassicurazioni che lo stesso premier ha fornito ai tedeschi riguardo al "principio di responsabilità" che, a suo avviso, avrebbe ormai contagiato irreversibilmente i tre partiti che lo sostengono in Parlamento. "Sono molto fiducioso sul fatto che c'è una maturazione dei partiti politici", ha confermato ieri Monti in conferenza stampa, "inoltre ormai ci sono vincoli europei da rispettare per tutti". No, la principale preoccupazione che si avverte da Berlino a Bruxelles è quella per la crescita impetuosa dei "populismi" di destra e di sinistra che spuntano in Europa come funghi. In Italia e altrove.

Ne hanno discusso due sere fa a Bruxelles anche Josè Barroso e Mario Monti, dopo che il presidente della Commissione aveva analizzato la questione con vari parlamentari europei. E Monti ha riportato le sue valutazioni alla Merkel. Il faro è acceso oggi sull'Olanda, che andrà al voto anticipato proprio il 12 settembre, lo stesso giorno in cui la corte di Karlsruhe farà conoscere il suo verdetto sulla compatibilità del fondo Salva-Stati con la costituzione tedesca. Si avvicina dunque un giorno fatidico, in cui l'intera costruzione elaborata in questi mesi potrebbe vacillare sotto il maglio dei giudici tedeschi, gelosi della sovranità tedesca, e degli elettori olandesi arrabbiati con l'Europa.

I sondaggi, valutati ieri a Berlino, danno infatti in testa i due principali partiti anti-Ue: i populisti di destra di Geert Wilders e il partito socialista di Emile Roemer, la versione arancione della Syriza greca. Qualunque sarà il risultato sarà un guaio per il futuro dell'euro. E la prospettiva in Italia, anche se probabilmente spostata nel tempo, vede comunque una avanzata delle forze che giudicano Bruxelles come una matrigna da cui fuggire, dal Movimento 5 stelle di Grillo fino alla Lega. Per questo Merkel e Monti hanno valutato che non c'è un minuto da perdere, occorre erigere un cordone difensivo intorno all'euro e al processo di integrazione politica. E in queste ultime settimane è stato intenso il lavorio diplomatico dietro le quinte portato avanti dal ministro Moavero con il suo collega tedesco Meyer-Landrut, incentrato anche sul rafforzamento del mercato unico. Un'azione, quella portata avanti dal premier e dal ministro in Germania ed Europa, che ha consentito ieri di incassare comunque la "promozione" dell'Italia da parte della Merkel: l'Italia può farcela da sola. Nonostante i timori per un futuro politico incerto.

La Cancelliera, come prima cosa, ieri ha messo a tacere i falchi di casa sua con un messaggio molto forte in chiave interna: giù le mani da Draghi, via libera alle "misure non convenzionali" per difendere la moneta unica. "La Bce prepara le sue decisioni, la Bce è indipendente", ha scandito durante la conferenza stampa con Monti. E' un altolà indiretto al presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, contrario a "drogare" i paesi in difficoltà con l'aiuto della banca centrale. L'altro fronte su cui accelerare è quello dell'integrazione europea: unione bancaria, supervisione europea dei bilanci nazionali, maggiore potere alla Bce e alla Commissione.

Il commissario Barnier ha lavorato tutto agosto su una bozza di unione bancaria da presentare a metà settembre. Il progetto prevede la centralizzazione in capo all'Eurotower della sorveglianza sulle banche. Barroso ha anticipato il piano martedì sera a Monti, chiedendogli una mano a convincere la Merkel. La Germania infatti vorrebbe che la Bce controllasse soltanto i 25 istituti bancari più grandi del Continente, senza arrivare alle potenti casse di risparmio regionali. "Si sono fatti passi avanti su tutto", riferiscono fonti della delegazione italiana.

L'altra questione su cui si sarebbe trovato un compromesso è quella della revisione dei trattati europei. Secondo la Merkel è necessario un nuovo trattato per fissare la futura costituzione di quella che sembrerà sempre più simile a una vera federazione. Monti, anche per formazione, è più pragmatico, conosce bene i rischi legati alla riscrittura dei trattati, sa che in alcuni paesi un referendum potrebbe far saltare tutto. "Ci siamo accordati - riferisce uno sherpa presente a Berlino - che dobbiamo intanto portare a casa la sostanza dell'integrazione e soltanto in un secondo momento preoccuparci della questione di un eventuale nuovo trattato". Fare in fretta, perché la casa brucia. Anche con la questione più difficile, quella della Grecia, l'intesa tra Monti e Merkel ha il sapore del compromesso dettato dal realismo politico.

"I greci - spiega un diplomatico - non parlano più di proroga di due anni, hanno capito che è controproducente. Intanto facciano anche loro i compiti a casa e poi valuteremo sulla base del rapporto della Troika ai primi di ottobre". Si dà insomma per scontato un approccio più soft con Atene, ma senza dirlo.
L'importante è spegnere l'incendio in fretta.
 
(30 agosto 2012)