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giovedì 26 maggio 2011

Capolinea per Mladic

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)


Latitante da quindici anni, il boia di Srebrenica si faceva chiamare Milorad Komadic

La scrittrice Dubravka Ugresic, nel suo libro Il museo della resa incondizionata, racconta che un giorno, durante l'assedio di Sarajevo, il comandante delle truppe serbo-bosniache, generale Ratko Mladic, osservasse la città da una delle postazioni che la circondavano.

Nel mirino imprigionò l'immagine di un suo conoscente. Mladic lo chiamò al telefono e gli disse: ''Hai cinque minuti per prendere gli album delle fotografie. Poi colpiamo la zona di casa tua''. La Ugresic, citando un profugo bosniaco, sostiene che i profughi si dividono in due categorie: quelli con le fotografie e quelli senza le fotografie. Mladic, in quel modo, faceva dono al suo conoscente di una vita con diritto alla memoria. Perché è la memoria che lui e Radovan Karadzic, il leader politico dei serbo bosniaci, ritenevano il loro peggior nemico. L'ossessione, addirittura, di coloro che nella purezza etnica vedevano uno scopo. La memoria di quello che Sarajevo e la Bosnia rappresentava: una sorta di monumento alla multiculturalità, alle religioni, alle storie condivise.

Oggi, dopo quindici anni, è finita la fuga del ladro di memoria. E' finita come quella del suo sodale Radovan Karadzic, diversi ma uniti da un destino criminale. Karadzic è stato arrestato il 21 luglio 2008, a Belgrado, mentre prendeva un bus come mille altri. Si faceva chiamare Dragan Dabic, si era rifatto una vita come esperto di medicina alternativa. Il nome era quello di un militare bosniaco caduto in guerra. Perché i ladri di memoria non perdono mai il vizio. Mladic, invece, è stato catturato nel villaggio di Lazarevo, a 80 chilometri a nord-est di Belgrado; si faceva chiamare Milorad Komadic. E' finita anche per lui. Adesso la corte dell'Aja per i crimini commessi nella ex-Jugoslavia durante la guerra di Bosnia degli anni Novanta giudicherà anche lui.

Per gli stessi crimini di Karadzic: crimini contro l'umanità, la vita e la salute pubblica, genocidio, gravi violazioni delle convenzioni di Ginevra del 1949, omicidio e violazioni delle norme e delle convenzioni di guerra. Un macigno, più che un'incriminazione. La sua sua lunga latitanza, come quella di Karadzic (svanirono entrambi nel nulla nel 1996, dopo la firma degli Accordi di Dayton) sarà oggetto di indagini, o forse no. Secondo alcuni, l'allora inviato speciale delle Nazioni Unite, lo statunitense Richard Holbrooke (che è morto il 13 dicembre 2010), promise a Mladic e Karadzic l'impunità in cambio della loro uscita di scena. In fondo avevano ottenuto l'unico risultato possibile: la nuova Bosnia-Erzegovina sarebbe stata una repubblica mutilata, divisa in una federazione croato-musulmana e in una repubblica serba. Un mostro giuridico e amministrativo, che vive paralizzato come se non fosse mai passato il 1995.

Ma chi era Mladic? Un soldato, prima di tutto. Nulla a che vedere con la formazione del delirante Karadzic, poeta e psichiatra, divenuto politico nella sbornia nazionalista della dissoluzione jugoslava. Nato nel 1942, nella cittadina di Kalinovik, entra a diciotto anni nell'Armata Popolare Jugoslava. Scuola militare Zemun e Accademia Militare KOV, la scuola ufficiali più dura e prestigiosa. Ma non si è mai sentito troppo jugoslavo, lui. Il padre venne ucciso dagli Ustascia, i fascisti croati collaborazionisti di fascisti italiani e nazisti. Mladic si sentiva serbo, prima di tutto.
La morte del maresciallo Tito, nel 1980, dà il via al processo di disgregazione della Jugoslavia che porterà ai drammatici conflitti degli anni Novanta.

Bisognava costruire la Serbia del futuro, più grande possibile, inglobando i serbi che vivevano in Croazia e Bosnia. Fu un massacro, anche perché i progetti croati non erano meno aggressivi. La Bosnia ha pagato il prezzo più alto. Mladic ha comandato l'assedio di Sarajevo, il più lungo della storia di Europa. Mladic ha comandato l'assedio di Srebrenica, enclave musulmana che si trovava nel mezzo del percorso tra Belgrado e Banja Luka, i due punti di riferimento della serbità. Il 1995, si avvicinava la fine del conflitto. Non c'era più tempo da perdere.

Sotto gli occhi dei caschi blu dell'Onu, un contingente di olandesi, Mladic riceve l'ordine di fare piazza pulita. Saranno quasi ottomila le vittime di quel massacro, uomini e bambini musulmani. L'Olanda, proprio ieri, aveva ribadito per l'ennesima volta che fino a quando la Serbia non avesse catturato Ratko Mladic non c'era possibilità per Belgrado di aderire all'Ue. Adesso è finita e anche l'Olanda, per i suoi sensi di colpa, potrà smettere di truccare la memoria e di rubare il futuro ai serbi che non c'entrano niente.

Christian Elia

domenica 22 maggio 2011

Brema, votano i minorenni Giù la Merkel, i Verdi al 23%

Articolo tratto da "la Repubblica" (http://www.repubblica.it):

Per la prima volta in uno Stato sono chiamati al voto anche i giovani dai 16 anni in su. Secondo le proiezioni, la Cdu della cancelliera crolla al terzo posto. Prima la Spd, secondi i Gruenen, gli ecologisti tedeschi. La sfida dei ragazzini come una versione-soft della protesta spagnola dal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI BERLINO - Disfatta per il partito della cancelliera Angela Merkel e per i suoi alleati liberali alle prime elezioni in uno Stato in Germania in cui sono ammessi al voto anche i minorenni, cioè i giovani dai 16 anni in su. E'accaduto oggi a Brema, antica, splendida città-Stato anseatica del Nord tedesco. Nel più piccolo dei sedici Bundeslaender dellaRepubblica federale, la Cdu della signora Merkel crolla al terzo posto, sorpassata non solo dalla socialdemocrazia (Spd) che governa la città-Stato dall'instaurazione della democrazia dopo il '45 grazie ai vincitori-occupanti britannici e americani, ma anche dai Verdi. I Gruenen, gli ecologisti tedeschi, si rivelano sempre più la nuova forza trainante delle opposizioni di sinistra, e a lungo termine, a livello nazionale, ipotesi di un loro eventuale futuro accordo di coalizione con la Merkel non appaiono più impossibili.

Ecco come ha votato il primo Stato della Repubblica federale che si è affidato anche al "responso dei ragazzini", secondo le proiezioni di solito veloci e attendibili effettuate dalle tv pubbliche Ard e Zdf dopo la chiusura dei seggi, alle 18 locali e italiane: la Spd del popolare governatore Jens Boehrnsen, un'incarnazione dell'anima moderna e migliorista della sinistra, resta primo partito con un lusinghiero 38 per cento. I Verdi volano al 23 per cento e diventano quindi la seconda forza politica locale. Sorpassano oltre misura la Cdu della Merkel che precipita al 21,5 per cento. Peggio ancora va per i liberali (Fdp) del ministro
degli Esteri Guido Westerwelle, alleati sempre più deboli per la cancelliera: vanno sotto il 5 per cento, quindi non saranno più rappresentati nel Parlamento dello Stato. La loro corsa al declino appare ormai inarrestabile. Buono invece il risultato della Linke, la sinistra radicale composta da ex comunisti dell'est e transfughi da sinistra della Spd: va attorno al 6,5 per cento, quindi sicura della rappresentanza, e conferma il suo trend di prendere piede anche all'Ovest della Repubblica federale.

Per il governo federale, è un nuovo segnale di insoddisfazione e malcontento, nonostante l'economia tedesca sia la più forte (e quella dalla crescita più veloce) in tutta l'Unione europea, e nonostante la Merkel abbia voluto e saputo salvare il welfare tedesco. Il test della piccola Brema (circa 550 mila elettori) era ritenuto interessante soprattutto perché è stata la prima volta che i minorenni, dai 16 anni in su, sono stati chiamati a votare. L'idea era di avvicinare i giovani alla democrazia e risvegliare loro l'interesse nella politica. Ottima idea, ma per la Merkel e il suo partito non ha pagato. Città universitaria, sede di cantieri e antiche imprese portuali, location di importanti linee di montaggio Mercedes e di altre grandi aziende, grande magnete turistico ma alta disoccupazione, Brema col voto-sfida dei ragazzini ha reagito al governo federale quasi come con una versione soft della protesta spagnola, pur essendo lontana anni luce dalla Puerta del Sol di Madrid.

(22 maggio 2011)

giovedì 19 maggio 2011

Albania, cancellata la visita a Tirana di Barroso

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net), da quest'articolo in poi articoli anche sulla pagina fan di Facebook su "Il Mondo Futuro".

Il presidente dell'esecutivo Ue avrebbe dovuto recarsi domani nella capitale, ma ha annullato l'appuntamento a causa degli scontri post elettorali

Il presidente della Commissione europea, Jose Manuel Durao Barroso, ha annullato la sua visita in Albania prevista per domani, a causa degli scontri di questi giorni intorno alle elezioni per il sindaco di Tirana. La notizia è stata resa nota dalla portavoce dell'esecutivo Ue, Pia Ahrenkilde. Il presidente Barroso era atteso per domani nella capitale albanese insieme al commissario europeo all'Allargamento, Stefan Fule, nell'ambito di un tour che prevede tappe anche in Serbia e Kosovo.

"Secondo noi - ha spiegato la portavoce della Commissione Ue - sarebbe stato difficile rispettare l'obiettivo del viaggio, che era quello di discutere della prospettiva europea dell'Albania e di come far procedere il Paese lungo il percorso europeo. La visita non sarebbe avvenuta nelle condizioni necessarie per un incontro produttivo".

In questi giorni Tirana ha visto scontrarsi i sostenitori del Partito socialista e di quello democratico contro le forze di polizia, dopo che la Commissione elettorale ha ordinato un riconteggio dei voti. I primi risultati davano per favorito Edi Rama, leader socialista e sindaco uscente.