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domenica 16 ottobre 2011

Francia: Hollande è l'anti-Sarkozy, la Aubry ammette la sconfitta

(da www.ilsalvagente.it)

Netto il vantaggio del segretario del Partito socialista. Grande afllusso alle primarie.

Maddalena Tulanti

Sembra smepre più probabile che sarà Francois Hollande a sfidare, alle presidenziali del 2012, il presidente Nicholas Sarcozy.

Man mano che lo scrutinio del turno decisivo delle primarie procede, la concorrente Martine Aubry sembra, infatti, segnare il passo.

Quando sono state scrutinate 486.000 schede, di oltre 2.600 seggi, Hollande è al comando col 56,5%, mentra la Aubry è al 43,5%. La tendenza sembra consolidarsi con l'avanzare dei bollettini scrutinati.

A metà scrutinio, Martine Aubry ha ammesso la vittoria di Hollande e ha riconosciuto di aver perso.

sabato 8 ottobre 2011

Polonia alle urne, il premier Tusk tenta un'inedita conferma

(da www.ilsole24ore.com)

di Guido De Franceschi

Il premier Donald Tusk (Reuters)Il premier Donald Tusk (Reuters)

Nelle elezioni di domenica per il rinnovo del Parlamento polacco, il premier Donald Tusk punta a entrare nella storia. Se riuscisse a vincerle, sarebbe infatti il primo capo del governo di Varsavia "post 1989" a ottenere una riconferma. L'impresa acquisirebbe ulteriore valore se si considera che il primo mandato di Tusk, iniziato nel 2007, ha coinciso con lo scoppio e lo sviluppo di quella crisi economica internazionale che in tutta Europa ha comportato finora grandi difficoltà nelle urne per i premier uscenti.

D'altronde, il bilancio in campo economico-finanziario del governo di Donald Tusk, pur tra luci e ombre, è stato piuttosto positivo. Basti pensare che nel 2009, anno in cui tutti gli Stati dell'Unione europea videro una contrazione del proprio Pil (dal catastrofico -18 per cento della Lettonia al contenuto -1,9 di Cipro), la Polonia fu l'unico dei 27 a crescere (+1,6 per cento), per poi accelerare nel 2010 (+3,9 per cento) e nell'anno in corso, che dovrebbe chiudersi anch'esso con un avanzamento del Pil di poco inferiore al 4 per cento.

Fino a poche settimane fa, Tusk era autorizzato dai sondaggi a dormire fra soffici guanciali in vista dell'appuntamento elettorale di domani. Sembrava infatti ormai irreversibile il vantaggio accumulato da Piattaforma civica, il partito di centrodestra liberale e moderato che è guidato da Tusk e attualmente governa in coalizione con il piccolo Partito popolare polacco. Eppure, giunti quasi in zona Cesarini, ha ripreso improvvisamente lena Legge e Giustizia, il partito ultraconservatore dell'ex premier Jaroslaw Kaczynski, il cui fratello gemello Lech, che era presidente della Repubblica, è morto l'anno scorso in un incidente aereo in Russia, che ha ucciso insieme con lui numerosi componenti dell'establishment polacco. Le successive elezioni presidenziali hanno premiato Bronislaw Komorowski, candidato del partito di Tusk, Piattaforma civica.

Nei sondaggi più recenti, resi sempre più incerti dalla repentina impennata di Legge e Giustizia, il distacco tra le due principali formazioni politiche si è consistentemente ristretto. Nelle varie indagini sulle intenzioni di voto, la distanza tra Piattaforma civica e Legge e Giustizia varia da dieci a un solo punto percentuale, ma il partito di Kaczynski non è mai dato per vincente. Eppure gli analisti più attenti ricordano che quest'ultimo è spesso sottovalutato nei sondaggi e che, in ogni caso, sarà determinante per il risultato finale la maggiore o minore affluenza alle urne.

D'altra parte, non va dimenticato che quasi sicuramente né l'uno né l'altro dei principali partiti potrà avere una maggioranza assoluta di seggi al Sejm (il Parlamento polacco) e che, mentre per Piattaforma civica sarà assai facile trovare alleati di governo, lo stesso non può dirsi per Legge e Giustizia. Un'ipotetica coalizione "tutti-tranne-Kaczynski", che pure non viene scartata, sarebbe però piuttosto debole e probabilmente troppo turbolenta per continuare con efficacia il percorso intrapreso finora da Tusk.

In questa campagna elettorale Jaroslaw Kaczynski era partito in sordina. In un primo momento, infatti, non aveva fatto eccessivo ricorso alla sua tradizionale retorica ultraconservatrice, ultranazionalista e ultracattolica, intrisa di un profondo euroscetticismo e molto diffidente, se non direttamente ostile, nei confronti di Germania e Russia, sospettate di un sempiterno desiderio di dominio sulla Polonia. Un po' a sorpresa, Kaczynski sembrava deciso ad abbandonare il piglio provocatorio e incendiario e a sostituire la sua consueta propaganda con nuovi toni propri di un movimento centrista.

Nonostante il suo recente passato, Legge e Giustizia si stava accreditando come un'alternativa alla liberale Piattaforma civica, presentandosi come un partito quasi altrettanto moderato ma più genuinamente polacco, più appassionato e più incline all'intervento statale in campo economico. Da ultimo però, anche grazie all'uscita di un suo libro che ha sollevato numerose polemiche ("La Polonia dei nostri sogni"), Kaczynski sembra aver ritrovato l'antica verve, che è insieme la sua arma più efficace e il suo maggior limite. Nel volume fresco di stampa l'ex premier attribuisce alla Germania "ambizioni imperiali", teorizza l'esistenza di un "asse russo-tedesco", naturalmente in funzione antipolacca, e arriva al punto di adombrare torbidi retroscena nell'ascesa di Angela Merkel al cancellierato, a cui non sarebbe estraneo, nientemeno!, il manovrare della Stasi, il servizio segreto della fu Germania Est. Tanto per segnare le distanze, Tusk si è limitato ad affermare sobriamente che "nessuno è più amico della Polonia di Angela Merkel".

Non c'è dubbio che negli ultimi anni, dopo le frizioni dell'era Kaczynski e l'arrivo di Tusk alla premiership, i rapporti della Polonia sia con la Russia sia con gli altri Stati dell'Unione europea (di cui proprio in questi mesi Varsavia riveste la presidenza a rotazione) siano sensibilmente migliorati, come testimonia anche l'elezione di Jerzy Buzek alla presidenza del Parlamento di Strasburgo. Eppure, benché molti polacchi siano consapevoli di ciò e dei vantaggi derivanti da rapporti di buon vicinato, la retorica identitaria e quasi isolazionista di Legge e Giustizia ha una certa presa sull'elettorato. Tanto più che Piattaforma civica, a parte l'esibizione della buona performance economico-finanziaria della Polonia sotto la guida di Tusk, non ha un "brand" politico definito e riconoscibile quanto quello kaczynskiano.

Il premier uscente spera quindi che domani gli elettori non cedano a sentimentalismi patriottici e guardino più che altro al portafogli. In quel caso, benché Varsavia non sia il paradiso, Piattaforma civica dovrebbe poter contare su una larga vittoria. Certo la Polonia, che è la settima economia dell'Unione europea, ha qualche magagna: la disoccupazione, attualmente intorno al 12 per cento, è un po' cresciuta negli ultimi anni e soprattutto i giovani stentano a trovare un lavoro di loro gradimento e sono solleticati da desideri migratori; l'eccessivo indebolimento dello zloty ha avuto contraccolpi sull'inflazione; nei prossimi anni non sarà facile ricondurre alla normalità il rapporto tra deficit e Pil, che quest'anno sfonderà per la quarta volta consecutiva il limite del 3 per cento (dopo il 7,9 per cento del 2010, il dato previsto per il 2011 è 5,5 per cento).

Eppure, dopo il sorprendente +1,6% del 2009, dopo il +3,9% del 2010 e dopo il +4% previsto per quest'anno, il Prodotto interno lordo polacco promette di crescere tra il 3 e il 4 per cento anche nei prossimi anni. E benché il Pil pro capite rimanga bassino, pari al 62 per cento della media europea, i polacchi durante il quadriennio del governo Tusk hanno visto aumentare il loro reddito medio del 18 per cento. In più, il debito pubblico, circa 55% del Pil, è sotto controllo e l'economia polacca ha potuto godere di un mercato interno abbastanza grande da sopperire a qualche difficoltà nell'export dovuta al calo della domanda in molti altri paesi europei.

La Polonia può mettere a bilancio anche i vantaggi derivanti dal consistente afflusso di fondi Ue (di cui Varsavia è la maggiore beneficiaria), che hanno finanziato soprattutto lo sviluppo di infrastrutture. Negli ultimi anni ha ottenuto buoni risultati anche il programma di privatizzazioni avviato da Tusk, anche se è stato più lento del previsto. Le privatizzazioni sono osteggiate da Kaczynski, che in campo economico propone ricette assai più stataliste e ricerca il voto dei molti che sono rimasti indietro nel percorso della Polonia verso una maggiore prosperità. Il premier uscente non ha invece affrontato riforme più impopolari, ma che molti si aspettavano da un governo di matrice liberale, come, ad esempio, l'innalzamento dell'età per andare in pensione e una revisione complessiva del settore previdenziale.

La partita di domani in Polonia si gioca tra due destre, per quanto Piattaforma civica e Legge e Giustizia siano radicalmente differenti tra loro. Dovrebbero entrare in Parlamento anche il centrista e rurale Partito popolare polacco, attuale alleato di governo di Tusk che galleggia poco sopra la soglia di sbarramento del 5 per cento che regola l'ingresso al Parlamento, e l'Alleanza democratica di sinistra che arranca invece intorno al 10 per cento.

A complicare il quadro (e in particolare le prospettive del partito di Tusk), c'è una nuova forza politica creata da un parlamentare che è uscito proprio da Piattaforma civica: Janusz Palikot. Quest'ultimo, ex produttore di vodka, ha lanciato negli ultimi mesi un proprio partito che rappresenta un inedito assoluto in Polonia e che rappresenta la più radicale alternativa al kaczynskianesimo. Palikot si batte contro l'eccesso di burocrazia, per una legge più permissiva sull'aborto, per i matrimoni tra coppie dello stesso sesso, per la legalizzazione della marijuana e manifesta un accesissimo anticlericalismo che nessun politico polacco ha mai mostrato. È piuttosto probabile che il partito di Palikot riesca a portare alcuni suoi rappresentanti in Parlamento e alcuni sondaggi gli attribuiscono un 10% che sarebbe clamoroso.

Ucraina, divampa incendio nella riserva naturale del Danubio

(da it.peacereporter.net)


La zona paludosa complica l'intervento dei vigili del fuoco

Da due giorni un incendio sta divorando la Riserva naturale del Danubio, nei pressi dell'isola di Belgorodski.

Le fiamme si estendono per un raggio di sei chilometri, mentre il fumo è arrivato fino ad Odessa, che dista ben 180 chilometri dal punto in cui il disastro ha avuto origine.

Sul posto, avverte il Ministero delle Emergenze ucraino, sono presenti i vigili del fuoco, ma l'accesso alla zona è complicato dal tipo di terreno paludoso, che impedisce agli operatori di avvicinarsi con i mezzi adatti per intervenire.

Agli abitanti è stato raccomandato di rimanere in casa e di tenere porte e finistre chiuse per scongiurare possibili pericoli d'intossicazione.

L'area che è luogo di riproduzione per molte specie di animali e di pesci, è spesso soggetta a questi episodi. Nell'arco dell'anno sono stati registrati venti incendi, la maggior parte dei quali di natura dolosa.

venerdì 30 settembre 2011

Vertice UE-Est Europa, fredda Minsk e caso Ucraina

Articolo tratto da Blog Live (http://www.bloglive.it)

Vertice UE-Est Europa, fredda Minsk e caso Ucraina

Oggi, in Polonia, prende il via il vertice tra l’Unione Europea e i sei stati dell’Europa Orientale: Armenia, Azerbajan, Bielorussia, Georgia, Moldova, Ucraina. Varsavia è, infatti, presidente di turno dell’Unione e gli incontri si terranno qui.

L’obiettivo del vertice, il primo dopo quello del 2009 a Praga, è di creare un assetto stabile di relazioni diplomatiche ed economiche con i sei stati orientali, al fine di intensificare i rapporti. Nonostante le buone intenzioni, non sarà assolutamente facile percorrere la strada che Bruxelles vorrebbe intraprendere. Parliamo di sei stati, sorti dal discioglimento dell’ex Unione Sovietica, non come nei casi degli altri stati del Patto di Varsavia, semplicemente di ex regimi comunisti. Anzi, a dirla tutta, in qualche caso di “ex” c’è poco, perchè ne sono rimasti intatti gli apparati sovietici e persino il modo di gestire le istituzioni. Parliamo senza dubbio della Bielorussia, con il presidente Lukaschenko considerato l’ultimo dittatore d’Europa, al potere sin dal 1994. Qui, i servizi segreti continuano a chiamarsi KGB, sono soliti riempire le abitazioni degli avversari politici di cimici e le elezioni politiche e presidenziali sono semplicemente una farsa, dalla quale l’attuale capo di stato trionfa regolarmente con oltre il 90% dei consensi.

Ma più in generale, c’è un problema di consolidamento della democrazia, ancora troppo flebile, come anche in Georgia e Ucraina. C’è una fortissima attrazione innegabile verso l’amico-padrone di sempre, la Russia, che con Putin sta cercando di ricreare su altre basi una nuova Urss.

In Ucraina, ad esempio, la Rivoluzione Arancione del 2005 si è risolta in governi instabili, accuse di corruzione e persino con la ex premier Timoschenko alla sbarra per presunte tangenti. L’Unione Europea parla di caso montato ad arte, ma già ciò rende l’idea di quanto poco semplice sia affrontare il dialogo con Paesi che guardano per almeno la metà delle loro popolazioni ad est.

La Bielorussia non si è presentata nemmeno a livello politico, preferendo inviare un ambasciatore, come dire: ci sono, ma non troppo. E che dire del fatto che una tale iniziativa rischia di esacerbare i rapporti tra UE e Russia, che vede come fumo negli occhi ogni tentativo dell’Occidente di espandersi ad est, a ridosso dei suoi confini. Si tratti di Nato o di UE.

Giuseppe Timpone - © Riproduzione riservata

mercoledì 28 settembre 2011

Europa, una tassa per gli 'amici'

Articolo tratto da "Peace Reporter" (http://it.peacereporter.net)


La “Tobin tax” europea non sconvolge il mondo della speculazione. Eppure c'è chi comunque rema contro

I mercati finanziari non hanno battuto ciglio di fronte all'atteso discorso del presidente della Commissione Europea Barroso, che ha annunciato una futura tassa sulle transazioni finanziarie che dovrebbe svolgere la doppia funzione di scoraggiare la speculazione e fare cassa per gli Stati e le loro economie in difficoltà.
"È normale che sia così - commenta il trader di Piazza Affari, Niccolò Mancini - la misura è prevista solo a partire dal 2014. Questo è un segnale che viene lanciato, più che una riforma vera e propria: occhio che stiamo mettendo mano alla speculazione, ve lo diciamo per tempo."
E che la paventata "Tobin tax"- che di Tobin ha poco, visto che negli anni Settanta si parlava di tassare solo il mercato azionario - non faccia paura, lo dimostrano anche commenti comparsi in tempo reale su The Hawk Trader, un sito/forum su cui gli operatori di Borsa commentano le loro strategie quotidiane: "Si legge in giro che [la tassa] partirà dal 2014 e sui derivati europei sarà pari allo 0.01 per cento: sul dax 14 euro, stoxx 2.2 euro, ftmib 7.5 euro [sono indici di borsa europei sui futures, ndr]. Se è vero che parte nel 2014, non mi preoccuperei per ora..."

Un avvertimento che la politica fa alla finanza più aggressiva. Ma un avvertimento "da amici", quasi a voler rassicurare più che a imporre regole.
All'atto pratico servirà a ripianare i conti e a scongiurare attacchi speculativi contro lavoro e welfare? Barroso parla di un ricavo di 55 miliardi di euro all'anno, ma sarà tutto da scoprire. Per ora si apprende che la tassa non colpirà il mercato primario, cioè le aste dei titoli di Stato.
"In pratica, più ti muovi, e ti muovi velocemente, più vieni tassato - spiega Mancini - mentre chi investe sul lungo periodo non viene di fatto colpito, perché una tassa dello 0.01 per cento [una delle ipotesi allo studio, ndr] non incide assolutamente".
Una tassa sulla speculazione, dunque, quella delle vendite allo scoperto che in poche ore bruciano o fanno accumulare capitali.
"In realtà ci vorrebbe una riforma più complessiva - continua il trader - bisognerebbe alzare le garanzie che un investitore deve dare per movimentare i prodotti derivati. E poi bisognerebbe fare in modo che i credit default swap, cioè prodotti derivati che in pratica fungono da assicurazione sui propri titoli, possano essere acquistati solo da chi ha effettivamente una posizione da difendere. Per esempio, se uno ha in mano molti titoli portoghesi che sono a rischio."

Perché al G20 non si trova un accordo sulla novella Tobin tax e perché alcuni governi, anche di Stati in difficoltà come il nostro, temporeggiano?
"Perché come diceva il trader intervistato da Bbc - non si sa chi sia e si ipotizza perfino che sia un attore messo lì apposta non si sa da chi - ci sono banche e istituzioni finanziarie, come Goldman Sachs, che hanno una tale potenza a livello di lobby trasversali, che alcuni Stati agiscono in base ai loro interessi e impediscono che si faccia una vera riforma: i casi più evidenti sono Stati Uniti e Gran Bretagna."

Gabriele Battaglia

martedì 27 settembre 2011

Intesa nell'Ue: Tobin tax dal 2014 "Frutterà dai 30 ai 50 miliardi"

Articolo tratto da "la Repubblica" (http://www.repubblica.it)

BRUXELLES

L'accordo supera l'opposizione di britannici e olandesi. La proposta sarà formalizzata da Barroso davanti all'Europarlamento

BRUXELLES - La Commissione Ue ha trovato un'intesa sulla proposta di direttiva per introdurre un sistema comune per la tassazione delle transazioni finanziarie, quella volgarmente riassunta come Tobin tax, a partire dal 2014. Il varo formale dovrebbe avvenire domani in concomitanza con il discorso sullo stato dell'Unione che il presidente Josè Manuel Barroso terrà davanti all'Europarlamento in seduta plenaria.

La Commissione Ue sembra dunque intenzionata ad andare avanti, nonostante le obiezioni all'interno della stessa Unione (Regno Unito e Olanda sono esplicitamente contrari) e dei partner internazionali, in particolare gli Stati Uniti. Secondo quanto si apprende a Bruxelles, infatti, domani Barroso delineerà la proposta europea, rilanciata il mese scorso da Francia e Germania e di cui si è discusso oggi durante la riunione settimanale del collegio dei commissari, a Strasburgo. L'obiettivo sarebbe quello di ottenere attraverso la tassa un contributo dal settore finanziario compreso fra i 30 e i 50 miliardi all'anno, a partire dal 2014.

La proposta Ue, a quanto anticipa l'agenzia Radicor, escluderebbe dalla Tobin tax le transazioni finanziarie sul mercato primario, cioè l'emissione, l'attribuzione o la sottoscrizione di azioni di società, obbligazioni e altri titoli di credito compresi i certificati di deposito relativi a tali titoli, nonché le transazioni spot sulle valute e quelle "fisiche" sulle materie prime.

(27 settembre 2011)

domenica 18 settembre 2011

Turchia congelerà le relazioni con l'Ue se Cipro avrà la presidenza di turno

Articolo tratto da "La Repubblica" (http://www.repubblica.it)

Ankara minaccia di sospendere i rapporti con l'Unione nel secondo semestre del 2012, a meno che non si trovi una soluzione alla divisione dell'isola

ANKARA - Il governo turco è pronto a congelare le relazioni con l'Unione europea se Cipro avrà la presidenza di turno dell'Ue, prevista per giugno 2012. Lo ha detto il vice premier Besir Atalay, la cui dichiarazione è stata riportata dall'agenzia Anatolian.

"Se i negoziati di pace (a Cipro, ndr) non saranno conclusi - ha detto Atalay, al termine di un viaggio nel nord dell'isola - e l'Unione europea assegnerà la presidenza di turno a Cipro Sud", prevista per il secondo semestre 2012, "la vera crisi sarà tra Turchia e Ue. Perché congeleremo le relazioni" con Bruxelles. "Si tratta - ha precisato l'esponente di Ankara - di una decisione appena presa dal governo".

La Turchia, contrariamente alla comunità internazionale, non riconosce la Repubblica di Cipro, che rappresenta soltanto i greco-ciprioti. Riconosce invece la Repubblica turca di Cipro del Nord, in cui vive la comunità turca. L'isola è divisa dal 1974, anno dell'invasione turca del Nord che nel 1975 proclamò l'indipendenza. Dal 2004 la Repubblica di Cipro è membro dell'Unione europea.

Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan ha ripetutamente minacciato di inasprire le relazioni con l'Ue sulla questione cipriota. "Se la divisione di Cipro non troverà soluzione" entro la fine del 2011 "la Turchia congelerà i rapporti con l'Unione durante la presidenza di turno cipriota", aveva detto già a fine luglio. "Lo dico chiaramente - aveva aggiunto - sospenderemo tutte le nostre relazioni con l'Ue. Per noi non è possibile discutere con l'amministrazione greco-cipriota".

Il dossier Cipro ha fatto ben pochi passi avanti dal 2004, quando i greco-ciprioti respinsero in massa con un referendum un piano dell'Onu per la riunificazione che era stato accettato dai turco-ciprioti. Poco dopo la consultazione, l'ingresso della Repubblica di Cipro nell'Unione europea, accompagnato da promesse di aiuti Ue alla parte turca che non hanno trovato riscontro nella realtà.

(18 settembre 2011) © Riproduzione riservata

venerdì 16 settembre 2011

Danimarca, elezioni: vittoria dei socialdemocratici. Helle Thorning Schmidt guiderà il Paese

Articolo tratto da "Peace Reporter" (http://it.peacereporter.net)


Dopo dieci anni di governo di centrodestra i progressisti tornano alla guida del Paese

Secondo gli ultimi exit poll delle elezioni in Danimarca la coalizione di centrosinistra avrebbe ottenuto il 51.1 percento dei voti contro il 48.9 percento del centrodestra. Il prossimo premier dunque sarà la leader della coalizione Helle Thorning Schmidt. Per la prima volta una donna guiderà il Paese.

La vittoria ormai scontata dei socialdemocratici arriva dopo dieci anni di governo di centrodestra e dopo l'ultima sconfitta elettorale subita quattro anni fa. Secondo le indagini demoscopiche effettuate dalle televisioni del Paese la sinistra radicale sarebbe stata fondamentale per la vittoria della coalizione di centrosinistra.

Secondo gli exit poll ai socialdemocratici dovrebbero andare 90 dei 179 seggi del Parlamento mentre al blocco guidato dal premier Lars Lokke Rasmussen andrebbero 85 seggi. All'appello mancano i conteggi relativi alla Groenlandia e alle Isole Far Oer.

giovedì 15 settembre 2011

Banche centrali, piano coordinato per rifornire gli istituti di eurozona

Articolo tratto da "la Repubblica" (http://www.repubblica.it)

CRISI

Bce, Fed e le corrispondenti istituzioni britannica, svizzera e giapponese forniranno liquidità in dollari attraverso tre operazioni distinte. Le Borse brindano, trascinate dai titoli bancari. La moneta unica recupera. Lagarde: "Nuova, pericolosa fase della crisi"

ROMA - La Banca centrale europea interverrà con la Fed americana, la Bank of England, la Banca nazionale svizzera e la Banca del Giappone per fornire liquidità in dollari alle banche dell'area euro attraverso tre diverse operazioni. L'annuncio ha dato una scossa alle Borse che hanno accelerato nei rialzi, con Milano e Madrid sopra il 4% di guadagni. Cala anche lo spread fra i titoli italiani e il bund tedesco, tornando sotto quota 360 punti base. Effetti anche sul mercato dei cambi, riportando l'euro sopra quota 1,39 dollari.

"La Bce - si legge nel comunicato emesso dall'istituto di Francoforte - ha deciso, in coordinamento con la Fed, la Boe, la Boj e la Snb di avviare tre diverse operazioni per fornire liquidità in dollari con prestiti a tre mesi fino alla fine dell'anno". Le operazioni della Bce saranno condotte a tassi fissi e verranno attuate in aggiunta alle operazioni a 7 giorni annunciate il 10 maggio. La prima operazione è prevista il 12 ottobre con scadenza il 5 gennaio, la seconda il 9 novembre con scadenza il 2 febbraio e la terza il 7 dicembre con maturity il 1° marzo. Si tratterà di aste di rifinanziamento in cambio di collaterale, a tasso fisso con assegnazione completa.

Per le banche dell'eurozona diventava sempre più problematica la provvista in dollari sul mercato interbancario dove la crisi del debito sovrano si ripercuote sul profilo di credito degli istituti di credito. Alcune avvisaglie c'erano state ieri quando due banche avevano ricevuto dalla Bce prestiti a una settimana per 575 milioni di dollari, tasso di interesse annuo 1,1%. Un livello di costo ben superiore al tasso offerto sul mercato interbancario in dollari (0,19%), ma dove ci sono difficoltà di accesso.

La decisione segue tra l'altro la nuova impennata dei prestiti d'emergenza della Bce alle banche dell'eurozona.
Mercoledì Francoforte ha prestato 4,3 miliardi di euro con scadenza overnight al tasso del 2,25%, in deciso aumento dai 399 milioni di martedì. Si tratta dell'ammontare più alto dallo scorso 10 agosto, quando i prestiti d'emergenza erano stati pari a 4 miliardi di euro. Tornano a salire anche i depositi della banche commerciali presso la Bce da 75,5 miliardi a 87 miliardi. Sia l'aumento dei prestiti d'emergenza sia quello dei depositi sono sintomi di tensioni sul fronte della liquidità bancaria e sul profilo del merito di credito delle banche.

Un'iniziativa simile era stata presa nel 2008, dopo il precipitare della situazione innescato dal crack di Lehman Brothers. Ad essere galvanizzati in Borsa sono stati ovviamente soprattutto i titoli del credito. A Piazza Affari, Unicredit e Intesa sono arrivate alla sospensione dal listino dopo uno strappo del 10%.

Dei rischi di instabilità finanziaria ha parlato il direttore generale del Fondo monetarrio internazionale, Christine Lagarde: "C'è incertezza sui debiti sovrani, sulle banche in Europa e sulla famiglie negli Stati Uniti. La crescita debole e i bilanci deboli si alimentano a vicenda, alimentando una crisi di fiducia. Il circolo vizioso sta prendendo slancio ed è stato esacerbato dall'indecisione politica e da disfunzioni politiche". Secondo Lagarde, "siamo entrati in una nuova fase pericolosa della crisi" e la strada per uscirne sta "diventando più stretta" di prima; per questo servono una forte volontà politica e uno sforzo collettivo.

(15 settembre 2011) © Riproduzione riservata

martedì 30 agosto 2011

Spagna, il Congresso critica la riforma costituzionale

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)





Psoe e Pp vogliono approvare una legge per limitare il deficit pubblico

Il Congresso spagnolo si è profondamente diviso sulla riforma, concordata dai due grandi partiti mainstream, Partito Socialista (Psoe) e il Partito Popolare (Pp), che introduce nella Costituzione un tetto di spesa per limitare il deficit pubblico. La legge dovrà essere votata il 2 settembre.

Contro la legge di riforma di sono espressi i portavoce dei gruppi della sinistra e nazionalisti (Iu, Bng, Pnv, Erc CiU, UpyD e Nafarroa Bei), mentre a favore si è dichiarato soltanto il partito della Navarra, Upn. Unico ad annunciare l'astensione è stato il partito Gran Canaria.

Sotto accusa sia la modalità di presentazione della riforma, preparata, si denuncia da più parti, senza il consenso delle forze politiche né dei cittadini, sia il contenuto della legge stessa. "A partire da questa riforma - ha osservato Gaspar Lamarez, deputato dell'Iu (Sinistra Unita) - il costituente sono il mercato e gli speculatori". Secondo il portavoce di Esquerra Republicana, Juan Ridao, la riforma voluta da Psoe e Pp è "una mera imposizione della Banca centrale europea e della Germania".

Dal canto loro, Psoe e Pp difendono la riforma giustificandone l'urgenza con "la situazione insostenibile" del differenziale di rischio del debito spagnolo, ha affermato Antonio Alonso del Psoe, e come "risultato - ha sottolineato Soraya Saez de Santamaria del Pp - di un accordo di un valore fondamentale fra i due grandi partiti in un momento così difficile".

martedì 16 agosto 2011

Contro il ricatto dei mercati

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)



Rendere i titoli del debito pubblico carta straccia e ripartire con un'Europa “vera”: una ricetta per abbattere la speculazione

Nel tentativo di arginare la speculazione finanziaria, l'Esma, l'Autorità europea di vigilanza sui mercati, ha cercato nei giorni scorsi di bloccare le "vendite allo scoperto" sulle piazze di Italia, Spagna, Francia e Belgio, cioè quelle "scommesse al ribasso" che polverizzano titoli del debito e pacchetti azionari e che di fatto ricattano governi e interi sistemi-Paese.

Se l'Esecutivo italiano appare "commissariato" dall'Europa, è tutta la politica che sembra ormai alla mercè dei mercati finanziari, spesso invocati come arbitro imparziale di qualsiasi politica economica. Ma è davvero così? Detta altrimenti: la speculazione finanziaria è un fatto naturale e inevitabile?

Ne parliamo con Andrea Fumagalli, che insegna Economia Politica all'Università di Pavia, fa ricerca militante presso il Collettivo UniNomade e partecipa alla Rete di San Precario.

La crisi in corso è il nuovo modo con cui il grande capitale finanziario mette le mani nelle nostre tasche?

Sì, secondo modalità che sono in corso da almeno 15 anni. I mercati finanziari sono estremamente concentrati: una piramide, che vede, al vertice, pochi operatori in grado di controllare oltre il 70 per cento dei flussi finanziari globali e di indirizzare e condizionare i mercati. Alla base, c'è una miriade di piccoli risparmiatori che svolgono una funzione meramente passiva. I grandi operatori sono i cosiddetti investitori istituzionali, cioè una decina di società tra banche e Sim (società di intermediazione mobiliare): J.P Morgan, Bank of America, Citybank, Goldman Sachs, Hsbc, Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citycorp-Merrill Lynch, Bnp-Parisbas.

Ci si accorse per la prima volta della loro potenza quando ci fu la sollevazione del Chiapas, diciassette anni fa: era il 2 gennaio 1994. Si stava per firmare il trattato di libero scambio tra Usa, Canada e Messico (Nafta): parità delle valute e libero scambio di merci e servizi, ma non di manodopera (un po' come l'Europa con Schengen). Si erano create molte aspettative e i titoli di Stato messicani ne avevano tratto vantaggio. Scoppia la sollevazione zapatista e nel giro di pochissimi giorni milioni di dollari vengono stornati verso i Paesi del Sudest asiatico, creando quell'accumulo di liquidità che in seguito provocherà la crisi del Baht nel 1996-97. In una settimana il Peso messicano si svaluta del 30 per cento, la Federal Reserve comincia a comprarne per tenerne alto il valore, però dopo un paio di settimane deve arrendersi: la speculazione al ribasso non ha fine e il Nafta salta. È il primo caso della storia in cui la banca centrale più forte del mondo (a quei tempi lo era) non detta più legge. Da allora, la Fed attua politiche monetarie subordinate ai mercati finanziari, cioè alle banche d'affari.

Perché avviene questo?

Perché la speculazione finanziaria è nella natura di questi investitori. Loro si fanno prestare titoli da fondi d'investimento o fondi pensione, li vendono sul mercato a dodici scommettendo sul ribasso e contribuendo con la vendita al ribasso stesso. Poi li ricomprano a dieci: guadagnano dalle plusvalenze, cioè dalle variazioni di valore. È il meccanismo delle "vendite allo scoperto". In pratica non si guadagna più sui dividendi o sugli interessi dei titoli di Stato, ma sulla pura speculazione. Chiaramente può farlo chi dispone di enorme liquidità e Goldman Sachs, per fare un esempio, ne ha più della Federal Reserve.

Tutto ciò è consentito da due cose: primo, la liberalizzazione totale dei movimenti di capitale, per cui spostare soldi da un Paese all'altro non ti costa niente e non ha vincoli di sorta; secondo, l'assenza di un'unità di misura della moneta. Finché erano in vigore gli accordi di Bretton Woods, cioè fino al 1971, il dollaro aveva un rapporto di parità fissa con l'oro che corrispondeva a 35 dollari per un'oncia d'oro. Il dollaro era ancorato a una merce. Dopo la fine di quel sistema, il valore delle monete è determinato in maniera puramente virtuale che viene deciso dai mercati finanziari, cioè da chi detiene così tanto denaro da poterli influenzare. Così si determina il valore di dollaro, euro, yen, e anche il valore dei titoli espressi in quelle valute.

Queste plusvalenze creano valore: si stima per esempio che il 35 per cento dei lavoratori Usa tragga una parte del proprio reddito da questi meccanismi finanziari. Stesso discorso per quei pensionati che dipendono dai fondi pensione. Quindi i mercati finanziari svolgono lo stesso ruolo che un tempo svolgeva lo Stato. Il welfare si è privatizzato e dipende dai mercati finanziari.

È chiaro che per guadagnare, questi mercati devono puntare sui settori in cui possono generare plusvalenze. Negli anni Novanta furono le imprese delle nuove tecnologie; negli anni 2000 erano i titoli immobiliari; poi l'ingresso della Cina nel Wto ha aumentato di molto la liquidità in circolazione; con la crisi del 2008-2009 e il crollo dell'immobiliare, si è speculato sulle materie prime (grano, petrolio, etc); adesso si sono spostati sui debiti pubblici, cioè sui sistemi di welfare.

Nel giro di sei mesi, Deutsche Bank vende l'88 per cento dei titoli italiani in suo possesso, il valore del titolo crolla e lei ricompra a meno prezzo: alla fine, si ritrova con i gli stessi titoli di prima e con le plusvalenze.

Voglio anche aggiungere che questo è normale. Smettiamola però di dire che i mercati finanziari sono neutrali: sono una istituzione economica che fa i propri interessi come è naturale in una società capitalistica. Io non ce l'ho con la Goldman Sachs, che fa il proprio sporco lavoro; ce l'ho con quelli che la presentano come un arbitro imparziale. Sono loro i truffatori.

Cosa avviene sui sistemi di welfare?

Vengono distrutti. Tutti i Paesi sono costretti a prendere misure di contenimento del debito attraverso lo smantellamento del welfare. In pratica, quando aumenta il deficit di un Paese, questo deve vendere i titoli offrendo maggiori interessi. Ma l'aumento degli interessi da pagare non fa che aumentare il deficit e quindi l'unico modo per uscirne è tagliare la spesa, cioè il welfare. In Italia, dove nessuno vuole aumentare le tasse, si tagliano 6 miliardi di euro agli enti locali, che sono costretti ad aumentare il prezzo del biglietto del tram e a introdurre l'addizionale Irpef, mettendo le mani nelle tasche dei cittadini.

Come si fa a interrompere questo meccanismo?

Bisogna colpire alla radice, ovvero al cuore del sistema finanziario. Oggi le istituzioni finanziarie guadagnano sui titoli di Stato europei, pubblici. Benissimo, bisogna rendere effettivamente questi titoli pubblici carta straccia, così da creare loro perdite elevate in conto patrimoniale. È quello che ha fatto l'Islanda. La Deutsche Bank ha venduto i titoli italiani e si è presa quelli tedeschi, in pratica ha sostituito dei titoli con altri, indirizzando la speculazione da un territorio a un altro territorio. Se tu azzeri i titoli pubblici, se cioè il governo italiano dichiara che non paga più gli interessi, diventano spazzatura e tutti li vendono. È quello che è successo a Lehman Brothers con i mutui subprime, quando si è trovata con una parte consistente del proprio patrimonio azzerato.

L'Europa può sostituire i titoli dei singoli Stati con Eurobond, perché ha diritto di signoraggio, cioè stampa moneta. Li piazza a un tasso d'interesse che non è superiore di sei volte a quello dei bund tedeschi ma, metti, due volte superiore. Per lo spread viene fissato un limite di duecento punti. Alle famiglie, che in Italia possiedono ormai solo il 13,6 per cento dei titoli di Stato, si garantisce in caso di default un rendimento pari a quello che avevano sottoscritto al momento dell'acquisto, metti il 2 per cento. Il rimanente 86 per cento dei titoli vale carta straccia. Le banche falliscono? Bene, allora contrattiamo. Perché bisogna tenere presente che queste istituzioni speculano sul default, però poi sono le prime che hanno paura del default, perché i titoli di Stato sono la loro gallina dalle uova d'oro.

Se invece di comprare titoli di Stato per tenerne alto il prezzo - come ha fatto per l'Italia - la Bce li ignora e li sostituisce con Eurobond, salvaguardando il piccolo risparmiatore, ecco che taglia fuori lo speculatore. Tecnicamente si può fare, ma mancano le condizioni politiche, perché presupporrebbe la creazione di un solo budget e di un solo sistema fiscale europeo, un'unica politica economica e sociale: un'unica legge Finanziaria.

Questo è l'impasse dell'Europa.

A proposito di Europa: come si inserisce in questo quadro il commissariamento del governo italiano da parte della Bce, emerso chiaramente con la roadmap calata da Draghi e Trichet sulla testa dell'Esecutivo?

C'è stato il patetico tentativo di Berlusconi di fare una Finanziaria da 80 miliardi, una cosa mai vista, rimandandola tutta al futuro, cioè quando lui probabilmente non sarà più Presidente del consiglio. A quel punto i mercati hanno detto: "Ci state prendendo in giro?", ed è cominciata la speculazione sul nostro debito pubblico. La Bce allora è intervenuta piuttosto drasticamente: "Voi fate la Finanziaria 'lacrime & sangue' come la Grecia e la Spagna". In Spagna, Zapatero è addirittura andato a elezioni anticipate con un atteggiamento molto coerente, da politico vero: non posso fare una Finanziaria del genere, mi sottometto al giudizio degli elettori. Dato che i nostri non hanno questo senso dello Stato e il governo vuole salvarsi a tutti i costi, allora Trichet e Draghi hanno imposto le linee guida: "Voi adesso fate così". Privatizzazioni selvagge, flessibilizzazione totale del mercato del lavoro (non si sa che cosa vogliano flessibilizzare ancora), totale libertà di licenziamento, un pizzico di libertà d'impresa e, visto che bisogna anticipare le entrate, si toccheranno le pensioni sperando che gli anziani a una certa età si suicidino. Non so se questo si può chiamare commissariamento: rivela però una subordinazione del nostro governo ai diktat imposti da mercati finanziari e Bce.

L'intervento di Draghi e Trichet può contrastare la speculazione?

Secondo me invece l'aiuta. La speculazione gioca al ribasso su alcuni titoli. Per evitare che questi titoli diventino spazzatura, interviene la Bce e i titoli riprendono a salire. Quello è l'obiettivo degli speculatori stessi: hanno venduto nominalmente i titoli a 100, li ricomprano a 90 e, grazie all'intervento Bce, se li ritrovano a 110.

Gabriele Battaglia



sabato 30 luglio 2011

Turchia, si sono dimessi tutti i capi delle forze armate

Articolo tratto da "Peace Reporter" (http://it.peacereporter.net)


A maggio un generale era stato incolpato di aver partecipato a un tentativo di golpe

Tutti i capi dell'arma turca si sono dimessi. Lo ha annunciato la Cnn di Ankara. Insieme al capo di Stato maggiore interarmi Isik Kosaner si sono dimessi i capi dell'esercito, della marina e dell'aeronautica. Non sono ancora stati precisati i motivi della decisione comune, ma non è un mistero che i rapporti tra il premier Tayyip Erdogan e i militari sono spesso stati tesi. Un recente motivo di attrito è stata la promozione di generali detenuti per aver partecipato, si presumeva, ad un complotto antigovernativo.

venerdì 22 luglio 2011

Esplosione a Oslo vicino alla sede del governo "E' stata una bomba. Ci sono morti e feriti"

Articolo tratto da "la Repubblica" (http://www.repubblica.it)

Lo scoppio sarebbe avvenuto all'interno del palazzo che ospita 'VG', il più grande tabloid norvegese. La maggior parte dei vetri delle finestre dell'immobile è andata in frantumi. Il primo ministro non era nel suo ufficio. Voci di una seconda esplosione vicino al Parlamento

OSLO - Una grandissima esplosione, avvenuta alle 15 e 20 davanti al palazzo sede del più grande tabloid norvegese 'VG', ha investito l'ufficio del primo ministro norvegese, Jens Stoltenberg, nel cuore della capitale Oslo (mappa 1), facendo saltare la maggior parte delle finestre dell'edificio. La polizia ha confermato che la deflagrazione è stata causata da una bomba. Le autorità hanno anche affermato che ci sarebbero morti e feriti. Fino a questo momento una sola vittima è stata confermata.

VIDEO - Esplosione nel centro di Oslo 2 / I danni 3

Gran parte del centro della città è stata evacuato e la polizia ha invitato il pubblico a non restare in zona e a limitare l'uso dei telefoni cellulari per non ostacolare i soccorsi.

Il primo ministro norvegese in quel momento non si trovava all'interno del suo ufficio e la tv ha confermato che Stoltenberg sta bene. Anche la polizia ha parlato di "morti e feriti" in seguito alla deflagrazione. Il palazzo davanti al quale è avvenuta l'esplosione è sede anche di altri ministri, incluso quello del Petrolio, dove è scoppiato un incendio. I rottami di un'auto distrutta sono stati visti al di fuori dell'edificio.

Le prime immagini mostrano le strade ricoperte di detriti e vetri rotti, con una colonna di fumo che sale verso il cielo. "L'intero edificio ha tremato, pensavamo fosse un terremoto", ha riferito un giornalista dell'emittente pubblica Nrk che si trovava nell'area al momento dello scoppio. La polizia ha chiuso l'accesso alla zona colpita.

Una seconda esplosione si sarebbe verificata nel centro di Oslo, vicino al Parlamento. Lo riferisce sempre l'emittente Nrk.

(22 luglio 2011) © Riproduzione riservata

Ritorno ad Atene

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)


Tassisti in sciopero e il centro città militarizzato: scene dalla capitale

Osservare Atene dopo cinque settimane di assenza e proprio mentre a Bruxelles si sta decidendo il default selettivo della Grecia è certamente avvincente.

Già arrivati in aeroporto e poi in autostrada ci si rende conto che mancano loro, quella ‘'tribù gialla'' tanto invisa agli ateniesi per la guida spigliata e fantasiosa: sono i circa ventimila taxi ateniesi in sciopero da giorni e chissà fino a quando. I tassisti reagiscono all'apertura della professione, il traffico viene alleggerito dalla loro assenza, eppure i guai iniziano subito per i malcapitati turisti che, arrivati in aeroporto o al Pireo, scoprono che gli accessi alla metropolitana sono bloccati, per molte ore al giorno, da scioperanti ‘'decisi a tutto'', come dichiarano gli autisti dei taxi.

Il conducente dell'autobus di linea è un ragazzo di circa trent'anni. Occhiali neri, barba incolta, radio accesa ad ascoltare musica che senz'altro riporta ai suoni scelti dalle firme estive delle notti danzanti di qualche isola cicladica. Un tipo sorridente, insomma, protetto dall'aria condizionata del mezzo che guida. E dagli occhiali da sole. Alla domanda, improvvida è vero, del perché la polizia abbia chiuso l'accesso al centro della città a tutti i motorizzati, mezzi pubblici compresi, si indovina lo sguardo sbalordito con cui accompagna la disarmante frase ‘'ma vieni da un altro pianeta?''. Ci si scusa con l'aria mortificata di uno che si deve far perdonare l'imperdonabile, facendo presente che sono poche ore che si è arrivati; si aggiunge, tanto per ritrovare la dignità di un ateniese avvezzo a tutto: ‘'sono i tassisti?''. ‘'Proprio loro'', risponde con malcelato disprezzo per gli invasori cronici delle corsie preferenziali che, per anni, si sono giovati di sgravi fiscali rilevanti. Ma, insomma, i tassisti chiacchierano con i clienti, disprezzano o amano partiti politici senza timidezza e i governi greci pare che abbiano sempre trattato la categoria con un riguardo speciale.

‘'Qui devi scendere'', annuncia implacabile il conducente dell'autobus. Devi scendere, tu alieno cui ora tocca camminare per circa un chilometro verso piazza Syntagma sotto il sole bollente di mezzogiorno. Sul viale i pedoni sono pochi; le auto sono del tutto assenti tranne che per decine di volanti e furgoni della polizia. Dopo una decina di metri come non sussultare spaventati? Agenti anti sommossa avanzano con i mitra spianati, ricoperti di chili caldi di plastica a proteggere il corpo. Sono tanti, in gruppi di una ventina circa. Verso la piazza centrale di Atene, la presenza delle forze dell'ordine è ossessiva, eppure non sta succedendo proprio nulla. Di tassisti neanche l'ombra, qualche turista di fronte ai gabbiotti delle guardie presidenziali, tanti piccioni, i turni diurni degli Indignati, le tende, gli striscioni in attesa del tramonto, della brezza serale e della prossima assemblea popolare di Syntagma.

La commessa del negozio in cui si entra cercando il refrigerio dell'aria condizionata mentre si fa finta di essere interessati alle merci, non ha neppure un attimo di esitazione: gli affari vanno male. Anzi, malissimo, presto sarà licenziata e la colpa, a suo dire, non è della crisi, ma del centro. ‘'Troppe manifestazioni, troppe pietre, troppi lacrimogeni. Nessuno viene più, preferisce i centri commerciali. Questa è una catena di negozi e altrove vanno molto bene''. La ragazza conclude dicendo che, nella vita, quello che conta è la buona salute, a tutto il resto c'è rimedio: ‘'Semmai vado a distribuire volantini per otto euro all'ora. Non importa''. Chissà se è vero che non importa.

Ancora qualche metro ed ecco una vetrina nuova al posto di un negozio ‘'storico'' per il paesaggio urbano di questa parte del centro di Atene prossimo a piazza Syntagma. Ci si avvicina curiosi, pensando che dopo tante chiusure una novità imprenditoriale sia una consolazione. Ma no, quello che ha appena aperto è un banco di pegni. La fiammante vetrina trae in inganno, quello appena scoperto è un simbolo triste che, fino a poche settimane fa, si nascondeva nei piani alti degli enormi palazzi degradati della zona di Omonia. Ora il simbolo si è spostato, ha la vetrina sulla strada, a Kolonaki, il centro storico elegante, tranquillo, costoso.

Pegni, ipoteche, debiti privati, debiti pubblici, debito sovrano e il sovrano debito nell'Atene che, da poche ore, è la capitale di un Paese ufficialmente attaccato ai respiratori artificiali del default selettivo.

Margherita Dean

giovedì 21 luglio 2011

Un "Piano Marshall" per salvare la Grecia

Documento dei 17

E' l'ipotesi d'accordo che si profila al vertice di Bruxelles.Prolungamento dei prestiti per i paesi europei in crisi. L'ipotesi del default selettivo sembrerebbe superata. Intesa fra Sarkozy e Merkel sull'esclusione degli oneri per gli istituti di credito nel contesto del salvataggio di Atene. Le Borse volano. Piazza Affari chiude a 3,76 %. Lo Spread cala fortemente. Berlusconi arriva in ritardo alla riunione

BRUXELLES - Piano Marshall per la Grecia. La crisi greca è un caso unico nella sua gravità nella zona euro. Per questo motivo richiede una soluzione eccezionale. E' quanto si legge in una bozza di conclusioni del vertice dell'eurozona. Il secondo rogramma di salvataggio per Atene è quindi una "soluzione eccezionale" che prevede l'intervento del settore finanziario "su base volontaria" per scambio di bond, "rollover" e "buyback". Così sarebbe scritto nel documento messo all'approvazione dei ministri della Ue e di cui Il Sole 24 ore Radiocor è in possesso. Si prevede anche l'intervento del Fondo salva-stati (Efsf) per "finanziare la ricapitalizzazione delle istituzioni finanziarie attraverso prestiti governativi" anche nei paesi che non sono sotto salvataggio e per agire "nel mercato secondario".

Il documento, che è attualmente in corso di discussione e negoziato tra i capi di Stato e di governo, conferma le indiscrezioni circolate nelle ultime ore. Si parla di una nuovo programma per la Grecia (non viene indicato per ora l'ammontare). La scadenza dei prestiti alla Grecia viene esteso al "massimo possibile" da 7 anni e mezzo a un minimo 15 anni. I prestiti saranno concessi a un tasso equivalente alla "facility" per il sostegno alla bilancia dei pagamenti (attualmente attorno al 3,5%) "senza andare sotto il costo di finanziamento dell'Efsf". Ciò sarà accompagnato, indica la bozza di documento da "un meccanismo che assicuri incentivi appropriati per attuare il programma inclusi accordi sui collaterali se appropriato". C'è uno specifico riferimento a un 'piano Marshall' della Ue per rassegnare i fondi strutturali europei alla Grecia in modo da sostenere l'azione per la crescita e la ripresa degli investimenti.
Nella bozza si legge che il caso greco "è una unica situazione grave nell'Eurozona" e per questo richiede "una soluzione eccezionale" nella quale gioca un ruolo il settore finanziario che "ha indicato la propria volontà di sostenere la Grecia su base volontaria".
Tutte gli altri paesi Eurozona "riaffermano solennemente la loro inflessibile determinazione a onorare pienamente gli impegni sovrani individuali e tutti i loro impegni ad assicurare) riforme strutturali e condizioni di bilancio sostenibili" oltrechè a garantire la stabilità finanziaria dell'unione monetaria nel suo complesso.

Quanto allo strumento usato, il Fondo salva-stati (Efsf) i 17, stando alla bozza del documento, ne miglioreranno l'efficacia aumentandone la flessibilità permettendogli di intervenire "sulla base di programmi di precauzione con condizionalità adeguata; finanziare la ricapitalizzazione delle istituzioni finanziarie attraverso prestiti governativi incluso in paesi non sottoposti a programma (di salvataggio - ndr); intervenire nel mercato secondario sulla base dell'analisi della bce riconoscendo l'esistenza di circostanze eccezionali e con decisione unanime degli stati membri dell'Efsf".

Le Condizioni di prestito concordare per la Grecia "saranno applicate anche per Pportogallo e Irlanda". E' scritto nella bozza di documento finale del vertice eurozona, in cui si rileva "la volontà dell'Irlanda di partecipare costruttivamente alle discussione sulla direttiva europea per la base comune della tassazione" delle imprese. E' la prima volta da mesi che viene espressa pubblicamente tale volontà.

L'ipotesi contenuta nel documento permetterebbe di evitare il default selettivo per la crisi greca prospettato stamattina anche dopo il vertice tenutosi nella notte tra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy. L'accordo franco-tedesco sul secondo piano di aiuti non prevedeva l'introduzione di una tassa sulle banche ma, appunto, un default selettivo. La posizione comune era stata comunicata al presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, impegnato a incontrare le varie delegazioni in vista del summit. L'intesa è alla base dell'accordo tra i 17 Paesi dell'Eurozona nel vertice di Bruxelles. Le stesse fonti diplomatiche hanno affermato che il nuovo prestito alla Grecia potrebbe arrivare a 71 miliardi e che la partecipazione dei privati potrebbe 'valere' 18-20 miliardi di euro.

Secondo i calcoli dell'Institute of international finance, che rappresenta circa 400 banche internazionali (il numero 1 Charles Dallar sta partecipando ai negoziati che si svolgono a latere del vertice) la Grecia avrebbe bisogno di circa 170 miliardi nei prossimi tre anni: 28-30 mld arriverebbero dalle privatizzazioni, 58 mld dalle 'tranche' del vecchio prestito, il resto è da coprire con il secondo salvataggio. L'Iif suggerirebbe un 'haircut' del 10% ai titoli in scadenza fino al 2019 contro un tasso di interesse più elevato in caso di 'rollover' totale. I nuovi bond greci a 30 anni, però, dovrebbero essere garantiti da zero coupon bond tripla AAA.

Il premier italiano Silvio Berlusconi è arrivato in ritardo, a vertice iniziato. Scuro in volto, riferiscono alcune agenzie, non ha rilasciato dichiarazioni. Il presidente del consiglio Ue, Herman Van Rompuy, ha dato il via ai lavori intorno alle 13.30 con mezz'ora di ritardo sul previsto. Berlusconi ha fatto il suo ingresso nel palazzo intorno alle 13.43.

Intanto la Borsa di Milano come tutte le Borse europee ha invertito bruscamente la rotta sull'onda dell'ottimismo per le voci che arrivano da Bruxelles. Piazza Affari ha chiuso come ieri su quota +3,76%, trascinata dalla corsa dei titoli bancari. A far crescere la Borsa di Milano anche il paragrafo contenuto nella bozza di accordo dell'Eurozona in riferimento alla manovra italiana: "Accogliamo positivamente" la manovra di bilancio presentata dal governo italiano che "renderà possibile" di diminuire il deficit sotto al 3% nel 2012 e di arrivare al pareggio di bilancio nel 2014.

Le notizie in arrivo dal verticestraordinario di Bruxelles fanno crollare i rendimenti dei titoli di Stato dei paesi toccati dale tensioni di questi giorni. Il calo più spettacolare è quello dello spread dei Btip italiani a 10 anni rispetto agli equivalenti Bund tedeschi: in base ai dati del sito Bloomberg, infatti, il differenziale di rendimento è sceso di oltre 35 punti, a quota 247 punti, con un calo del 12,7% rispetto all'apertura.

Altrettanto forte è la discesa dello spread dei titoli spagnoli, che per la prima volta da giorni scendono abbondantemente sotto quota 300: dall'apertura a 321 punti, infatti, attualmente i Bonos di Madrid quotano a 285 punti (-11,2%). E' di 40 punti, inoltre, il calo dello spread dei titoli portoghesi che passano da 913 a 873 punti (-4,4%).

I benefici delle intese in via di definizione a Bruxelles sono evidenti anche sui bond a 10 anni della Grecia il cui rendimento scende di oltre l'1 per cento, passando dal 17,50 % dell'apertura al 16,49 % attuale.

A margine del vertice dell'Eurozona poi, emerge anche una notizia curiosa: secondo indiscrezioni, la Finlandia avrebbe chiesto alla Grecia di mettere a disposizione come garanzie economiche il patrimonio paesaggistico e archeologico della penisola ellenica, compreso il Partenone.

(21 luglio 2011) © Riproduzione riservata

mercoledì 20 luglio 2011

Serbia, arrestato Goran Hadzic, l'ultimo criminale di guerra

Articolo tratto da "Peace Reporter" (http://it.peacereporter.net)


Sarà portato all'Aja e verrà processato dal Tpi

La Tv B29 di Belgrado ha diffuso la notizia dell'arresto di Goran Hadzic, l'ultimo criminale di guerra serbo ancora latitante. La cattura è avvenuta questa mattina nella regione di Fruska Gora, a 60 km a nord della capitale, nella provincia della Vojvodina. Si attende la conferenza stampa straordinaria del presidente serbo Tadic, annunciata dall'agenzia Tanjug.

Già entro domani o al massimo venerdì, Hadzic potrebbe essere portato all'Aja, dove sarà processato davanti al Tribunale Penale Internazionale per i crimini commessi nella ex Jugoslavia (Tpi). Con la cattura dell'ex capo dei serbi di Croazia, il Tpi completerebbe la propria missione: Hadzic è infatti il 161esimo e ultimo criminale di guerra incriminato per i reati commessi durante il conflitto degli anni '90.

Risale a soli due mesi fa la cattura di Ratko Mladic, l'ex generale serbo bosniaco detenuto attualmente nel carcere del Tpi a Scheveningen, con l'accusa di crimini di guerra, contro l'umanità e di genocidio. Nella stessa prigione sarà probabilmente portato Hadzic. All'Aja è in corso anche il processo contro l'ex presidente serbo-bosniaco, Radovan Karadzic.

martedì 19 luglio 2011

Rissa sulla difesa comune

Articolo tratto da "la Stampa" (http://www.lastampa.it)

Francia, Germania e Polonia cercano di rilanciare il progetto comune. Londra dice "no e sempre no". Roma è favorevole, ma non è stata coinvolta nell'iniziativa.


la foto
Chi non c'è, ha torto
Bruxelles
luglio 2011









Francia, Germania e Polonia non mollano l’idea di un rafforzamento della politica della Difesa europea, la grande maggioranza degli stati dell’Ue si dichiara pronti a (ri)sedersi al tavolo del negoziato e il Regno Unito fa saltare tutto. «La Gran Bretagna non è d'accordo, non lo è ora e non lo sarà in futuro», ha assicurato ieri a Bruxelles il ministro degli esteri britannico William Hague, senza sorprendere nessuno. Londra resta pienamente fedele un atlantismo che molti partner continentali vorrebbero almeno in parte scardinare. E tanto basta per chiudere la discussione visto che, in questo campo, i Trattati prescrivono si debba sempre e solo deliberare con un voto di piena unanimità.

Ci si potrà interrogare sul tempismo dell’uscita delle tre capitali, sull’opportunità di creare malumori proprio mentre la stanchezza dell’impegno congiunto in Libia appare più che evidente. Germania, Francia e Polonia - quest’ultima anche in qualità di presidente di turno dell’unione - hanno diffuso una dichiarazione in cui giustificano appieno «il rilancio dell’Europa della difesa» alla luce del «moltiplicarsi delle crisi, della diminuzione dei mezzi finanziari nazionali e dell’aumento delle aspettative nei confronti dell’Unione europea». Si propone di fare veramente la forza con l’Unione, circostanza che consentirebbe di risparmiare parecchi soldi. Anche perché ventisette eserciti cominciano a essere troppi.

Per questo la nota congiunta afferma di offrire pieno sostegno alle proposte di Catherine Ashton, alto rappresentante europeo per la politica estera, documento che mira a una messa in comune e delle capacità di difesa, come la creazione di un quartiere generale stabile delle future operazioni militari della Ue. Sebbene inquadrata nell’ambito della Nato, una simile decisione indebolirebbe il legame fra l’Europa e gli Stati Uniti. Per questo è osteggiata da Londra. E per questo piace a Parigi.

«Siamo ventisei contro uno», ha riassunto il sottosegretario degli esteri Mantica, al termine del dibattito svoltosi al Consiglio, ieri nella capitale europea. «Non è così», ha assicurato il britannico Hague. «Auspichiamo che la Ashton prosegua il lavoro su questa base con gli stati» hanno dichiarato i ministri francese Alain Juppé, il tedesco Guido Westerwelle e quello polacco Radoslaw Sikorski. L’Italia è d’accordo. Ma, a quanto risulta, per questa iniziativa è stata contattata solo informalmente.

mercoledì 13 luglio 2011

Unione europea, arriva la riforma della pesca

Articolo tratto da "Peace Reporter" (http://it.peacereporter.net)

Sul tavolo temi caldi, dall'ambiente ai piccoli pescatori fino agli scarti del pescato

Il giorno tanto atteso è arrivato. Oggi a Bruxelles, il commissario Ue per la pesca e gli affari marittimi Maria Damanaki presenterà una vasta e radicale riforma nel settore della pesca. La riforma della politica comune della pesca (Pcp) è, secondo la Demanaki, una priorità. Secondo l'Ue, infatti, tre stock ittici su quattro sono soggetti ad uno sfruttamento eccessivo: l'83 percento nel Mediterraneo e il 63 percento degli stock dell'Atlantico.

Per stock si intende le zone di pesca, sempre più impoverite. Così, nove anni dopo l'ultima riforma che risale al dicembre 2002, la Commissione europea si prepara oggi a varare un 'pacchetto' di misure, il cui obiettivo generale è di ammodernare e semplificare la Pcp, rendendo la pesca un'attività sostenibile sul piano ambientale, economico e sociale. Tramite la nuova politica si vuole quindi riportare in pochi anni gli stock a livelli sostenibili, fissando le possibilità di pesca sulla base di pareri scientifici.

Tra gli obiettivi specifici della proposta c'é la garanzia di un approvvigionamento alimentare stabile, sicuro e sano per i cittadini. Per rendere poi la pesca più redditizia, Damanaki punta ad un sistema di quote di cattura trasferibili per le navi di lunghezza superiore ai dodici metri e per tutte le navi con attrezzi trainati. Queste concessioni potranno essere affittate o scambiate a livello nazionale ma non con altri Stati membri. Alcuni oppositori della bozza della Demanaki hanno parlato del richio 'privatizzazione' del mare. ''Privatizzare le risorse è assolutamente fuori discussione. Direi piuttosto l'opposto. La nostra idea è che dobbiamo mantenere le risorse. Vogliamo permettere ai padroni dei battelli di utilizzare queste risorse per un certo periodo di tempo'', ha replicato la commissaria.

Nelle proposte c'é poi un sostegno particolare alla pesca artigianale, allo sviluppo di un'acquacoltura sostenibile e, come già suggerito in passato, il divieto dei rigetti in mare. Ad oggi, infatti, i pescatori si tengono nelle quote rigettando a mare il pescato il più. Solo che si tratta di pesce ormai morto.
''Con gli scarti abbiamo un problema da risolvere. Lo devo ammettere'', ha dichiarato a Euronews la Demanaki. ''Stiamo lavorando e per questo la nostra proposta non vieta di gettare gli scarti in mare da domani. Abbiamo bisogno di un periodo di transizione. Me lo faccia dire chiaramente: se si dice ad un pescatore, devi pescare questa quantità di pesce, lui getterà il resto. Quindi quello che diremo ai pescatori sarà di portare al porto tutto il pescato e poi insieme vedremo cosa fare. C‘è buon pesce, pesce che si può vendere a buon prezzo e c‘è pesce che si puòvendere a minor prezzo. Vediamo cosa farne. Possiamo congelarlo, trasformarlo industrialmente o darlo ai poveri, ma non dobbiamo rigettare pesce morto in mare''.

Il tema è rovente. Da mesi, proprio di fronte alla sede della Commissione, staziona un relitto di peschereccio con un contatore elettronico. Lo hanno portato gli attivisti di FishFight, che contano a oggi poco meno di 700mila firme. Già nel 2004 la FAO (agenzia Onu che combatte la fame nel mondo) aveva stimato che almeno 7,3 milioni di tonnellate di pesce, vale a dire l'8 percento del totale delle catture, venissero scartate post mortem. Ma in Europa i dati sono assai peggiori e raggiungono il 50-70 percento, rispettivamente, nei casi delle whitefish fisheries e delle flatfish fisheries. Attività di pesca sul fondo, finalizzate alla cattura di esemplari caratteristici dell'Atlantico (come i merluzzi di varie specie, naselli, etc.) o di specie da sabbia (platesse, sogliole, rombi, halibut).
Secondo gli attivisti e gli ambientalisti si tratta di uno spreco insensato, che provoca un grave danno all'eco-sistema marino e alla bio-diversità.

Sotto il profilo finanziario, Bruxelles presenterà una proposta relativa ad un nuovo strumento finanziario per il periodo 2014-2020, che si chiamerà Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca (Feamp). Per questo fondo la Commissione europea ha proposto per il bilancio post-2013, un ammontare di 6,7 miliardi di euro.
''I governi possono escludere i piccoli pescatori da questo sistema'', commenta la Damanaki.
''Proteggeremo anche le aree costiere perché avremo un fondo speciale per i piccoli pescatori. Stiamo cercando di ridurre la sfruttamento eccessivo delle risorse ittiche da parte dei grandi pescherecci. Se non facciamo nulla, tra un decennio solo otto specie su centotrentasei saranno in buono stato''.

Christian Elia

lunedì 11 luglio 2011

Albania, il gran ballo delle privatizzazioni

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)

Il governo annuncia la vendita di oltre mille beni demaniali, l'opposizione grida allo scandalo

Un elenco di 1280 nomi. Una lista che comprende tutti gli invitati al gran ballo delle privatizzazioni in Albania. Un boccone goloso, che comprende la società petrolifera Albpetrol, le Poste nazionali, e le proprietà del ministero della Difesa. Si dovrebbe cominciare, secondo quanto stabilito in una riunione del Consiglio dei Ministri di Tirana il 5 luglio scorso, da quattro centrali idroelettriche.

''La direzione è obbligata: dobbiamo andare verso la privatizzazione completa'', ha commentato il premier albanese Sali Berisha, al termine del consiglio. Si tratta delle centrali di Ulez, Shkopet e Bistrica 1 e 2, che producono il 5,5 percento del fabbisogno energetico dell'Albania. Entro la fine del 2011, inoltre, il governo ha deciso di mettere sul mercato la compagnia nazionale del petrolio, l'Albpetrol, e il gigante delle assicurazioni, la INSIG. Dopo di che toccherà alla compagnia telefonica nazionale, l'Albtelekom, la raffineria petrolifera ARMO, i distributori dell'energia OSSH e CEZ.

La reazione dell'opposizione socialista, guidata da Edi Rama, non si è fatta attendere. ''L'iniziativa è un saccheggio, l'ennesimo furto della corte dei briganti". Rama avverte che quando l'attuale opposizione tornerà al governo queste privatizzazioni saranno revocate e saranno fatte inchieste approfondite sulle procedure e sugli acquirenti per assicurare il massimo di trasparenza. "La privatizzazione è l'ennesimo atto di banditismo dei briganti che hanno rubato i voti per saccheggiare l'Albania" ha denunciato Rama confermando che l'opposizione tornerà in piazza per chiedere le dimissioni del governo. A gennaio, la mobilitazione della opposizione generò scontri violenti e la morte di tre manifestanti.

Una delle risorse in 'vendita' più contestate è quella delle proprietà della Difesa. Per Berisha e i suoi, si tratta solo di ruderi inutili. Rama non è d'accordo. "Non sono solo vecchi edifici fatiscenti", ha sottolineato il leader socialista, denunciando che ''la privatizzazione riguarderà ampie fette del territorio nazionale attualmente di proprietà del demanio militare. Si sta cercando di privatizzare i punti più panoramici e dalle potenzialità turistiche del Paese".

Questo il fulcro della vicenda: l'accusa di Rama è quella di voler svendere in fretta, prima della certa - almeno dal punto di vista di Rama - sconfitta di Berisha alle prossime elezioni, in modo da distribuire 'prebende' alla fitta rete di collusioni di cui si nutre il premier. In verità, lo stesso Rama ha la sua di rete da gestire, ma di sicuro la procedura d'urgenza varata dal governo che prevede anche la cancellazione del concetto di 'prezzo minimo garantito' per sveltire la vendita dei beni non appare trasparente.

Berisha, dal canto suo, difende la misura e ne sottolinea l'elevato valore etico, in quanto il libero mercato sarà garanzia di trasparenza e assesterà un duro colpo alla corruzione che affligge il Paese delle Aquile, finito nel mirino Ue che - in vista dell'adesione di Tirana - chiede misure urgenti in questo senso. Nel dubbio, però, le dichiarazioni di Rama fanno rumore, perché è difficile immaginare un imprenditore che investa in Albania nel momento in cui il futuro premier annuncia che non riterrà valide le privatizzazioni dell'attuale esecutivo. Rama, in passato, ha cambiato idea su tante cose. La sensazione è che se l'imprenditore è quello giusto, per Berisha o per Rama, sull'Albania si sta per abbattere un'ondata di speculatori.

Christian Elia

domenica 10 luglio 2011

L'Europa vuole la sua maglia in campo

Articolo tratto dal Corriere (http://www.corriere.it)

La proposta: «In tutti gli eventi sui territori dovrà sventolare la bandiera stellata blu». Scettici gli inglesi

Una bandiera europea (Epa)
Una bandiera europea (Epa)
MILANO – Una bandiera stellata in campo blu issata sopra ai campi da tennis di Wimbledon e lo stemma dell’Europa unita sulla maglia della nazionale di calcio meno legata all’Unione che ci sia nel Vecchio Continente? O addirittura le stelle dell’Unione in bella vista a sventolare in diretta mondiale nel corso delle prossime Olimpiadi di Londra del 2012? Brutta notizia davvero per gli orgogliosi e nazionalisti tifosi inglesi: l’Unione Europea pensa di obbligare tutti i suoi stati membri a esibire la bandiera nazionale sulle divise dei giocatori che rappresentano le diverse nazioni in tutti gli sport. E vorrebbe anche che le sue dodici stelle comparissero in tutti quegli eventi sportivi che abbiano in qualche modo rilevanza internazionale, se si svolgono nel territorio di uno degli stati membri.

LA PROPOSTA – La proposta dell’Unione sta prendendo forma e dovrebbe essere presentata ufficialmente al Parlamento Europeo la prossima settimana a tutti gli stati, Italia inclusa. È parte di un documento creato dalla Spagna, intitolato “La dimensione europea nello sport”, ed è solo l’inizio dei nuovi indirizzi in tema sportivo che l’Unione è ora incaricata di dare, come recita il Trattato di Lisbona. L’idea alla sua base è quella di promuovere, anche in campo sportivo, l’unità e l’identità europee. Ricordando ai tifosi quel che le 12 stelle (che non rappresentano il numero di nazioni, ma genericamente indicano il numero 12 “simbolo di perfezione, completezza e unità”) dovrebbero insegnare al popolo europeo: la solidarietà e l’armonia tra le genti d’Europa.

REAZIONI INGLESI – Ma gli inglesi non sembrano aver gradito questo nuovo obbligo, nonostante per ora sia solo ventilato. Da più parti i politici inglesi hanno già dichiarato il loro disappunto: per Emma McClarkin,del partito conservatore, «lo sport ha un posto speciale nel cuore degli inglesi, e la nostra nazionale è un tassello importante della nostra identità e della nostra cultura. L’Unione non dovrebbe interferire: questo progetto è solo un altro esempio della sua vanità». La proposta verrà presentata al Parlamento e sarà poi la Commissione a trasformarla in legge. E come è probabile che accada, riuscirà a ottenere la maggioranza dei pareri positivi dei singoli stati. La voce dei tifosi inglesi resterà la sola fuori dal coro.

mercoledì 6 luglio 2011

Tutti contro le agenzie di rating Barroso: "Pregiudicano il mercato"

Articolo tratto da "La Repubblica" (http://www.repubblica.it)

Il presidente della commissione Ue critica la decisione di Moody's di abbassare il rating del Portogallo. E si chiede perché non ci siano agenzie europee. Durissimo il ministro delle Finanze tedesco: "Bisogna porre un limite alla loro influenza". Intanto le Borse sono in calo

BRUXELLES - Tutti contro le agenzie di rating, accusate di turbare "senza motivi reali" i mercati finanziari. Il primo, durissimo affondo viene dal presidente della commissione Ue, Jose Manuel Barroso dopo il downgrade di Moody's sul Portogallo. Barroso non esclude la possibilità di varare leggi europee che prevedano la possibilità di ricorrere giudiziariamente in sede civile contro giudizi scorretti delle agenzie sulla solidità creditizia delle nazioni europee. "Mi sembra strano - dice - che nessuna delle agenzie sia europea. Cio significa che potrebbero esserci pregiudizi sui mercati quando si arriva alla valutazione di specifiche questioni europee". "prevedo possibili sviluppi - aggiunge - sulla possibilità di creare agenzie di rating europee".

L'accusa del Presidente della Commissione tocca al cuore il ruolo delle agenzie, ossia il valore delle loro valutazioni. "In assenza di fatti nuovi sull'economia portoghese - ha affermato Barroso in conferenza stampa - che potrebbero giustificare la nuova valutazione, le decisione di ieri di un'agenzia di rating non danno maggiore chiarezza, anzi aggiungono un elemento speculativo alla situazione". "Con tutto il rispetto per quella specifica agenzia di rating - ha aggiunto Barroso - le nostre istituzioni conoscono un pò meglio il Portogallo".

Le agenzie - ha motivato Barroso - "sono un attore del mercato per questo non sono immuni dai cicli dei mercati e dagli errori che ne derivano". Il Presidente
della Commissione ha ricordato che il taglio di ieri di Moody's al rating del suo paese è avvenuto subito dopo "aver varato il piano con il Fmi e Bce" a sostegno di Lisbona. "Se il Portogallo rispetterà gli impegni si potrà vedere tramite la valutazione trimestrale" della stessa Commissione, considerata, dal suo Presidente, assai più rigorosa. Quanto al cammino che attende Lisbona per uscire dalla crisi, "se il Portogallo continuerà" sula strada della riforme "avrà successo e la crescita tornerà".

E' "discutibile" la decisione presa ieri da Moody's di abbassare il rating del Portogallo, in quanto non basata su valutazioni ma solo su ipotesi. Lo ha affermato il portavoce del commissario Ue agli affari economici e monetari Olli Rehn. "Questa decisione dell'agenzia - ha proseguito - confligge con la nuova partenza del Paese che ha avviato un programma di contrasto del deficit che va anche al di là di quanto richiesto". Il Paese è "determinato senza ambiguità" a rimediare alla situazione dei suoi conti, e a raggiungere l'obiettivo che gli ha dato la Commissione europea, ha precisato.

Fortemente critico anche il ministro delle Finanze tedesco, Wolfang Schaeuble, che non giustifica il downgrade di Moody's sul Portogallo e dice che bisogna "rompere l'oligopolio" delle agenzie di rating e porre un "limite" alla loro influenza. "Dobbiamo rompere l'oligopolio delle agenzie di rating", dice Schaeuble, secondo il quale il Portogallo è "alla fine della curva" riguardo all'applicazione delle raccomandazioni della troika (Ue, Bce, Fmi) sulle riforme.

Intanto, proprio per effetto delle valutazioni di Moody's sulla crisi portoghese, tutti i mercati azionari europei viaggiano al ribasso.


(06 luglio 2011) © Riproduzione riservata

mercoledì 29 giugno 2011

Ue, l'Islanda comincia i negoziati di adesione

Articolo tratto da First Online (http://www.firstonline.info)

Aperte oggi a Bruxelles le trattative per l'ingresso dell'Islanda nell'Unione europea - I dossier più complessi: pesca e Icesave (la banca online fallita sulla scia di Lehman Brothers).

Dopo l'allargamento a est, quello a nord. Se i negoziati di adesione sui 35 capitoli del diritto europeo (il cosiddetto acquis communautaire) andranno in porto, l'Islanda potrebbe diventare il ventinovesimo membro Ue in un paio di anni (la Croazia entrerà nel 2013). Il piccolo Paese nordico gode infatti di una legislazione largamente in linea con quella europea, dato che già fa parte del See, lo spazio economico associato all'Ue che raggruppa anche Norvegia e Liechtenstein.

L'Islanda ha una popolazione di soli 300mila abitanti, meno di Malta, ma mantiene un'importanza strategica per Bruxelles, legata alle sue grandi distese di acque territoriali: le più pescose del pianeta e oggi di sfruttamento esclusivo dei pescatori islandesi. Una situazione destinata a cambiare in caso di entrata nell'Ue: la condivisione delle risorse ittiche si annuncia pertanto il dossier più spinoso per l'opinione pubblica islandese, che potrebbe rifiutare l'adesione in un referendum.

Ma a complicare le trattative ci sarà anche il caso Icesave, la banca online fallita sulla scia di Lehman Brothers. Reykjavik deve restituire 3,8 miliardi di euro ai depositanti di Olanda e Regno Unito, ma il piano di rimborso è stato bocciato in ben due referendum dai contribuenti islandesi, sui quali avrebbe pesato un debito di 12mila euro pro capite.

Proprio la doppia crisi bancaria e valutaria che ha investito l'isola nel 2008 è all'origine dell'attuale processo di adesione. Il modello di sviluppo basato sul credito facile e la spregiudicatezza finanziaria si è rivelato insostenibile, sollevando il dubbio se una nazione così piccola possa cavalcare l'onda della globalizzazione e allo stesso tempo restare al di fuori dell'Ue e dell'euro. Prima del prossimo decisivo referendum, gli islandesi hanno ancora del tempo per riflettere sui pro e i contro dell'integrazione con il resto del Continente.

mercoledì 22 giugno 2011

Grecia, Papandreou ottiene la fiducia

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)


Adesso si attendono le misure di austerity

Con 155 voti a favore e 143 contrari, il nuovo governo del premier greco Ghiorgos Papandreou ha superato il voto di fiducia la notte scorsa in parlamento.

La fiducia al governo apre la strada all'adozione del piano di austerity che Fmi e Ue impongono ad Atene per concedere prestiti.
"Se abbiamo pura - aveva dichiarato Papandreou prima del voto - se ci lasciamo sfuggire questa opportunità, la storia ci giudicherà severamente".

Oltre 20mila manifestanti ostili alle misure volute dal governo hanno manifestato davanti al parlamento durante il voto. Riunita in piazza Syntagma la folla si è allontanata dopo la conclusione del voto, anche se la polizia antisommossa ha caricato con i gas lacrimogeni un gruppo di manifestanti che intendeva continuare la protesta.

Il voto di fiducia era il primo dei tre test che il governo deve superare: entro martedì prossimo dovrà essere adottata nel suo insieme la manovra di risparmio da 28 miliardi di euro per i prossimi cinque anni concordata con l'Ue e il Fmi. Le leggi di attuazione di queste misure dovranno quindi essere approvate prima di un Eurogruppo straordinario del 3 luglio.

giovedì 16 giugno 2011

Turchia: «Io, voce delle minoranze»

Articolo tratto da "Avvenire" (http://www.avvenire.it)

In Turchia è il momento della speranza per le minoranze e questa volta la speranza ha un nome e un cognome: Erol Dora, eletto come indipendente nel Sud-est del Paese e che in Parlamento siederà fra i banchi del Bdp, il Partito curdo per la Pace e la Democrazia. Primo deputato cristiano eletto dopo 50 anni, classe 1964, fa l’avvocato. Sposato con due bambini, oltre al siriano, che è la sua lingua madre, parla il turco, curdo, l’armeno e l’inglese. Un poliglottismo, quello di Erol, che non deve sorprendere.

La zona del Paese da cui proviene, Mardin, oltre a essere una delle zone più belle di tutta la Turchia, è anche una vera e propria terra di mezzo, dove da secoli etnie e religioni diverse convivono pacificamente. E da dove adesso potrebbe iniziare un cambiamento che coinvolgerà tutto il Paese. Questo, almeno, è quello che spera Erol, che raggiunto al telefono da Avvenire nella sua seconda giornata da parlamentare turco, ha spiegato quali progetti abbia per il Paese e come la nuova Costituzione sia un obiettivo prioritario.

«Io sono di religione siriaca ma sono un cittadino turco come tutti gli altri in questa zona – esordisce Erol –. Mi chiedono tutti come mi senta a essere il primo deputato cristiano eletto dopo anni, ma io mi sento veramente normale. Sono felice di poter dare un contributo al mio Paese. I siriaci vivono nei territori del Sud-est del Paese da secoli e secoli, siamo turchi a tutti gli effetti possiamo essere eletti in Parlamento come tutti gli altri, è un nostro diritto». Questa sorpresa generale data dalla sua elezione, secondo Erol è da attribuire al fatto che per lungo tempo le minoranze in Turchia sono state considerate qualcosa di estraneo allo Stato, ma adesso, stanno riassumendo un loro ruolo all’interno della società, che verrà suggellato con la nuova Costituzione.

Una speranza forte, che non si deve piegare nemmeno davanti al ricordo dei momenti di dolore, come l’assassinio di don Andrea Santoro e monsignor Padovese. «Sono stati atti orribili – spiega ancora Erol Dora – momenti difficili per i cristiani, ma non bisogna mai dimenticare che sono stati puntualmente condannati con forza anche dal popolo turco. Penso che dietro a questi atti ci sia la volontà di dare un’immagine negativa del mio Paese».

Un amore, quello per la Turchia di Erol, che riesce a tenere ben presente quali siano i passi avanti da fare, soprattutto per garantire una maggiore democratizzazione. Centrale sarà la nuova Costituzione, che Dora spera di portare avanti con una positiva collaborazione con il governo. «Non penso che in questo momento nel Paese ci siano minoranze in pericolo. E mi riferisco a tutte: curdi, cristiani, ebrei, ortodossi, siriani e armeni. In Turchia la libertà di culto è sempre stata garantita a tutti, i problemi da risolvere ci sono. L’obiettivo è che tutti abbiano una Costituzione in cui riconoscersi e che tenga conto di tutti i gruppi etnici e culturali presenti nel Paese. Per questo il mio impegno parlamentare consisterà soprattutto nel portare la voce delle minoranze nella nuova legge madre dello Stato».

Va avanti sereno Erol, certo che nel suo Paese è in atto un risveglio che porterà a migliorarlo e che questa rinascita partirà proprio dal popolo turco.

«Guardate me, io sono l’esempio vivente di quello che dico – dice prima di concludere l’intervista – sono stato eletto con migliaia di preferenze di musulmani, curdi, cristiani e armeni. Ne sono certo questa volta la Turchia può cambiare e la mia città, Mardin, può diventare un modello per tutto il Paese».
Marta Ottaviani